Antiqui Italiae populi multos deos atque multas deas colebant Dianam praesertim et Vestam et Minerva
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Gli antichi popoli dell'Italia veneravano molti dei e molte dee, in modo particolare Diana, Vesta e Minerva tra le dee; Saturno, Mercurio, Nettuno e Bacco tra gli dei. In ordine di nome, Diana era la dea e la sovrana di boschi; Vesta (la dea) della vita di casa, e Minerva la dea della conoscenza. A Saturno, antico dio dell'Italia, i Romani consacravano spesso templi sontuosi, dove custodivano il tesoro dello Stato. Mercurio era il messaggero degli dei, e il protettore del commercio e della ricchezza; con il caduceo conduceva le anime nel regno dei morti. Nettuno era il dio delle acque e il protettore dei marinai. Gli antichi abitanti dell'Italia costruivano per Nettuno splendidi templi e statue sui promontori. Il dio agitava continuamente le onde oppure all'improvviso le calmava.
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Tra gli dei antichi, Nettuno, figlio di Saturno e di Rea, deteneva il governo delle acque. Perciò era il signore non soltanto del mare, ma anche dei fiumi, dei torrenti, degli stagni e delle lagune; tuttavia il mare vasto e profondo era il regno principale e primario del dio. Gli antichi collocavano la dimora di Nettuno in un palazzo azzurro, splendido per via delle gemme e delle perle. Da lì il signore dell'Oceano si spostava e con un carro percorreva spazi smisurati. Tiravano il carro divino dei cavalli marini; i cavalli avevano criniere azzurre, zoccoli di bronzo, occhi feroci. Il dio aveva una corona regale, con la mano sinistra teneva le briglie, con la destra una fiocina, simbolo del potere.
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Il popolo dei Galli abitava tra l'Oceano, il fiume Reno e la Spagna, ma spesso abbandonava le sponde del Reno e i campi della Gallia e calava in Italia. I Galli non avevano città, ma villaggi e capanne, e abitavano volentieri le foreste. Non coltivavano i campi, tenevano in poco conto l'oro e l'argento, e coprivano i (loro) corpi con un mantello. Facevano sempre guerre contro i confinanti, combattevano con le lance e andavano in battaglia insieme alle mogli e ai figli; inoltre riportavano nei boschi sacri le statue degli dei, e ritornavano nelle foreste. Lasciavano alle donne la cura della mandria e dei cavalli, e gli uomini dormivano volentieri.
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Ormai il popolo degli Albani era sotto il dominio dei due gemelli. Allora Romolo e Remo stabiliscono di riunire la moltitudine degli Albani e dei Latini e fondare una città. L'uno scala le rocce del boscoso Palatino, l'altro scala l'Aventino. Remo vede sei uccelli, Romolo invece ne vede un numero doppio; perciò Romolo ha il potere della città. I gemelli scavano un fossato, sul fondo pongono del grano, riempiono il fossato con della terra e lì appoggiano un altare, dove arde un nuovo focolare. Romolo calca l'aratro e con un solco descrive un muro, una mucca bianca tira l'aratro insieme ad un toro bianco. Alla fine Romolo invoca gli dei con parole devote: O dei, e o dee, siate favorevoli! Date alla mia città una potenza duratura! Allora Giove, con un tuono da sinistra, offre un presagio positivo. Felici per l'augurio, gli abitanti scavano le fondamenta, e in breve compare il nuovo muro.
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Dedalo e il figlio Icaro erano prigionieri a Creta. Dedalo aveva una forte nostalgia della patria, ma il re Minosse chiude le vie di terra e del mare; così egli tenta le vie del cielo: con delle penne prepara delle ali, le lega con la cera e le adatta alle sue spalle. Poi adatta le ali anche al figlio, ma lo avverte in questa maniera: O figlio mio, vola in maniera prudente ed evita le fiamme di Apollo! Dà baci al figlio e spiccano il volo. Ma l'incauto Icaro non obbedisce agli insegnamenti di Dedalo; vola troppo in alto e la fiamma di Apollo scioglie la cera delle ali. Allora il povero fanciullo agita invano le braccia senza le ali e, mentre chiama Dedalo, perde la vita nel mare che ora chiamiamo "Icario".
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