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Il luogotenente C. Mario giunse a Zama. La città, situata in pianura, era protetta da opere di fortificazione, ricca di uomini e di armi. Il console Metello assedia dunque con l'esercito tutte insieme le mura. Quindi, lanciato il segnale, un clamore immenso si leva da ogni parte, i Numidi però restano fermi, ostili e attenti, senza confusione. Si ingaggia il combattimento. I Romani combattono a distanza con proiettili di piombo e sassi, altri avanzano, e ora scavano sotto il muro, ora (lo) attaccano per mezzo di scale; vogliono combattere corpo a corpo. Gli abitanti della città fanno rotolare sassi sui Romani, lanciano piccole lance, giavellotti, in aggiunta rovesciano pece mista a resina e zolfo. I proiettili, sferrati da macchine da lancio oppure a mano, feriscono i più. Mentre in tal modo si combatte presso Zama, Giugurta invade all'improvviso l'accampamento dei nemici con un fitto manipolo. Ma i nostri, scossi da paura improvvisa, in parte scappano, in parte impugnano le armi; tanti vengono feriti oppure vengono uccisi. Pochi, memori della gloria romana, scagliano indietro i dardi lanciati da lontano, e con grande violenza abbattono, disperdono e mettono in fuga i Numidi. Nel frattempo Metello avverte un grido nemico alle spalle: perciò manda precipitosamente all'accampamento tutta la cavalleria e, all'istante, C. Mario insieme alle coorti ausiliarie. Numerosi Numidi vengono uccisi e Giugurta, bloccato dalle opere di fortificazione dell'accampamento, fugge in posti sicuri.
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La reputazione e la notorietà di Archia, poeta di talento non piccolo, erano grandi in molte regioni dell'Asia, e in tutta la Grecia. All'epoca l'Italia era piena di arti e di dottrine Greche, ed anche nel Lazio venivano praticati studi in grande quantità, e, qui a Roma, per via della tranquillità della città, non venivano trascurati. E perciò, sia i Tarentini, sia i Reggini, sia i Napoletani fecero dono ad Archia della cittadinanza e di tutti gli altri premi, perché è una cosa caratteristica di un grande poeta. E gli uomini che avevano la capacità di valutare i talenti, lo ritennero degno di conoscenza e di ospitalità. Noto per l'enorme diffusione della fama, giunse a Roma. Immediatamente i Luculli invitarono nella loro casa Archia, rivestito della toga pretesta. Era simpatico a Metello Numidico e al figlio Pio, veniva ascoltato da M. Emilio; viveva con Q. Catulo padre e Q. Catulo (suo) figlio; veniva frequentato da L. Crasso, manteneva affezionata con un'abituale frequentazione tutta la casata degli Ortensi, e inoltre i Luculli, e Druso, e gli Ottavi, e Catone, e godeva di grande rispetto. Intanto si recò in Sicilia insieme a M. Lucullo, dopo pochi mesi andò via dalla provincia con Lucullo e giunse ad Eraclea, che era una città dai pieni diritti e alleata; Archia, che era ritenuto degno del diritto di cittadinanza, a qual punto ottenne, grazie all'autorevolezza e al favore di Lucullo, la cittadinanza dagli abitanti di Eraclea.
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Alessandro Paride porta via Elena, moglie di Menelao. Così Agamennone, insieme a Menelao, e a uomini scelti della Grecia, è in procinto di di recarsi a Troia: infatti ha intenzione di reclamare Elena. A causa della collera di Diana, una tempesta tratteneva i Greci in Grecia: infatti Agamennone viola una cerva di Diana, e offende la dèa. L'uomo convoca un indovino, e l'indovino risponde: Tu sei destinato a sacrificare Ifigenia, tua figlia: così sconterai l'offesa alla dèa. Agammenone ascolta le parole dell'indovino, ma si rifiuta di sacrificare la figlia. Allora Ulisse, uomo astuto, mandato presso Ifigenia, figlia di Clitemnestra, e presso Clitemnestra, insieme ad un amico fidato, riferisce parole mendaci: O Clitemnestra, Ifigenia sarà data in matrimonio ad Achille. Successivamente Ulisse, porta Ifigenia, fanciulla sventurata, di fronte alle truppe Greche, ed Agamennone stabilisce di sacrificare la figlia; ma Diana, dèa delle foreste, ha intenzione di salvare la fanciulla: così mette una cerva al posto di Ifigenia, e attraverso un cielo nuvoloso, trasporta Ifigenia nella regione della Tauride.
Miltiades Cimonis filius et antiquitate generis et gloria avorum et sua modestia florebat atque Athe
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Milziade, il figlio di Cimone, prosperava sia per via dell'antichità della stirpe, sia per via della gloria degli antenati, sia per via della propria temperanza, e gli Ateniesi, al suo riguardo, avevano buone speranze. Alla fine dell'inverno, Atene stabilì di inviare dei coloni nel Chersoneso, ma c'era un alto numero di coloni che chiedevano la partecipazione al trasferimento; così, vennero inviati a Delfi ambasciatori scelti, e consultarono l'oracolo di Apollo in merito alla scelta del comandante. Ed infatti, all'epoca, occupavano quelle regioni i Traci, con i quali era necessario lottare con le armi. La Pizia rispose in questa maniera: È compito di Milziade fondare la colonia, perciò prendete come comandate Milziade: le cose intraprese avranno successo. Per via del responso dell'oracolo, Milziade, insieme a soldati scelti e ad una flotta, si diresse verso il Chersoneso, e vi giunse. In pochi mesi sconfisse le truppe dei barbari, e conquistò l'intera regione, e fortificò i luoghi adeguati con dei fortini, e mise nei campi una moltitudine di coloni, e li arricchì con frequenti saccheggi. Milziade fu aiutato da una sorte favorevole, ma fu anche un uomo dalla straordinaria accortezza, infatti sconfisse i nemici grazie al valore suo e dei soldati, e fondò la colonia con grande senso di giustizia, e decise di rimanere lì egli stesso. Tra i coloni era di un'autorevolezza regale, sebbene fosse (lett. : "era") privo del titolo di re, e non governò la colonia con autoritarismo più che con giustizia. Successivamente, portò con successo sotto l'egemonia degli Ateniesi tutte le altre isole che si chiamano Cicladi.
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Anfione, figlio di Antiope, prende in matrimonio Niobe; da Niobe genera molti figli e molte figlie; la sciocca Niobe mette i suoi figli al di sopra di quelli di Latona. Infatti il numero dei figli Niobe supera il numero dei figli di Latona; i figli di Latona, però, erano Apollo e Diana. Un giorno i figli di Niobe erano in una fitta foresta. Apollo vede i fanciulli e vendica il torto: il dio crudele punisce l'arroganza di Niobe, ed uccide nella foresta gli sventurati figli di Niobe. I poveri Fedimo e Tantalo vengono feriti dalle frecce assassine di Apollo, e cadono per primi: ciascuno dei due geme, ciascuno dei due depone il corpo sul suolo e spira. Gli organi più interni di entrambi vengono trafitti dalle spietate frecce di Apollo. Per ultimo resta Iloneo e supplica gli dèi in questo modo: O dèi, risparmiate la mia vita! Ma il crudele Apollo con un'altra freccia uccide il fanciullo. Niobe si trovava nella reggia e sente le lacrime dei suoi figli. Vede i figli sventurati e distribuisce gli ultimi baci tra i suoi figli. Poi, la crudele Diana uccide con delle frecce d'oro le povere figlie di Niobe all'interno della reggia. Una sola tra le figlie di Niobe si estrae le frecce dal braccio, ma sviene moribonda. Un'altra prova a nascondersi, ma viene uccisa dalle frecce della dea crudele. L'ultima rimaneva ferma: Niobe copre con l'intera veste l'amata figlia, ma invano. La triste Niobe, privata dei figli, siede tra i figli e le figlie. Piange, e poco a poco viene resa di pietra: il vento non (le) muove nessun capello, gli occhi tristi restano immobili. Non c'è nulla di vivo in Niobe, e la sventurata Niobe è trasformata in pietra.