Iam Romani propitiis deis potentes esse coeperunt. Bellum enim in centesimo et tricesimo fere miliar
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Ormai i Romani, grazie al favore degli dei, cominciavano ad essere potenti. Si combatteva infatti una guerra all'incirca a centotrenta miglia da Roma, presso i Sanniti, che si trovano a metà strada fra il Piceno, la Campania e l'Apulia. L. Papirio Cursore partì per questa guerra con la carica di dittatore. Quando costui tornò a Roma, comandò a Q. Fabio Massimo, il generale di cavalleria che lasciò presso l'esercito, di non combattere mentre egli era assente. Quello, dato che aveva trovato una circostanza favorevole, combatté con esito assolutamente positivo, e annientò i Sanniti. Dopo che, per questa ragione, fu stato condannato a morte dal dittatore, poiché aveva combattuto nonostante il divieto di lui, fu assolto per via dell'enorme favore dei soldati e del popolo, dopo che contro Papirio era scoppiata una sommossa tanto grande che per poco non venne ucciso.
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Magari il fattore avesse agito in questa maniera! Ma spesso molte cose l'hanno ostacolato. Questi saranno infatti i doveri del fattore. Che i giorni festivi vengano rispettati. Che tenga la mano lontana dal denaro altrui, e che conservi diligentemente il proprio. Che la servitù si astenga dai litigi. Che la schiavitù non abbia male, che non patisca il freddo, e che non patisca la fame. Che pratichi bene il lavoro. Che renda grazie in cambio di una concessione, affinché per gli altri sia piacevole agire onestamente. Che il fattore non sia bighellone, che sia sempre sobrio. Che mantenga indaffarata la servitù. Che consideri propri amici gli amici del padrone. Che non compia riti sacri su un altare o su un focolare tranne che in occasione dei Compitali. Che non conceda credito a nessuno senza un ordine del padrone.
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Sopra un carro c'era una mosca, e rimproverava aspramente una mula: O mula, sei lenta. Al contrario la mula diceva: Non mi turbano le tue dure parole, ma lo spavento del carrettiere. Infatti il carrettiere è sulla sella, governa il mio giogo, ed indica la giusta strada. La favola biasima giustamente i consigli inutili.
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Dopo che i nemici si avvicinarono al nostro accampamento, il generale dei Romani esortò i soldati con queste parole: O soldati Romani, che avete partecipato con me a molte battaglie, ora, alla fine, è vicina l'ora che voi tutti avete desiderato. I nemici non sono molto lontani dal nostro accampamento. Dunque combattete coraggiosamente contro i barbari! I nemici infatti sono stati sacrileghi: hanno violato i patti e le sacre leggi degli dèi. Dunque gli dèi saranno con noi e puniranno la loro perfidia. Siate valorosi: io stesso prenderò parte al combattimento. Ai Galli non sarà utile l'aiuto delle tribù. Contro le armi dei Romani tutte le cose saranno inutili. Tutti devono venir meno al proprio dovere. Pochissimi nemici sopravvivranno alla disfatta, e saranno i testimoni della tenacia Romana e del vostro coraggio.
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Dopo L. Vero, governò lo Stato, da solo, M. Antonino, un uomo facilmente meritevole di lode. Fu pacato sin dal principio della vita: infatti è noto che, sin dalla fanciullezza, egli non cambiò nemmeno l'espressione, né a causa della gioia, né a causa dell'afflizione. Apprese la filosofia grazie ad Apollonio di Calcedonia, (apperese) la conoscenza della letteratura Greca grazie a Sesto di Cheronea, un nipote di Plutarco. Inoltre sappiamo che Frontone, un insigne oratore, gli insegnò la letteratura Latina. Costui a Roma trattò alla pari con tutti, non fu di alcuna arroganza e fu di pronta generosità (complementi di qualità). Risulta che amministrò le province con grande benevolenza e temperanza. Combattendo contro i Germani, questo imperatore condusse l'impresa con successo; egli combatté l'unica guerra contro i Marcomanni: gli storici, però, dichiarano che questa guerra fu, senza dubbio alcuno, memorabile. Tramandano che sotto M. Antonino ci fu un'epidemia; dicono che, dopo la vittoria in Persia, a Roma e per l'Italia e per le province, a causa della malattia, vennero a mancare una grande parte degli uomini, e pressappoco tutte le truppe dei soldati.
- Nos admiratione iam saturi ad ianuam pervenimus, in cuius poste libellus ...
- Milia civium Romanorum sub sacramento meo fuerunt circiter quingenta. Ex quibus deduxi in colonias .
- Hectore sepulto, cum Achilles circa moenia Troianorum vegaretur ac diceret se solum Troiam expuganvi
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