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Ercole, figlio di Giove e di Alcmena, da infante era disteso nella culla. Allora Giunone, rivale di Alcmena, invia verso la culla del fanciullo due serpenti, spaventosi e grandi. Il fanciullo divino afferra immediatamente, in maniera impavida, gli orrendi animali, e velocemente li strozza. Ercole si fa un giovinetto: a quei tempi, creature prodigiose, spaventose e crudeli, spaventavano tutta la Grecia. Ercole, con straordinaria forza, e grande coraggio, libera efficacemente la regione. E così si guadagna lodi eterne: in tutte le epoche i saggi esaltano le imprese dell'eroe, e, nelle menti di tutti, Ercole è un importante esempio di eroe prode e benevolo nei confronti del genere umano. Successivamente viene accolto generosamente sull'Olimpo, con gli altri dèi.
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I barbari rimasero intorno al colle Capitolino sei mesi, e non solamente durante i giorni, ma anche durante le notti, essi tentavano di tutto; tuttavia Manlio, una certa notte, risvegliato dallo starnazzare delle anatre, spinse i nemici che si avvicinavano giù dalla cima della rupe. Sebbene in condizioni di completa carestia, tuttavia egli, per una parvenza di sicurezza, lanciò dei pezzi di pane dalla rocca; in questa maniera toglieva speranza ai nemici. Un certo giorno, egli fece uscire dalla rocca il pontefice Fabio, in mezzo alle guardie dei nemici. E quello, grazie all'aiuto della fede, ritornò illeso, tra dardi dei nemici, e riferì questo oracolo: gli dèi erano propizi. Alla fine i barbari, quando ormai erano stanchi dell'assedio, vendettero la loro ritirata per mille libbre d'oro; ma improvvisamente Camillo si massacrò. E così, con un lago di sangue Gallico, cancellò tutte le tracce degli incendi.
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Quando Dario, il re dei Persiani, mosse contro i Greci, furono al comando della flotta Dati e Artaferne, i quali si avvicinarono all'isola Eubea. In breve tempo i Persiani occuparono Eretria, ed inviarono ostaggi a Dario in Asia. Quindi si recarono in Attica, e schierarono l'esercito sul campo di battaglia presso Maratona. Gli Ateniesi, quando si resero conto del pericolo, chiamarono gli Spartani, dopo che in patria avevano eletto dieci pretori dei soldati, fra i quali c'era Milziade. I pretori avevano un notevole disaccordo: non tutti desideravano difendere le mura della città, ma i più volevano dichiarare battaglia ai Persiani; principalmente Milziade voleva collocare l'accampamento e, con grande coraggio, lottare con i Persiani. Alla fine prevalse l'esortazione di Milziade.
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Dopo la battaglia, un grande terrore sopraggiunse a Tarquinio e agli Etruschi. E così, nella notte, entrambi gli eserciti, il Veiense e il Tarquiniense, si riavvicinarono alle proprie terre d'origine. In questa battaglia intervennero anche dei prodigi: nel silenzio della notte, una potente voce nel bosco aveva detto queste cose: I Romani in guerra sono più forti. Dopo che era arrivata la luce, i nemici non erano in vista. E così, il console P. Valerio, radunò le spoglie e abbandonò il luogo; in seguito, con grande fasto, fece il funerale del console Bruto; mancò, invece, l'appoggio del popolo, poiché i pensieri del popolo sono mutevoli. Queste cose furono le cause del sospetto: infatti, egli non aveva messo un collega al posto di Bruto, e costruiva una casa sul monte Velia, il che suggeriva la brama di potere in lui.
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L'Ateniese Ificrate fu insigne non solo per la grandezza delle imprese compiute, ma anche per la disciplina militare. Combatté con i Traci, e condusse la cosa positivamente, quindi uccise molti nemici degli Spartani e di nuovo mise in fuga tutte le truppe. Peraltro, apportò molte cose nuove (nel senso di "innovazioni, nuove tecniche") nella pratica militare, mutò le armi della fanteria, e soprattutto introdusse un nuovo genere di corazze; educò gli eserciti alla disciplina militare. In più, (Ificrate) fu un buon cittadino, e mantenne una grande lealtà verso tutti, sia nelle circostanze favorevoli, sia nelle avversità; sia in tempo di pace, sia in tempo di guerra, placò rivalità e odi. Visse sino alla vecchiaia, rispettò sempre le leggi dello Stato, contrastò le debolezze e il lusso eccessivo, curò la devozione e la fedeltà.
- Quidam agricola, qui gloriari solebat, narrabat suis vicinis olim se vidisse brassicam tam latam ...
- M. Pupius Piso, orator Romanus, in servos nimiam severitatem adhibere solebat. Servi semper ...
- Histrio in terra Graeca fuit fama celebri, qui gestus et vocis claritudine et venustate ceteris ...
- Olim mercator non solum in Aegypto et Graecia ...