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Tra i molti poeti abili nell'adulare, che Dionigi, il tiranno di Siracusa, aveva presso la propria reggia, c'era Filosseno, un illustre poeta, il quale, da solo, ignaro della simulazione, rivela apertamente la sua opinione negativa in un banchetto nel quale, con gli amici e gli schiavi, ascoltava gli sciocchi versiccioli che venivano recitati da Dionigi, desideroso di gloria. Offeso dall'eccessiva schiettezza del poeta, il tiranno manda Filosseno nelle latomie, che erano le carceri di Stato. Il giorno dopo, però, implorato dagli amici, Dionigi ammette di nuovo Filosseno ad un banchetto. Il tiranno recita poesie in maniera straordinaria e, in merito ai suoi versiccioli, che considerava senza dubbio squisiti e piacevoli, chiede l'opinione di Filosseno. Il poeta, un uomo assolutamente schietto, non vuole elogiare le poesie del tiranno, perciò, senza indugio, va via dalla casa. Interrogato da un amico – Dove vai, poveretto? – risponde assolutamente calmo: Nelle latomie.
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Roma è un illustre luogo dell'Italia. A Roma ci sono molte dee, gradite alle fanciulle a alle matrone. Minerva, dea della conoscenza, è la protettrice delle scuole, delle scienze e della letteratura. Sugli altari di Minerva ci sono corone di rose e di viole. A Minerva sono sacre la civetta e l'ulivo. Diana, la figlia di Latona, è la dea dei boschi e la regina delle ninfe. Negli ombrosi boschi dell'Italia ci sono splendide statue della dea, insieme ad altari. A Diana sono sacre anche la faretra, le frecce e le bestie feroci. Sotto la custodia di Proserpina ci sono le tenebre e le ombre degli Inferi. La principale delle dèe è Era, la regina delle dèe, la protettrice delle nozze e delle matrone. La dea Fortuna è signora degli abitanti del cielo e della terra, e la protettrice del denaro. Alla dea Fortuna sono sacre le spille preziose delle matrone e delle figlie ed i bracciali d'oro. Ma la Fortuna non sempre è prospera verso gli abitanti di Roma.
Scythia autem in orientem porrecta includitur ab uno latere ponto, ab altero montibus Riphaeis, a te
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La Scizia invece, protesa verso oriente, è cinta da un lato dal Ponto, dall'altro dai monti Rifei, dalla parte posteriore dall'Asia e dal fiume Faso. Si estende considerevolmente in lunghezza e in ampiezza. Le persone non hanno alcun confine tra di loro. Né, infatti, lavorano la terra, né gli abitanti possiedono alcuna abitazione, o ricovero, o sede: difatti, i capi di bestiame ele mandrie pascolano ininterrottamente, e sono soliti vagare per località desertiche ed incolte. (Gli Sciti) Sono soliti trasportare le mogli ed i figli con loro sui carri, che utilizzano a mò di case. La giustizia viene esercitata conformemente all'indole della popolazione, e non a leggi. Non desiderano oro e argento, come i restanti mortali. Hanno l'abitudine di nutrirsi di latte e di miele. L'impiego della lana e degli abiti è sconosciuto alle persone: si vestono con pelli di bestie selvatiche e di topi. La moderatezza delle abitudini ha dato loro anche l'onestà: non osano, infatti, bramare la ricchezza degli altri. Per tre volte hanno cercato di ottenere il dominio dell'Asia; sono sempre rimasti liberi oppure non intaccati dal dominio straniero. Fecero allontanare dalla Scizia Dario, re dei Persiani, con una fuga disonorevole, e trucidarono Ciro insieme a tutto l'esercito; allo stesso modo eliminarono il condottiero di Alessandro Magno, Zopirione, con tutte quante le truppe. Fondarono l'impero dei Parti e dei Battriani.
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Dunque ad Adriano, nel governo di Roma e delle province, successe T. Antonino Fulvio Boionio, nato da una famiglia illustre, ma non particolarmente antica; era considerato un grande uomo. Amava gli uomini giusti, viceversa disprezzava gli uomini disonesti, manteneva ricco l'erario di Roma, era apprezzato dai cittadini per via della benevolenza. I popoli barbari deponevano le armi, ricomponevano le controversie ed obbedivano al parere di Antonino. Dai cittadini e dagli stranieri era definito "il Pio" per via della clemenza. Morì a Lorio, una sua tenuta, e meritatamente veniva innalzato tra gli dei Superi. Successivamente governano Roma M. Antonino Vero e L. Annio Antonino Vero. Vero Annio Antonino aveva la figlia di M. Antonino in sposa, invece M. Antonino era il genero di Antonino il Pio tramite la moglie Galeria Faustina, sua cugina. Costoro, insieme agli alleati, conducevano una guerra contro i Parti, feroci nemici di Roma.
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Lisandro viene messo al mondo a Sparta, e lascia un grande ricordo della sua vita. Infatti gli abitanti di Atene facevano una guerra contro gli abitanti del Peloponneso. Lisandro sconfigge in battaglia gli abitanti di Atene, non grazie al coraggio delle sue truppe, ma grazie all'indisciplina dei nemici: infatti gli abitanti di Atene non ascoltavano gli ordini dei comandanti, ma abbandonavano le navi e davano le spalle agli Spartani. Per questa ragione venivano sottomessi dagli avversari. Dopo la vittoria sugli abitanti di Atene, Lisandro si fa superbo: alla fine gli Spartani cadono in odio alla Grecia. Presso il fiume Ego, Lisandro sconfigge in battaglia le truppe di Atene. In ogni luogo affida il potere a dieci cittadini. Così, fonda nelle città della Grecia il potere dei decemviri. Dopo la vittoria, Lisandro tornava dall'Asia e deviava verso Taso: infatti Taso era un'isola leale verso gli abitanti di Atene, e Lisandro desiderava rovesciare Taso. Nel frattempo, gli Spartani smantellano il potere dei decemviri di Lisandro, e Lisandro si infiamma di collera. Gli Spartani facevano le guerre sulla base dei pareri degli dei: Lisandro, per primo, cerca di corrompere l'oracolo di Delfi, ma invano. Allora si dirige a Dodona; infatti a Dodona, in Epiro, c'era un oracolo di Giove: anche da qui viene scacciato. Alla fine giunge presso il tempio di Giove, in Egitto, ma i sovrintendenti di Giove scacciano Lisandro dal tempio; mandano ambasciatori a Sparta e accusano Lisandro, ma Lisandro viene assolto. Successivamente Lisandro viene inviato in aiuto agli abitanti di Orcomeno, e viene ucciso dai Tebani presso Aliarto.