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Tullo regnò, con notevole gloria bellica, per trentadue anni. Dopo la morte di Tullo, il potere (così era stato stabilito) era stato riconsegnato ai senatori e questi avevano designato un interré, e in seguito il popolo elesse re Anco Marzio, nipote del re Numa Pompilio. I cittadini romani erano lieti, perché gli antenati volevano le antiche consuetudini e la pace; Anco, invece, era memore sia di Numa sia di Romolo, e considerava indispensabile per il regno la pace mescolata col timore dei nemici. Pertanto marciò insieme ai soldati ad una città limitrofa, Politorio, con un assedio la espugnò e trasferì a Roma la moltitudine degli abitanti. Alla nuova popolazione venne assegnato il colle Aventino, dato che il Palatino era la dimora degli antichi Romani, e che la rocca Capitolina era già stata assegnata ai Sabini e il monte Celio agli Albani. Pochi mesi dopo, però, Politorio fu assalita di nuovo con la guerra, perché gli antichi Latini si erano impadroniti dello spazio vuoto, e Anco (li) sconfisse con un grande e terribile combattimento e fece ritorno a Roma con un considerevole bottino.
Hannibal cum patre Hamilcare in Hispaniam contendit et post patris mortem equitum dux fuit cum Hasdr
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Annibale, insieme al padre Amilcare, si diresse in Spagna e, dopo la morte del padre, fu comandante dicavalleria insieme al fratello Asdrubale, che era, in aggiunta, comandante supremo. Dopo la morte del fratello, i Cartaginesi conferirono ad Annibale il comando supremo. L'autorità di Annibale fu confermata ufficialmente a Cartagine. Così Annibale, nei tre anni seguenti, assoggettò con la guerra le popolazioni della Spagna; espugnò Sagunto, una città confederata, con la forza; allestì truppe numerosissime, una delle quali inviò in Africa, la seconda lasciò in Spagna, la terza portò con sé in Italia. A marce forzate attraverso i monti Pirenei guidò in Italia molti soldati cartaginesi. Arrivò alle Alpi, che separano l'Italia dalla Gallia e che nessuno prima di Annibale, salvo Ercole Graio, aveva mai valicato insieme a dei soldati. Trucidò gli Alpigiani, rese accessibili i luoghi impervi e rese sicuri i percorsi attraverso gli alti monti per mezzo di fortezze: in tal modo condusse al di là le truppe e gli elefanti, animali di eccezionale corporatura, e arrivò in Italia. A Casteggio, presso il Po, si scontrò con il console P. Cornelio Scipione (contro il quale aveva combattuto presso il Rodano), e lasciò il console ferito e intimidito. Dopo questa battaglia Scipione, agitato, insieme al collega Tiberio Longo aspettò i Cartaginesi presso il Trebbia, e combatté contro Annibale, ma fu sconfitto, e Annibale marciò in Etruria. Uccise presso il Trasimeno il console Gaio Flaminio, accerchiato in un'imboscata, e, non molto tempo dopo, il pretore C. Centenio insieme a soldati scelti. Da lì, arrivò in Apulia.
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Il console Ancilio si accinse ad espugnare Lamia. Partito da Elazia, pose l'accampamento nel territorio dei nemici, presso il fiume Spercheo; quindi, all'alba, assalì le mura con una linea circolare di soldati. Ci fu grande paura. Gli abitanti della città, tuttavia, in una circostanza di pericolo così imprevista, difesero la città con tenacia. Acilio diede il segnale della ritirata, e riportò i suoi soldati nell'accampamento. L'indomani, assalite numerose posizioni, prese la città nello spazio di poche ore. A quel punto, il bottino fu in parte rivenduto, in parte spartito. Acilio, ottenuta la vittoria, tentò di assediare Anfissa. Da Eraclea l'esercito fu condotto là attraverso (il monte)l'Eta. Dopo che pose l'accampamento presso le mura, si accinse ad espugnare la città non con una linea circolare di soldati, così come a Lamia, ma per mezzo delle macchine d'assedio. Gli arieti venivano avvicinati simultaneamente da molte posizioni, e le mura venivano abbattute; tuttavia, gli abitanti della città non tentavano di organizzare o di ideare nulla in opposizione a un tale genere di congegni; contando sulle armi e sul valore, con frequenti scorrerie scompaginavano sia le postazioni di guardia dei nemici, sia i soldati che si trovavano attorno ai lavori e alle macchine d'assedio. Ciononostante, le mura erano state demolite in numerosi punti, e altre truppe di Romani attaccarono Anfissa. Gli abitanti abbandonarono la città – ormai, infatti, era stata spogliata della gran parte delle mura – e tutti gli uomini armati e quelli disarmati si ritrassero sulla rocca, che considerano inespugnabile.
Pausanias, Lacedaemonius magnus vir, magnam gloriam turpi morte maculavit: nam virtutibus eluxit sed
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Pausania, importante uomo spartano, macchiò con una morte vergognosa la grande gloria: brillò infatti per le virtù, ma fu sopraffatto dai vizi. È degna di memoria la battaglia presso Platea, dove Pausania fu comandante degli Spartani: il satrapo regio Mardonio, insieme a numerosi fanti e cavalieri, fu respinto dall'esercito della Grecia, sparuto ed inferiore. Pausania però, superbo per la vittoria, mescolò il male con il bene, e ordì nei confronti di Sparta ignobili macchinazioni per il potere. Fu perciò accusato di delitto capitale e, quando fu prosciolto, fu tuttavia multato in denaro, e non fu restituito alla flotta. Pertanto Pausania inviò lettere ai Persiani, per fare un accordo con loro contro Sparta. Ma, dopo che gli Spartani vennero a conoscenza del suo piano, decretarono di mettere Pausania in carcere. Egli si rifugiò nel tempio di Minerva, e vi perì di fame e di sete, perché il tempio fu sbarrato.
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Pompeo giunge in Tessaglia e rende grazie alle truppe; quindi piazza l'accampamento e accresce le truppe. I Pompeiani litigavano apertamente per i ruoli di potere e per le cariche religiose, e volevano i beni dei Cesariani. Tra i Pompeiani in assemblea c'era grande disaccordo. Ormai, riguardo al sacerdozio di Cesare, Domizio e Lentulo ogni giorno arrivavano apertamente alle ingiurie verbali: infatti Lentulo esibiva il prestigio dell'anzianità, Domizio ostentava il consenso urbano. Alla fine i Pompeiani discutevano delle ricompense in denaro e non pensavano alla battaglia. Nel frattempo Cesare fa uscire le truppe dall'accampamento lontano dall'accampamento di Pompeo, e immediatamente fa uscire le truppe armate alla leggera. Pompeo decide di scontrarsi in battaglia. Viene dato il segnale di battaglia: i Cesariani attaccano con terribili giavellotti e stringono le spade. I Pompeiani non sostengono lo scontro e si danno tutti quanti alla fuga. Pompeo vede le sue truppe terrorizzate e va via dalla battaglia. Immediatamente giunge nell'accampamento e rinforza le guarnigioni difensive dell'accampamento. L'accampamento era difeso con impegno dalle truppe, e accanitamente dalle truppe ausiliarie barbare. I Pompeiani si fermano sul vallo, ma i feriti abbandonano il luogo, e senza fermarsi giungono in luoghi rialzati, vicini all'accampamento. Nel frattempo Pompeo monta sul cavallo, esce dall'accampamento dalla porta Decumana, e senza fermarsi si dirige verso Larisa.
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