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Non esse cupidum pecunia est, contentum vero suis rebus esse maximae sunt certissimaeque divitiae. Etenim si isti callidi rerum aestimatores prata et areas quasdam magno aestimant, quod ei generi possessionum minime quasi noceri potest, quanti est aestimanda virtus, quae nec eripi nec subripi potest neque naufragio neque incendio amittitur nec tempestatum nec temporum perturbatione mutatur! qua praediti qui sunt, soli sunt divites; soli enim possident res et fructuosas et sempiternas solique, quod est proprium divitiarum, contenti sunt rebus suis, satis esse putant, quod est, nihil adpetunt, nulla re egent, nihil sibi deesse sentiunt, nihil requirunt; inprobi autem et avari, quoniam incertas atque in casu positas possessiones habent et plus semper adpetunt, nec eorum quisquam adhuc inventus est, quoi, quod haberet, esset satis, non modo non copiosi ac divites, sed etiam inopes ac pauperes existimandi sunt
Non essere avido è un profitto : la piu grande e certa ricchezza è essere soddisfatto delle proprie cose. E infatti se questi astuti estimatori di beni giudicano molto i prati e certe aree, per il fatto che a quel genere di possedimento quasi per nulla può essere recato danno, quanto è da stimare la vitus, che né può essere sottratta né rubata in maniera fraudolenta, né si perde in naufragio o in un incendio, né può essere mutata dal turbamento delle circostanze o delle condizioni atmosferiche? Coloro che sono forniti di questa, sono i soli ricchi. Loro soli infatti possiedono cose fruttuose e durature, e soli, cosa che è propria delle ricchezze, sono contenti delle proprie cose, reputano essere abbastanza ciò che hanno, non aspirano a nulla, non bramano niente, dicono che non gli manca nulla, niente esigono. invece gli improbi e gli avidi, poiché hanno possedimenti incerti e riposti nel caso e aspirano sempre ad avere di più ( né è stato trovato finora qualcuno di questi a cui bastasse ciò che possedeva) non solo non sono da considerare benestanti e ricchi ma miseri e poveri. .
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Hispania Europae terminos claudit. Haec cognominata est Hiberia a flumine Hibero. Inter Africam et Galliam posita, Oceani freto et montibus Pyrenaeis clauditur. Minor est et Africa et Gallia sed illis fertilior: nam neque, ut Africa, violento sole torretur, neque, ut gallia, assiduis ventis fatigatur; sed, media inter utramque, miti caelo et et tempestivis imbribus utitur. Omnibus frugum generibus ita copiosa est ut etiam Romanis cunctarum rerum abundantiam praebeat. In Hispania enim non solum frumenti magna copia est sed ietiam vini, mellis oleique. In hac terra cursus amnium non torrentes rapidique sunt sed lenes et irrigui, plerique etiam divites auro, quod in arenis vehant. Hispanorum celebratur praecipue patientia: hominum enim corpora ad inediam laboremque sunt parata, animi ad mortem. Apud eos usque ad hoc tempus memoratur Viriatus ille, qui decem annos Romanorum exercitus varia fortuna fatigavit.
La Spagna chiude i confini dell'Europa. Questa è detta Iberia dal fiume Ibero. Posizionata tra l'Africa e la Gallia, è molto fertile: infatti non è né bruciata da un forte sole come l'Africa, né tormentata da continui venti come la Gallia, ma per il clima temperato e per le opportune e utili pioggie è produttiva in tutti i generi di messi. Offre abbondanza in tutte le cose, non solo ai suoi stessi abitanti, ma anche all'Italia e alla città romana. E' molto ricca di frumento, ma anche di vino, di miele e di olio. Grande è la quantità di lino e prodotti: sicuramente nessuna terra è più ricca di minio. In essa i corsi dei fiumi non sono impetuosi e forti, ma lenti, e irrigano le vigne e i campi, e sono estuari dell'Oceano, abbondantemente pescosi, molti sono anche ricchi d'oro. E' conclamata specialmente la pazienza degli spagnoli: infatti i corpi degli uomini sono preparati alla fame e alla fatica, le anime alla morte. Presso loro fino a questo tempo si ricorda quel Variato, che per dieci anni mise a dura prova l'esercito dei romani con alterna fortuna.
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Quattuor robustos filios, quinque filias, tantam domum, tantas clientelas Appius regebat et caecus et senex, intentum enim animum tamquam arcum habebat nec languescens succumbebat senectuti. Tenebat non modo auctoritatem, sed etiam imperium in suos: metuebant servi, verebantur liberi, carum omnes habebant; vigebat in illa domo mos patrius et disciplina. Ita enim senectus honesta est, si se ipsa defendit, si ius suum retinet, si nemini emancipata est, si usque ad ultimum spiritum dominatur in suos. Ut enim adulescentem in quo est senile aliquid, sic senem in quo est aliquid adulescentis probo; quod qui sequitur, corpore senex esse poterit, animo numquam erit.
Quattro figli nel fiore degli anni, cinque figlie, una grande casa, una numerosa clientela: ecco su chi dominava Appio Claudio, ed era cieco e vecchio. Teneva infatti l'animo teso come un arco e non soccombeva alla vecchiaia cedendo all'inerzia. Conservava non solo l'autorità, ma anche il comando sui suoi; i servi lo temevano, i figli lo rispettavano, tutti lo avevano caro; in quella casa vigeva la tradizione e la disciplina dei Padri. La vecchiaia è infatti rispettata soltanto se sa difendersi da sola, se mantiene inalterati i propri diritti, se non si rende schiava di nessuno, se sino all'ultimo respiro esercita il dominio sui suoi. Come infatti approvo il giovane in cui ci sia qualcosa di senile, così il vecchio in cui ci sia qualcosa di giovanile; chi si attiene a tale norma potrà essere vecchio di corpo, ma non lo sarà mai di spirito.
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Inizio: Antiqui poetae Aeneam, Veneris et Anchisae filium, magnis laudibus ob miram pietatem erga deos et homines celebraverunt. Fine: Ita Aenas oppidum condidit et a nomine uxoris Lavinium appelavit
Gli antichi poeti celebrarono Enea figlio di Venere e di Anchise con grandi lodi a causa della sorprendente devozione verso gli dei e gli uomini. Quando i greco con un inganno ignobile espugnarono Troia famosa città. Enea portando sulle spalle il vecchio padre scappò dalla patria ed intraprese un arduo viaggio. Vagò per 7 anni a causa dell'ira di Giunone sempre avversa ai troiani. Quindi dopo molte fatiche e molti pericoli arrivò a Cartagine dove così come cantano i poeti il condottiero dei discendenti di troia (ovvero enea) fu a lungo ospiete presso la regina Didone. In seguito andò in Italia infine con pochi superstiti arrivò alle coste del Lazio dove regnava il re latino. Come prima cosa il re dei latini fece un patto di futura amicizia con i troiani quindi diede in matrimonio al comandante degli stranieri la figlia lavinia. Per questo motivo suscità la rabbia di Turno Re dei Rutili promesso sposo di Lavinia, infatti Turno combattè in duello con Enea e morì con una ferita mortale Così Enea fondò una citta e la chiamò "lavinio" dal nome della moglie