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Dopo la battaglia di Platea e la vittoria sui Medi, Pausania cade nella diffidenza degli Spartani. Per questa ragione viene richiamato a Sparta e viene accusato; successivamente viene assolto. Quindi Pausania ritorna presso le truppe degli Spartani. Allora cambia l'abito della patria, ed indossa l'abito Medio: guardie del corpo Medie ed Egizie circondano Pausania; (egli) risponde in maniera arrogante, comanda in maniera crudele; non desidera ritornare a Sparta. Si trasferisce a Colona, una città dell'Asia: lì prende decisioni ostili alla patria. Allora gli Spartani mandano degli ambasciatori a Pausania. Pausania ritorna in patria, e chiede il perdono del tradimento; tuttavia, viene messo nelle carceri di Stato dagli efori. Successivamente esce dal carcere; invia il giovinetto Argilio, con una lettera, al Medio Artabazo e chiede un aiuto dai Medi; tuttavia il fanciullo consegna la lettera agli efori. Per questa ragione gli efori, a Sparta, catturano l'infido uomo. Pausania allora si rifugia nel tempio di Minerva, e si rinchiude nel tempio, ma immediatamente gli efori bloccano le porte del tempio.
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Alessandro chiamò i soldati per un'assemblea e disse all'incirca così: Sono testimoni dell'imbattuta potenza dei Macedoni contro la moltitudine il fiume Granico la Cilicia, sommersa dal sangue dei Persiani, ed Arbela, le campagne della quale furono da noi disseminate delle ossa dei vinti. Mentre navigavamo attraverso l'Ellesponto, avremmo dovuto preoccuparci della nostra scarsezza di numero: ora gli Sciti ci seguono, le truppe ausiliarie battriane sono a disposizione, i Dahai e i Sogdiani militano nelle nostre fila (lett. : "fra di noi"). Eppure non ho fiducia in quella massa di gente: ammiro le vostre forze, tengo il vostro valore come garanzia e pegno delle imprese che sono in procinto di compiere. Finché starò sul campo di battaglia insieme a voi, non conto né il mio (meum) esercito, né quello dei nemici. Voi, ora, rivolgete verso di me animi colmi di ardore e di fiducia! Non ci troviamo alla soglia delle nostre imprese e fatiche, ma al termine. Siamo giunti fino all'Oriente e all'Oceano; da qui ritorneremo in patria vittoriosi. I vantaggi sono maggiori dei rischi: la regione è ricca e innocua. Perciò, non vi guido tanto verso la gloria, quanto verso il bottino.
Per voi e la vostra gloria, con cui vi elevate al di sopra della condizione umana, e per miei meriti nei vostri confronti, e per i vostri nei miei, in virtù dei quali lottiamo indomiti, vi prego, combattete vigorosamente e valorosamente!
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Filippo, il re dei Macedoni, dal quale ormai sono state sconfitte molte popolazioni Greche, avanzò intenzionato a conquistare la Grecia intera, e, in estate, schierò in Beozia, presso Cheronea, i valorosi soldati: lì ingaggiò la battaglia con gli abitanti di Atene e di Tebe. I soldati dei Greci erano molti, ma, grazie al valore dei Macedoni, e all'abilità di Filippo, vennero sconfitti. Così, la libertà della Grecia intera venne terminata dal comandante dei Macedoni. Filippo, però, per intelligenza, dissimulò la gioia della vittoria, e rimandò ai Greci i prigionieri, e restituì alle madri i cadaveri dei caduti in guerra. Tuttavia, immediatamente, il re convocò a Corinto gli ambasciatori di tutta la Grecia, e da quelli venne acclamato re dei Greci (infatti, i soldati Macedoni, con le spade e le lance, stavano minacciosi intorno a Filippo). Molte guerre vennero combattute dalle città Greche per la libertà, ma (esse) furono costrette dai Macedoni ad obbedire ad un unico padrone. E non fu soltanto Filippo il re di tutta la Grecia: successivamente i Greci vennero assoggettati dai Romani, ma, come disse il poeta Orazio "la Grecia, (sebbene) sconfitta, sconfisse il feroce vincitore": infatti, ad Atene, il popolo Romano trovò poesie e filosofi di straordinaria cultura, ed apprese nuove abitudini.
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Un uomo Spartano, del quale neppure il nome viene consegnato a futura memoria, disprezza talmente la morte, come raccontano gli amici. Condannato dagli Efori, veniva condotto a morte, e avanzava lieto; allora un tale, suo nemico, dice: Disprezzi così insolentemente le leggi della patria? Lo Spartano, risoluto, risponde: Per la verità, ho grande gratitudine nei confronti della patria, la quale condanna me, come colpevole, ad una pena che sto per pagare senza debiti. Era un uomo veramente degno di Sparta! Per questa ragione, egli veniva condannato privo di colpa, secondo me. Del resto, la città Greca possedeva molti uomini di questo tipo. Il comandante degli Spartani che alle Termopili erano in procinto di affrontare il massimo pericolo, Leonida, dice ai sui uomini parole che incitano alla battaglia: O uomini provvisti di grande coraggio, marciate: oggi forse ceneremo negli Inferi! Più tardi, un tale tra gli Spartani, ad un nemico Persiano che dichiarava minacciosamente: Non riuscirete a vedere il sole a causa dei giavellotti e delle frecce – risponde: E allora combatteremo all'ombra.
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Gli Achei non hanno ancora la forza di espugnare Troia. E così il Greco Epeo, su consiglio di Minerva, che è la dea della saggezza e la protettrice dei Greci, costruisce un grande cavallo di legno; nel cavallo, sul quale viene scritto "i Greci offrono in dono a Minerva" entrano Menelao, Stenelo, Neottolemo, ed altri uomini esperti di guerra. Presto i Greci fingono di essere in procinto di ritornare in patria: infatti tolgono l'accampamento dalle coste Troiane, ma non ritornano in Grecia, bensì si dirigono a Tenedo, una piccola isola ubicata di fronte alle coste di Troia, e lì si nascondono. E così i Troiani vengono ingannati, i quali, ormai, sulla spiaggia non vedono più l'accampamento dei Greci, ma un cavallo di legno. Inconsapevoli del tranello dei Greci, giudicano il cavallo un presagio positivo, e gioiscono, mentre i Greci, nascosti nel cavallo, tacciono. Priamo, il re dei Troiani, conduce in città il cavallo sacro a Minerva. La sola Cassandra, la figlia profetessa di Priamo, che prevedeva le sorti sfavorevoli ai Troiani, preannunziava invano: Fate attenzione, o abitanti di Troia, amici e consanguinei, nel cavallo di legno ci sono i Greci armati di aste e di spade. Cacciate il rovinoso portento, spingetelo tra le onde, così salverete la nostra patria. I cittadini non credono alle parole profetiche di Cassandra, viceversa sistemano il cavallo nella città. Durante la notte i Troiani dormono storditi dal vino, ma gli Achei escono dal cavallo aperto da Sinone e uccidono gli uomini che sorvegliano le porte. Infine fanno arrivare gli altri Greci, che fanno un assalto da Tenedo; conquistano facilmente Troia, e la danno alle fiamme.
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