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Tra Romani e Veienti sorse una guerra. I Veienti fecero una scorreria nel territorio romano e depredarono le campagne. Non collocarono l'accampamento né attesero l'esercito dei nemici, ma fecero ritorno a Veio, portando con sé il bottino razziato dai campi devastati. Di contro i Romani, dopo che non trovarono i nemici nelle campagne, oltrepassarono il Tevere, preparati ed impazienti per lo scontro finale. Dopo che i Romani situarono l'accampamento e si avvicinarono alla città, i Veienti marciarono (loro) incontro. Si combatté in un campo pianeggiante. Qui ebbe la meglio il re romano, contando nella potenza dell'esercito esperto; e, inseguendo i nemici dispersi fino alle mura, si tenne alla larga dalla città, salda grazie alle mura e protetta per posizione, depreda i campi tornando. I Veienti, soggiogati dalla disfatta e dalla battaglia infausta, richiesero la pace. Furono multati in terreno e fu accordata una tregua della durata di cento anni.
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La sorgente era limpida, argentea di acque splendenti; c'era l'erba intorno, e una fitta foresta. Narciso, spossato per il caldo, arriva alla sorgente e vuole calmare la sete. Mentre beve, rapito dall'immagine riflessa, si innamora del volto senza corpo. Il ragazzo si stupisce davanti a sé stesso e, fisso, contempla il bellissimo viso. Distesosi a terra, osserva i propri occhi e i capelli, degni di Apollo, e le gote imberbi e il collo bianco come l'avorio e la grazia della bocca e rossore mescolato al candore niveo, e ammira tutte insieme le cose per le quali è mirabile: desidera, inconsapevole, sé stesso, e ama ardentemente la propria immagine. Immerge le sue braccia nell'acqua e abbraccia il collo intravisto. O ingenuo, perché abbracci invano effimeri fantasmi? Il ragazzo che scorgi è l'ombra dell'immagine riflessa: viene e si ferma con te; con te se ne va. Narciso, però, guarda con occhio insaziabile l'ingannevole figura e, sollevatosi un poco, grida: Perché, o ragazzo senza pari, mi inganni, dove fuggi? Di certo non fuggi il mio aspetto. Quando io ti ho offerto le braccia, tu mi hai offerto le braccia, quando io ti ho sorriso, tu mi sorridi. Io sono un giovane! Ho compreso, e la mia immagine non mi tradisce; ardo per l'amore di me stesso. Quello che bramo, sta con me. E la sofferenza, ormai, toglie le forze, e la morte è vicina. Parlò, e con le lacrime increspò le acque e colpì il petto nudo con le bianche mani. Chinò la testa stanca tra l'erba verde, e la morte chiuse gli occhi del bellissimo Narciso.
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L'intera India è rivolta ad Oriente. I fiumi dell'India sgorgano dal Caucaso e scorrono attraverso i campi. L'Indo porta acque gelide e azzurre. Il Gange scorre da una regione meridionale. Il Diardine scorre attraverso le regioni più lontane dell'India: alimenta non soltanto i coccodrilli, ma anche i delfini ed animali mirabili per i popoli. L'intera India è ripartita dai fiumi. I terreni producono una grande abbondanza di lino: infatti gli abitanti dell'India hanno tuniche di lino. I fiumi trasportano oro. Il mare riversa sulle coste pietre preziose e perle. Bende di lino fasciano le teste degli uomini; dalle orecchie pendono piccole pietre, anche le braccia e gli avambracci sono abbelliti con l'oro. Pettinano spesso la chioma, ma raramente la tagliano. Il re conduce una vita sontuosa: sta disteso in una lettiga d'oro, vive in una reggia insieme a moltissimi servitori. La reggia ha colonne dorate: la reggia è abbellita da statue d'argento.
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Abbiamo intenzione di parlare di Turia e Sulpicia, illustrissimi esempi di affetto coniugale: Ascoltate! La moglie Turia, non senza un proprio grande pericolo, tiene al riparo dalla futura esecuzione Q. Lucrezio, proscritto dai triumviri, nascosto tra la volta e il tetto della camera da letto, grazie all'aiuta di un'unica piccola ancella messa al corrente. Tutti gli altri proscritti si salvavano a stento in luoghi estranei e spiacevoli, tramite straordinarie sofferenze del corpo e dell'animo. Q. Lucrezio invece, riposava tranquillo con l'amata e apprezzata Turia. Sulpicia abbandonò la propria casa ed i propria parenti intenzionata a raggiungere in Sicilia suo marito Lentulo, proscritto dai triumviri. Vestita di un abito modesto e semplice, insieme a poche ancelle ed altrettanti servitori, raggiunse suo marito per mezzo di una fuga clandestina.
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I Romani, a causa di torti subìti dagli ambasciatori dei Romani, conducevano una guerra con i Tarentini, che sono gli abitanti della parte estrema dell'Italia. I Tarentini, però, chiedo aiuto e sostegno a Pirro, il re dell'Epiro. Pirro era un giovane perspicace, di grande audacia, che era intenzionato a far crescere, per mezzo della guerra, la propria gloria e il proprio regno, e che, non senza ragione, definiva Achille il progenitore della sua stirpe. Attracca in Puglia con molte imbarcazioni, ed allora, per la prima volta, i soldati Romani vedono un nemico d'oltremare. Il comandante della guerra era il console P. Valerio Levino, che cattura le spie del re e le guida attraverso l'accampamento, mostra le truppe e le fortificazioni, e (poi) le lascia andare libere e senza violenze. L'autorevolezza, e al contempo la sicurezza del comandante Romano, agitano gli animi delle spie: infatti, (esse) vedono i fanti e i cavalieri, e anche gli artigiani in armi, dediti alle fortificazioni senza nessun timore e nessuna lagnanza. Nella prima battaglia Pirro esce vincitore, non soltanto grazie al valore dei suoi soldati, ma anche grazie all'aiuto degli elefanti, infatti le truppe Romane vengono spaventate dalle grandi bestie che non conoscevano. Tuttavia, conquista l'animo del re dell'Epiro l'ammirazione sia dell'onore, sia del valore dei soldati Romani. Il re così esclama: O dèi, concedete a Pirro soldati siffatti: sarò il padrone del mondo intero.
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