Romae patricii ingentes divitias et civitatem arroganter administrabant. Plebeii autem graves labore
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A Roma, i patrizi possedevano cospicue ricchezze, ed amministravano la città in maniera altèra. I plebei, al contrario, sopportavano pesanti fatiche, pagavano tasse pesanti, ed erano poveri: e così la vita dei plebei era ardua e difficoltosa. Perciò i plebei abbandonano la città, si ritirano sul Monte Sacro, e lì allestiscono un piccolo accampamento. Infatti pensano così: Non coltiveremo i campi degli uomini ricchi. I campi non daranno i raccolti, i patrizi non avranno il pane. Noi, al contrario, semineremo qui il grano, ed avremo il pane; i patrizi ascolteranno senz'altro le preghiere della plebe indigente. A questo punto i patrizi inviano degli ambasciatori alla plebe, che riferiscono le parole dei senatori: Tornate in città, i patrizi saranno giusti, cancelleranno i vostri debiti, ripartiranno i profitti in parti eque. Allora i plebei mettono la parte il piano temerario, e ritornano nella città; i patrizi rispettano le cose promesse ed i cittadini Romani recuperano la concordia.
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Scipione, prima di far uscire l'esercito sul campo, tenne un discorso siffatto: Il nuovo comandante deve parlare poco dinanzi ai nuovi soldati. Adesso voi dovete combattere, o soldati, contro quelli che avete sconfitto in mare e sulla terraferma in una guerra precedente, dai quali avete riscosso la paga militare per vent'anni. Siete in procinto di battervi con questi cavalieri, con questi fanti. Ma adesso non dovete combattere per l'onore soltanto, ma per la salvezza! Non (dovete combattere) per il possesso della Sicilia e della Sardegna, delle quali si trattava una volta, ma dovete combattere per l'Italia. E non c'è un altro esercito alle spalle, che, se noi non vinciamo, possa ostacolare il nemico. Occorre resistere in questo luogo, o soldati, allo stesso modo che davanti alle mura di Roma. Non devono essere protetti solamente i nostri corpi, ma le consorti e i figlioletti; né si devono considerare soltanto i doveri familiari, ma è necessario pensare che il senato e l'intero popolo Romano, adesso, fissano le nostre mani.
Diogenes philosophus erat et vitam parcam agebat. Divitias spernebat et in dolio ligneo solus viveba
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Diogene era filosofo e conduceva una vita parsimoniosa. Disprezzava la ricchezza, e viveva da solo all'interno di una botte di legno. Un giorno, un uomo che possedeva grande ricchezza, invita il filosofo a cena. Il filosofo arriva alla villa dell'uomo, ma il padrone e i suoi servitori non lo ammettono allo sfarzoso banchetto. Infatti Diogene indossa una tunica sporca, di pezza: non (si) taglia la barba, e non pettina i capelli. Allora Diogene ritorna alla sua botte: chiede ai propri amici un abito di seta, e lo indossa, si taglia la barba, e si pettina i capelli. E così l'uomo ricco lo ammette alla cena: infatti adesso Diogene vestiva un magnifico abito. Tuttavia il filosofo non mangia il cibo e il vino, ma li sparge sull'abito. I commensali, attoniti, domandano la ragione. Allora (Diogene) risponde al padrone e ai servitori di lui: La mia bella tunica deve mangiare! Infatti il padrone ha inviato a cena una tunica, non un filosofo!
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Il padre lasciò noi due fratelli, e per sua concessione (lett. : al plurale), volle un terzo, Giugurta, unito a noi. Il primo di loro è stato ucciso, io in persona ho evitato a stento le mani sacrileghe del secondo. Che cosa dovrei fare? Oppure dove, sventurato, dovrei dirigermi? Le protezioni della famiglia sono tutte venute meno. Mio padre, com'era inevitabile, ha ceduto alla Natura. A mio fratello un parente ha strappato la vita con un delitto, cosa che egli non ha meritato. Tutti gli altri sodali, gli amici, i parenti li ha abbattuti chi una sciagura chi un'altra: una parte, catturati da Giugurta, sono stati messi su una croce, una parte sono stati gettati alle bestie feroci, i pochi ai quali l'anima è stata lasciata, imprigionati al buio, trascorrono una vita dura, con afflizione e rimpianto.
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L'età dell'oro era magnifica: gli esseri umani vivevano in maniera decorosa e parsimoniosa, veneravano gli dèi, praticavano la giustizia, mantenevano la parola data. Non esistevano le punizioni, né la paura, non c'erano le leggi e neppure i giudici, né le mura delle città, né i confini dei campi, ma tutti erano al sicuro. Né la guerra, né i ladri, né la consapevolezza dei crimini, né il timore della morte spaventavano gli esseri umani. L'agnello dormiva insieme al lupo, la capretta dormiva insieme alla tigre. Persino il clima era sempre stabile e (sempre) mite. La terra era piena di nutrimenti, e, senza essere toccata dal rastrello e dagli aratri, forniva tutte le cose. Soddisfatti di cibi modesti, gli esseri umani raccoglievano frutti e fragole montane, ghiande e more nei roveti ispidi. Dai rami provvisti di fronde pendevano dolci frutti. C'era un'eterna primavera, e gli Zefiri tranquilli, con brezze delicate, accarezzavano i fiori.
- Campana luxuria utilis nostrae civitati fuit quoniam Hannibalm attraxit et Romano militi ...
- Multi cives Romani congerebant divitias aurumque et soli culti multos agros tenebant ...
- Athenae multis poetis rhetoribusque clarae erant, ideo Romani eas culturae atque humanitatis exemplu
- Moyses gentis Hebraicae primus omnium divinasleges sacris litteris explicavit. Phoroneus rex Graecis