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Filippo, re di Macedonia, viene considerato un uomo amante nella stessa misura delle armi e dei banchetti: infatti, da un parte allestisce frequentemente banchetti sontuosi, dall'altra consuma in strumenti di guerra il suo denaro. L'intelligenza di Filippo è elogiata spesso. Ama non soltanto la misericordia, ma anche il tradimento e l'inganno. Infatti coltiva amicizie, passatempi e affari non per passione, ma ai fini di un suo tornaconto, nell'odio è solito fingere benevolenza, dapprima suscita inimicizie tra gli amici, poi le seda in qualità di paciere. L'eloquenza di Filippo viene spesso esaltata dagli uomini della Macedonia: egli sceglie le parole con cura e le tiene a mente in maniera ammirevole. Alessandro, il figlio di Filippo, invece, conduce apertamente le guerre, senza infingimenti, ma non sa dissimulare la collera. Ama eccessivamente il vino, il dono del dio Bacco, e nei banchetti spesso si accanisce contro gli amici: a causa di una piccola offesa è solito punire e talvolta uccidere. Narriamo degli esempi della ferocia di Alessandro: nella sua casa l'uomo trafigge con la spada Clito durante un banchetto. Dà in pasto alle bestie feroci Lisimaco, suo amico, mantiene il Rodiese Telesforo in una gabbia, come un animale selvatico.
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T. Pomponio Attico viveva a Roma, ed amava la letteratura e la cultura, ma disprezzava la guerra. Imparava velocemente le teorie filosofiche, e, per questa ragione, nella fanciullezza superava i compagni di studi; i compagni di studi, però, elogiavano Attico. Attico aveva molti amici: nel gruppo degli amici c'erano L. Torquato e C. Mario il giovane (lett. : "C. Mario figlio"). All'epoca, a Roma, si svolgeva una guerra civile. Dunque Attico abbandona Roma, e giunge ad Atene: lì trascorre la vita negli studi letterari; più tardi, trasferisce ad Atene una grande quantità dei suoi beni: viveva decorosamente, e si comportava in maniera assennata. Per questa ragione, gli abitanti di Atene elogiavano sempre Attico. Infatti, nell'uomo c'era grande gentilezza. Spesso, inoltre, egli donava il grano agli abitanti di Atene: così, gli abitanti di Atene elogiavano sempre la sua generosità nei confronti dei bisognosi.
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Alessandro, re dei Macedoni, fa entrare una falange nella città di Persepoli, sede degli antichi sovrani Persiani. La maggior parte dei barbari aveva disertato la città e, sconvolti dalla paura, si erano dileguati. Il re aveva in parte conquistato, in parte aveva accolto sotto la propria tutela molte città, traboccanti di opulenza regale, ma le ricchezze di Persepoli superarono tutte quelle precedenti. Nella città, i barbari avevano ammassato le ricchezze dell'intera Persia: la città era traboccante d'oro e d'argento, colma di vesti pregiate e di suppellettili realizzate non per utilizzo, ma per esibizione del lusso. Nella città presa, non si scatenò solamente la cupidigia, ma anche la crudeltà: i soldati, sovraccarichi di oro e di argento, massacravano i corpi sviliti dei prigionieri. Molti precedettero con una morte intenzionale la mano dei nemici, gettandosi, vestiti con una veste pregiata, a capofitto dalle mura insieme alle mogli ed ai figli. Alcuni avevano appiccato il fuoco alle case, e furono arsi vivi insieme ai propri cari. I Macedoni razziarono ogni cosa e, carichi di bottino, trasportarono il tesoro regale per mezzo di bestie da soma e di cammelli.
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Piramo e Tisbe, a Babilonia, occupavano (due) edifici affiancati. Piramo era un bel fanciullo, e Tisbe era una bella fanciulla. Un giorno, Piramo vede la fanciulla, e improvvisamente la ama. Piramo aveva intenzione di prendere in moglie Tisbe, ma i crudeli genitori del fanciullo e della fanciulla vietano le nozze. Però l'amore cresceva, e il fanciullo amava intensamente la fanciulla. All'interno degli edifici c'era un muro spaccato da una stretta fessura: Piramo e Tisbe, felici, vedono la fessura del muro, e, attraverso la fessura, il fanciullo invia una lettera alla fanciulla amata. Spesso, Tisbe stava ferma di qua, e Piramo di là, e la fanciulla ascoltava le dolci parole del fanciullo. Di tanto in tanto la fanciulla diceva: O muro ostile, perché stai dinnanzi a Piramo? E così, un giorno, decidono di incontrarsi presso il mausoleo di Nino, il sovrano dell'Assiria, e di nascondersi sotto l'ombra di un moro. C'erano le tenebre: Tisbe scappa dalla casa paterna, giunge presso l'alto moro e si siede sotto il moro. All'improvviso, arriva una leonessa: infatti aveva intenzione di bere l'acqua in un fiume vicino. La fanciulla, spaventatissima, vede la leonessa da lontano, e fugge in una caverna buia, ma lascia il mantello. La leonessa feroce beve molta acqua, e sta per ritornare nelle foreste, ma, per caso, con la bocca bagnata di sangue, strappa il mantello della fanciulla. Piramo, però vede le orme della bestia feroce, e trova il mantello insanguinato della fanciulla: piange, dà baci al mantello, chiama la fanciulla amata, ma invano. Infine affonda la spada nel (suo) ventre, e si accascia supino. Poco dopo la fanciulla ritorna presso l'alto moro, ed ha intenzione di attendere di nuovo l'amato fanciullo. Ma, all'improvviso, vede Piramo, gravemente ferito. La fanciulla infelice piange, affonda la spada nel (suo) ventre, e muore insieme al fanciullo amato.
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Una volta un'aquila feroce prese i piccoli di una piccola volpe, e li mise nel nido, affinché i suoi piccoli avessero cibo. La piccola volpe triste seguì l'aquila feroce e cominciò a pregarla di non arrecarle una grande sofferenza. L'aquila crudele disprezzò la piccola volpe stremata, e rimase sull'albero. Allora l'astuta piccola volpe strappò a un altare una fiaccola accesa e circondò tutto l'albero con le fiamme. L'aquila, preoccupata per la vita dei suoi piccoli, per salvare i suoi, supplicante restituì alla piccola volpe astuta intatti i figli.
- Schoeneus, Beotiae dominus, Atalantam, formosam innuptamque filiam, habebat ...
- T. Pomponius Atticus Romae vivebat et litteris studebat: nam litteras doctrinasque amabat, sed bellu
- Protesilaus, Graeciae vir, pulchram Laodamiam, Acasti filiam, in matrimonium ducit, sed postea amata
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