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Nell'Odissea vengono narrate molte storie su un illustrissimo eroe Greco. Ulisse, da Troia, si dirige attraverso il mare verso la patria Itaca, ma, da una violenta tempesta, viene portato pressi i Ciconi. Lì espugna la città di Ismaro, e distribuisce il bottino ai compagni. Da lì giunge presso i Lotofagi, uomini per niente malvagi, che mangiano foglie di loto. Gli amici assaporano con grande gioia le erbe, e rimuovono dalla memoria sia la patria, sia la casa, sia i figli, sia i parenti. Subito due compagni vengono inviati da Ulisse presso i Lotofagi: afferrano gli amici, li legano con dei lacci, e li riportano alle imbarcazioni. Da lì giungono nell'isola della Trinacria, presso Polifemo, il figlio di Nettuno. Il mostro vive come una bestia e insieme alle bestie, ha un solo occhio, di mattina pascola mandrie e caprette e agnelli, e successivamente, di sera, li riporta nella sua caverna, e appoggia una roccia vicino alla porta. Il mostro rinchiude Ulisse, insieme ai suoi compagni, all'interno della grotta, e comincia a mangiare ferocemente i compagni. Allora Ulisse, con un tranello, ubriaca Polifemo con del vino e, per mezzo di un tronco di legno, gli brucia l'unico occhio. Allora il mostro, a causa del tormento, chiama gli abitanti dell'isola e dice: Nessuno mi acceca! Infatti Ulisse aveva detto al mostro di chiamarsi "Utis", che in lingua Greca significa "Nessuno". Gli abitanti deridono Polifemo per la follia, e abbandonano il compagno nella grotta senza aiuto. Ulisse lega i suoi amici alle caprette, e così esce fuori dalla grotta e, attraverso le acque del mare, fugge via dall'isola di Polifemo.
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I merito alla vita del poeta Fedro conosciamo poche notizie: vive in Macedonia, oppure in Tracia, ancora giovinetto giunge a Roma, dapprima come schiavo del padrone Augusto, poi come liberto. L'intelligenza e la saggezza di Fedro sono conosciute ed elogiate sia da Augusto, sia dai figli e dalle figlie dei Romani. Augusto apprezza sempre il poeta per la conoscenza della letteratura latina, e lo invita spesso in ospitalità : il poeta, infatti, scrive belle favole sui vizi della vita umana. Gli scolari Romani, nella scuola, tramite le maestre leggono le favole e le memorizzano. Nelle favole di Fedro degli animali offrono degli esempi di vita proba alle matrone, alle fanciulle, alle schiave, alle ancelle, e anche ai padroni, insegnano la giustizia e la concordia, pronunciano parole severe contro gli ingiusti. Poi, Tiberio succede ad Augusto, e Fedro, per via dell'arroganza di Tiberio, a quel punto vive a Roma in maniera infelice, a causa della mancanza di mezzi.
Per multos dies praetores Romani ex civitatibus sociis Hispanorum auxilia contraxerunt et ab terrore
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I pretori romani, nel corso di molti giorni, raccolsero truppe ausiliarie dalle città alleate degli Iberici e ristorarono gli animi dei soldati dallo spavento della battaglia sfavorevole. Quando le forze parvero adeguate a sufficienza, e anche i soldati ormai richiedevano la battaglia, posero l'accampamento non distante dal fiume Tago. Quindi, al principio del giorno, arrivarono sulla sponda del Tago. Oltre il fiume, su di un colle, c'era l'accampamento dei nemici. Immediatamente Calpurnio e Quinzio fecero attraversare a guado l'esercito, mentre i nemici osservavano con stupore il repentino arrivo. I Romani, dopo che ebbero trasportato e raccolto in un unico posto anche tutti i bagagli, si disposero in ordine di combattimento. Al centro furono posizionate le legioni più forti. Avevano campo aperto fino all'accampamento dei nemici, libero dal rischio di insidie. Gli Iberici, dopo che avvistarono sulla sponda al di qua due schiere di Romani, fuoriusciti d'improvviso dall'accampamento si dirigono di corsa alla battaglia. Il combattimento, al principio, fu terribile: le schiere centrali lottavano in maniera estremamente accanita. Ogni speranza di vittoria risiedeva nel valore dei soldati. Calpurnio, insieme ai cavalieri delle legioni, fatto un breve giro, assale sul fianco la formazione a cuneo dei nemici, che premeva la schiera centrale. Quinzio, insieme ai cavalieri alleati, aggredisce l'altro fianco dei nemici. I cavalieri di Calpurnio combattevano di gran lunga più accanitamente, e il pretore davanti agli altri: trafisse per primo, infatti, i nemici, e i cavalieri furono infiammati dall'eccezionale valore del pretore. I cavalieri che scappavano nell'accampamento vennero inseguiti e, mescolati alla turba dei nemici, si insinuarono all'interno della palizzata: gli Iberici sono trucidati da ogni parte, per l'intero accampamento. I nemici furono dispersi, l'accampamento preso e distrutto. L'indomani i cavalieri vennero elogiati da C. Calpurnio dinanzi all'assemblea.
Caesar, postquam ad flumen Bacetim venit, quia propter altitudinem aquarum difficulter vires pedestr
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Dopo che arrivò al fiume Betis, Cesare, dato che, a causa della profondità delle acque, con difficoltà faceva passare al di là le milizie di fanteria, immerse dei cesti colmi di sassi, sistemandovi sopra pesanti assi; in tal modo realizzò un ponte resistente, attraverso cui trasferì le truppe all'accampamento. Dalla zona del ponte, come abbiamo scritto sopra, rivolgeva le truppe, divise in tre colonne, in direzione della città. Quando Pompeo arriva qui insieme alle sue truppe, situa l'accampamento dalla parte opposta, per uguale ragione. Cesare, che desiderava tenere Pompeo lontano dalla città, incominciò a tracciare una trincea fino al ponte: Pompeo, per un'analoga esigenza, fa la stessa cosa. A questo punto si accese una controversia tra i due comandanti, da cui erano prodotti scontri giornalieri, modesti ma feroci: ora furono fortunati i soldati di Cesare, ora le forze armate di Pompeo. Quando i minuti scontri pervennero ad una battaglia di grandi dimensioni, ed esplose da tutte e due le parti un combattimento corpo a corpo, mentre i soldati di Cesare e di Pompeo si sforzavano ardentemente di difendere la posizione, si ammassavano nei pressi del ponte e, cercando di avvicinarsi alle rive del fiume, venivano scaraventati giù, accatastati. Qui non soltanto si accumulavano morti su morti, ma i tumuli uguagliavano i tumuli. Di conseguenza, Cesare desiderava portare gli avversari in un luogo pianeggiante, e decidere in fretta della guerra.
Nubes e Vesuvio monte oriebatur, candida interdum, interdum sordida et maculosa prout terram cinerem
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ISi sollevava dal monte Vesuvio una nube, talora bianca, talora sporca e screziata, secondo che trasportasse terriccio o cenere. La flotta si trovava a Miseno. La cenere pioveva ormai sulle navi, alquanto calda e fitta, piovevano ormai anche pomici e pietre nere, riarse e spaccate dal fuoco. Nel frattempo dal Vesuvio sfolgoravano in numerosi punti vastissime lingue di fuoco ed alti incendi, il bagliore e la luminosità dei quali erano accresciuti dall'oscurità della notte. Le case vacillavano per le continue ed enormi scosse. All'aperto si temeva di nuovo la caduta delle pietre, anche se leggere e corrose. Il giorno era ormai altrove, là (c'era) una notte più buia e più oscura di ogni notte, che, tuttavia, torce numerose e varie luci diradavano. Per molti giorni precedenti c'era stato il terremoto, e quella notte crebbe d'intensità. Mia madre fece irruzione nella mia camera; restammo nel cortile della casa, che separava per un breve tratto il mare dalle abitazioni. Chiedo un'opera di Tito Livio e leggo, per così dire, in pace. Era ormai l'ora prima del mattino, e la giornata era incerta, e come languida. Subito i tetti vennero scrollati. IISoltanto allora usciamo dalla città; il popolo tiene dietro, sbigottito. Allontanatici dall'abitato, ci arrestiamo. Patiamo molti avvenimenti sconcertanti, molti spaventi. Difatti il mare si ritrae su se stesso, ed è spinto indietro dal terremoto. Di certo il litorale era avanzato, e tratteneva sulle rive asciutte molte bestie marine. Dall'altra parte, una nube fosca e spaventosa si squarciava in allungate forme di fiamme. E, non molto dopo, quella nube discese sulle terre, coprì i mari. Mi guardo indietro: alle spalle incombeva una densa caligine che, spandendosi a terra come un torrente, ci seguiva. Udivo le grida delle donne, le invocazioni d'aiuto dei bambini, le urla degli uomini; alcuni cercavano con le voci i genitori, altri i figli, altri ancora i coniugi, e dalle voci li riconoscevano. Riapparve una debole luce: non era tuttavia il giorno, ma l'indice del fuoco che si avvicinava. E il fuoco in realtà si arrestò abbastanza lontano; nuovamente le tenebre, nuovamente la cenere, tanta e opprimente. Scuotevamo incessantemente via la cenere. Infine quella caligine, assottigliatasi, si disperse in fumo o nebbia; poi (fu) vero giorno; anche il sole splendette, ma era livido. Tutte le cose erano state trasformate, ed erano state nascoste dall'alta cenere, proprio come dalla neve. Ritornati a Miseno, trascorremmo una notte inquieta e dubbiosa per la speranza e per la paura. La paura prevaleva; il terremoto, infatti continuava, e moltissimi, impazziti, sbeffeggiavano con profezie tremende sia le sventure proprie che le altrui.