- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Duo Arcades familiares iter Megaram versus una faciebant. Postquam in urbem pervenerant, unus ad cauponem devertit, alter ad hospitem. Sed concubia nocte unus, dum hospitis sui domi placide dormit, alterum in somnio vidit, qui (nom= che, il quale) flebat et sic amicum orabat: «Amice, me (acc. = me, mi) adiuva, quod caupo interitum meum parat ob pecuniam meam!». Viro enim copiosa res familiaris erat, et ille (nom. = egli) magna cum imprudentia multos nummos ad longum iter secum (= con sē) tulerat. Amicus igitur primum (avv. ) horruit et surrexit, dein, postquam somnium effluxerat, quievit et recubuit. Dum dormit, amicus in somnio rursus apparuit et dixit: «Quia mihi (dat. = a me) vivo non subvenisti, nunc mortem meam vindica! Caupo enim me (acc. = me, mi) interfecit, in plaustrum coniecit et super corpus stercus terramque iniecit. Cras, ubi (=appena) lluxerit, interfector ex oppido cum plaustro exibit; tu, prima luce, ad portam adi et rem denuntia!». Mane amicus ad portam adiit et cauponi praesto fuit. Mortuum e plaustro eruit et caupo fugit, sed res patefacta est et homo sceleratus sceleris sui poenas solvit.
Due amici Arcadi facevano insieme un viaggio alla volta di Megara. Dopo essere arrivati in città, uno alloggiò presso un oste, l’altro da un albergatore. Ma a notte fonda uno, mentre dormiva tranquillamente a casa del suo albergatore, vide in sogno l’altro, che piangeva e così pregava l’amico: “ Amico, aiutami, perché l’oste prepara la mia morte per il mio denaro!”. Infatti l’uomo possedeva un notevole patrimonio ed egli con grande imprudenza aveva portato con sé molte monete per il lungo viaggio. L’amico, dunque, dapprima rabbrividì e si alzò, poi, dopo che il sogno era svanito, si calmò e si tornò a letto. Mentre dormiva, l’amico riapparve in sogno e disse: “Poiché non sei venuto in mio aiuto quando ero ancora vivo, ora vendica la mia morte! L’oste infatti mi ha ucciso, mi ha scagliato su un carro e sopra al mio corpo ha gettato sterco e terra. Domani, quando spuntò il giorno, l’assassino uscirà dalla città con il carro; tu, all’alba, recati alla porta e denuncia il fatto!”. Di mattina l’amico si recò alla porta e si trovò al cospetto dell’oste. Tirò fuori il cadavere dal carro e l’oste fuggì, ma il fatto fu scoperto e l’uomo infame (lett. scellerato) scontò la pena per il suo delitto.
Traduzione dal libro calidae voces pagina 155 numero 66
E Aristotele, uomo d'ingegno eccezionale e direi quasi divino, s'inganna o vuole ingannare gli altri, quando scrive che Eudemo di Ciprio suo amico, facendo un viaggio in Macedonia, arrivò a Fere, che era una città in Tessaglia allora molto nota, ma era tenuta in dominio dalle crudele tiranno Alessandro; dunque nella città Eudemo fu così gravemente malato, che tutti i medici diffidavano; gli sembrò che un giovane di bell'aspetto gli dicesse nel sonno che prestissimo sarebbe guarito, e pochi giorni dopo il tiranno Alessandro sarebbe morto, invece lo stesso Eudemo sarebbe ritornato a casa dopo cinque anni. Sia Eudemo guarì sia il tiranno fu ucciso dai fratelli della moglie; invece alla fine del quinto anno, essendoci la speranza da quel sogno che sarebbe ritornato a Cipro dalla Sicilia, questo combattendo a Siracusa fu ucciso; da ciò quel sogno fu così interpretato, che, l'animo di Eudemo uscendo dal corpo allora sarebbe sembrato che fosse ritornato in patria.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Sed cum plerique arbitrentur res bellicas maiores esse quam urbanas, minuenda est haec opinio. Multi enim bella saepe quaesiverunt propter gloriae cupiditatem, atque id in magnis animis ingeniisque plerumque contingit, eoque magis, si sunt ad rem militarem apti et cupidi bellorum gerendorum; vere autem si volumus iudicare multae res extiterunt urbanae maiores clarioresque quam bellicae. Quamvis enim Themistocles iure laudetur et sit eius nomen quam Solonis illustrius citeturque Salamis clarissimae testis victoriae, quae anteponatur consilio Solonis ei, quo primum constituit Areopagitas, non minus praeclarum hoc quam illud iudicandum est. Illud enim semel profuit, hoc semper proderit civitati; hoc consilio leges Atheniensium, hoc maiorum instituta servantur Et Themistocles quidem nihil dixerit, in quo ipse Areopagum adiuverit, at ille vere a se adiutum Themistoclem; est enim bellum gestum consilio senatus eius, qui a Solone erat constitutus
Generalmente si crede che le imprese di guerra abbiano maggior importanza che le opere di pace: questa opinione deve essere corretta. E' ben vero che molti, in ogni tempo, cercarono occasioni di guerra per solo desiderio di gloria, e ciò per lo più accade in persone di grande animo e di grande ingegno, tanto più se hanno attitudine all'arte militare e istintivo desiderio di guerreggiare; ma, se vogliamo giudicare secondo verità, la storia ci offre molti esempi di azioni civili ancor più grandi e più belle delle imprese guerresche.
Si lodi pure a buon diritto Temistocle; sia pure il suo nome più illustre di quello di Solone, e si chiami Salamina a testimonianza d'una famosissima vittoria, per anteporla al provvedimento col quale Solone per la prima volta istituì l'Areopago; ma questo provvedimento è da giudicarsi non meno luminoso di quella vittoria: questa non giovò che una sola volta, quello invece gioverà in ogni tempo allo Stato. E' questo consesso che custodisce le leggi d'Atene; è questo che preserva le istituzioni degli avi E mentre Temistocle non potrebbe vantarsi d'aver giovato in nulla all'Areopago, Solone avrebbe invece ogni ragion di dire che egli giovò a Temistocle, in quanto la guerra fu condotta per consiglio di quel senato che Solone aveva istituito.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Hoc primum sentio, nisi in bonis amicitiam esse non posse. Neque id ad vivum reseco, ut illi, qui haec subtilius disserunt, fortasse vere, sed ad communem utilitatem parum; negant enim quemquam esse virum bonum nisi sapientem. Sit ita sane; sed eam sapientiam interpretantur, quam adhuc mortalis nemo est consecutus; nos autem ea, quae sunt in usu vitaque communi, non ea, quae finguntur aut optantur, spectare debemus. Numquam ego dicam C. Fabricium, M. Curium, Ti. Coruncanium, quos sapientes nostri maiores iudicabant, ad Stoicorum normam fuisse sapientes. Quare sibi habeant sapientiae nomen et invidiosum et obscurum: concedant ut viri boni fuerint. Ne id quidem facient, negabunt id nisi sapienti posse concedi. Agamus igitur pingui, ut aiunt, Minerva. Qui ita se gerunt, ita vivunt, ut eorum probetur fides, integritas, aequalitas, liberalitas, nec sit in eis ulla cupiditas, libido, audacia, sitque magna constantia, ut ii fuerunt, modo quos nominavi, hos viros bonos, ut habiti sunt, sic etiam appellandos putemus, quia sequantur, quantum homines possunt, naturam optimam bene vivendi ducem.
Ritengo prima di tutto questa cosa, (ossia) che l'amicizia non possa coesistere se non tra gli uomini per bene. Non intendo (tale) espressione nel senso più rigoroso, come quelli che discutono di ciò troppo sottilmente, forse in verità, ma poco per il vantaggio comune; infatti negano che qualcuno sia uomo per bene se non il saggio. Ammettiamo che sia così; ma intendono quella saggezza, che nessun mortale fin qui ha raggiunto; noi invece dobbiamo guardare quelle cose, che sono nella pratica e nella vita comune, non quelle, che sono immaginate o desiderate. Io non potrei dire mai che C. Fabrizio, M. Curio, Ti. Coruncanio, i quali i nostri antenati giudicavano saggi, furono saggi secondo la regola degli Stoici. Per conseguenza si tengano il concetto di saggezza e malvisto e oscuro: ma ammettano che quelli furono uomini per bene. Nemmeno questo faranno, negheranno che ciò possa essere concesso se non al saggio. Quindi, come dicono, parliamo con la grassa Minerva, (significa: semplicemente). Quelli che si comportano così, vivono in modo tale che sia lodata la loro lealtà, integrità, equità, generosità, e che non ci sia in loro alcuna brama, libidine, audacia e ci sia una grande coerenza, come sono stati quelli, che ho nominato poco fa. Questi uomini, così come sono stati giudicati per bene, così anche riteniamo che debbano essere chiamati, poiché seguono, per quanto possono gli uomini, la natura ottima guida del vivere bene.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Una ruberia di Verre
Autore: Cicerone
Nuovo comprendere e tradurre, vol 3 pag 205
inizio: c. heii domus est vel optima messanae. .
fine: ab heio e sacrario verres abstulit.
libro: nuovo comprendere e tradurre 3
Senza paragone la casa di C. Eio è la più nobile di Messina, e senza dubbio la più conoscita, la più disponibile per i nostri concittadini, un modello di ospitalità. Prima dell'arrivo di Verre questa casa era così adorna da rappresentare un ornamento per la città; infatti proprio Messina, per quanto debba le sue bellezze alla posizione naturale, alle mura e al porto è addirittura sprovvista e priva di quegli oggetti di cui costui si diletta. In casa di Eio c'era una cappella privata molto antica, oggetto di grande venerazione, lasciata dai suoi antenati, nella quale spiccavano quattro bellissime statue di squisita fattura, universalmente note, che potevano deliziare non solo codesto fine intenditore ma anche ciascuno di noi. Un segno era Cupido di marmo, dall'altra parte Ercole fatto di bronzo. Si diceva che fosse di Mirone. C'erano inoltre due statue anch'esse in bronzo, non molto grandi tuttavia di raffinata bellezza raffiguranti fanciulle che con le mani sollevate portavano in testa certi oggetti sacri secondo l'usanza delle fanciulle ateniesi; queste erano chiamate Canefone. Dicevano che Policleto fosse il loro arteficie. Quando chiunque dei nostri giungeva a Messina era solito comtemplare questa. Tutte questa cose, o giudici, Verre le rubò da Eio, dal suo sacrario.
oppure sempre del comprendere e tradurre altro volume
Caio gneo possiede una villa a messina forse le migliore, famosissima senza dubbio e apertissima ai nostri uomini Questa casa prima del suo arrivo fu ornata così da essere anke di ornamento alla citta- Infatti Mexina stessa x quanto x disposizione le mura e le porte siano decorate da qst cose le quale dilettano questa è resa del tutto vuota e pure disadorna : C'era presso Heio un tempio con grande stima per le stanze lasciate dagli avi, antichissimo, nel quale c'erano 4 insegne bellixime di somma fattura somma fama che
non soltanto potevano dilettare qst uomo argutissimo e inteligente in verità anche sommamente
C'era un immagine di cupido di marmo, dall'altra parte Ercole, egreggiamente fatto di bronzo.
Questo era detto essere di mirone (= Si dice che questo fosse di mirone)
C'erano 2 immagini di bronzo inoltre, in verità non massimamente di esimia bellezza dall'aspetto e dal vestito da vergine, le quali con le mani alzate sostenevano riposte sulla testa alcune cose sacre, come costume delle vergini Ateniesi. uieste stesse erano chiamate canefore. Si diceva che Policlito fosse il loro artefice.
Questa (la casa) soleva essere vista quando (o ogni qual volta) chiunque dei nostri veniva a messina
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Cum duo quidam Arcades familiares iter una facerent et Megaram venissent, alterum ad cauponem devertisse, ad hospitem alterum. Qui ut cenati quiescerent, concubia nocte visum esse in somnis ei qui erat in hospitio illum alterum orare ut subveniret, quod sibi a caupone interitus pararetur; eum primo, perterritum somnio, surrexisse; dein, cum se conlegisset idque visum pro nihilo habendum esse duxisset, recubuisse; tum ei dormienti eundem illum visum esse rogare, ut, quoniam sibi vivo non subvenisset, mortem suam ne inultam esse pateretur; se interfectum in plaustrum a caupone esse coniectum et supra stercus iniectum; petere, ut mane ad portam adesset, prius quam plaustrum ex oppido exiret. Hoc vero eum somnio commotum mane bubulco praesto ad portam fuisse, quaesisse ex eo, quid esset in plaustro; illum perterritum fugisse, mortuum erutum esse, cauponem re patefacta, poenas dedisse.
Due àrcadi, amici intimi, viaggiavano insieme e arrivarono a Mègara. Uno dei due prese alloggio in casa d'un taverniere, l'altro presso un suo ospite. Cenarono e andarono a dormire. A notte già inoltrata quello dei due che dormiva presso l'ospite vide in sogno l'altro che lo pregava di recargli soccorso, perché il taverniere si apprestava a ucciderlo. In un primo momento egli balzò su, atterrito dal sogno; poi, riavutosi dallo spavento, pensò che a quell'apparizione non si dovesse dar peso, e tornò a letto. Di nuovo, allora, gli apparve in sogno l'amico, e lo pregò che, non avendogli recato aiuto quando era ancora vivo, almeno non lasciasse invendicata la sua morte; il suo cadavere era stato buttato dal taverniere su un carro, e vi era stato sparso sopra del letame; gli chiedeva di trovarsi alla porta della città all'alba, prima che il carro uscisse verso la campagna. Emozionato da questo sogno, egli si recò di buon mattino alla porta, fermò il carrettiere, gli domandò che cosa c'era nel carro. Quello, atterrito, scappò via; il morto fu tratto fuori; il taverniere, venuto in luce il suo delitto, fu condannato a morte.