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Fidenates statuunt cum Romanis bellum facere...
I Fidenati decretano di fare la guerra contro i Romani. Razziano il territorio che sta tra Roma e Fidene; di là, dirigendosi a sinistra, poiché il Tevere era d'impedimento dalla parte destra, compiono devastazioni con grande agitazione degli abitanti delle campagne, e il repentino scompiglio dai campi fu riferito in città come un segnale di guerra. Romolo conduce fuori le truppe, posiziona l'accampamento a un miglio da Fidene. Vi lascia una piccola guarnigione e, uscito con tutte le truppe, sistema una parte delle truppe in un'imboscata: partito insieme a gran parte dei fanti e a tutta la cavalleria, cavalca verso i nemici. All'improvviso, per ordine di Romolo, la cavalleria finge la fuga. I nemici, riversandosi repentinamente dalle porte traboccanti, seguono i Romani e vengono trascinati sul luogo dell'imboscata. Da lì i romani, balzati fuori di colpo, assalgono le truppe dei nemici; accrescono il terrore, giungendo dall'accampamento, le coorti di soldati che erano state lasciate in difesa. In tal modo i Fidenati, sbigottiti dal reiterato terrore, fuggono e ritornano in città. Incalzandoli alle spalle, i Romani inseguono i Fidenati e fanno irruzione nella città.
Versione tratta da: Livio
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Silvas Tartessiorum in quibus Titanes bellum adversus deos gesserunt incoluere...
I Cureti abitarono le foreste dei Tartessi, nelle quali i Titani combatterono la guerra contro gli dèi, e il re di costoro, per primo, scoprì il modo di raccogliere il miele. Il re, al quale nacque un nipote dallo stupro della figlia, per vergogna dell'infamia tentò di uccidere il piccolino con diversi attentati; ma, salvato dalla sorte, alla fine giunse al potere, grazie alla pietà di tanti pericoli. Infatti, come prima cosa, il re abbandonò il fanciullo, ma poi veniva ritrovato nutrito da vario latte di animali selvatici. Quindi riportò il fanciullo a casa, e lo gettò ai cani, precedentemente digiuni e tormentati dalla fame. Ma i cani, non soltanto non uccisero il piccolino, ma anzi, lo nutrirono con le mammelle; il nonno malvagio, alla fine, lo gettò nell'Oceano. Allora, apertamente per una chiara volontà divina, non veniva portato via dalle onde, ma veniva lasciato sulla spiaggia, e non molto dopo arrivò una cerva, che offrì le mammelle al piccolino. E, tra le mandrie dei cervi, il fanciullo attraversò per lungo tempo le foreste. Alla fine, catturato con un cappio, viene offerto al re. Allora, (quello, il re), per via della somiglianza dei lineamenti e per i tratti del corpo, riconobbe il nipote e lo nominò successore del regno.
Versione tratta da: Giustino
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Leander Abydenus pulcher puer erat et Heron, pulchram puellam, vehementer amabat...
Leandro era un bel fanciullo di Abido, ed amava intensamente Ero, bella fanciulla. Il fanciullo e la fanciulla erano separati dall'Ellesponto, un stretto golfo di mare tra Sesto e Abido: infatti Leandro abitava ad Abido, Ero invece viveva a Sesto, sulla costa della Tracia. Leandro desiderava essere a portata di mano per la fanciulla, ma il mare era burrascoso e le onde erano torbide a causa dei venti. Leandro sedeva su uno scoglio e guardava, triste, le vicine coste della Tracia. Per tre volte il fanciullo appoggia il vestito sulla sabbia asciutta, e per tre volte, nudo, si tuffa nel mare, ma il mare rigonfio si oppone a Leandro. La Borea, un vento non dolce, si accanisce contro il povero Leandro. Così Leandro supplica Eolo, il dio dei venti, e chiede la fine della tempesta, ma il crudele Eolo non ascolta il fanciullo sventurato: il mare viene sempre sconvolto dal vento impetuoso.
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Nostri milites dato signo cum infestis pilis procucurrerunt sed ubi animadverterunt non concurri a Pompeianis, usu periti ac...
Dato il segnale, i nostri soldati balzarono in avanti con i giavellotti pronti al lancio, ma non appena notarono che dai Pompeiani non si contrattaccava, impratichiti dall'esperienza ed addestrati dalle precedenti battaglie, subito frenarono la corsa, e si bloccarono pressappoco a mezza distanza; poco dopo ricominciarono di nuovo la corsa e lanciarono i giavellotti, e velocemente, per ordine di Cesare, impugnarono le spade. I Pompeiani lottarono strenuamente: ressero infatti l'assalto delle legioni, e mantennero i ranghi; scagliarono i giavellotti, e di nuovo impugnarono le spade. Nel medesimo istante, i cavalieri, come era stato comandato, balzarono tutti quanti in avanti dall'ala sinistra di Pompeo, e tutta la schiera degli arcieri si riversò. La nostra cavalleria non resse l'assalto ma, ricacciata un poco dalla posizione, arretrò: quindi i cavalieri di Pompeo premevano vigorosamente e cominciarono ad accerchiare il nostro esercito dal fianco indifeso. A quel punto le coorti, per ordine di Cesare, accorsero rapidamente in avanti e, in formazione di combattimento, attaccarono la cavalleria di Pompeo con grande violenza: di conseguenza tutti i cavalieri, giratisi, non soltanto retrocedettero dalla posizione, ma, spinti alla fuga, si diressero sugli alti monti. Tutti gli arcieri e i frombolieri, abbandonati inermi senza difesa, vennero uccisi. Mentre i Pompeiani ancora lottavano, le coorti accerchiarono l'ala sinistra con un energico assalto. I Pompeiani non sostennero l'assalto, e tutti insieme fuggirono.
Versione tratta da: Cesare
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Fracti bello Danai immanem equum divina Palladis arte aedificant, sectaque abiete costas intexunt...
Sfiancati dalla guerra, i Greci fabbricano un immenso cavallo con la divina arte di Atena e, con un abete tagliato, intrecciano i fianchi; fingono un voto per il ritorno; la voce si diffonde. Vi racchiudono segretamente, nel lato nascosto, degli uomini scelti, sorteggiati, e colmano interamente le smisurate cavità e la pancia con i soldati armati. Tenedo è in vista, isola famosa, ricca di risorse finché perduravail regno di Priamo: i Greci, spintisi qui, si nascondono sulla spiaggia deserta; i Teucri, scorto il vuoto accampamento dei nemici, i luoghi disertati e la spiaggia abbandonata, spalancano le porte e ammirano la grandezza del cavallo. Tanti, temendo un inganno, desiderano gettare in mare il dono sospetto, oppure perforare ed esplorare i cavi recessidel ventre. Il popolo, dubbioso, si divide in fazioni opposte. Dalla sommità della rocca accorse là, primo tra tutti, il sacerdote Laocoonte, e si rivolse ai Troiani: Racchiusi nel cavallo di legno si celano i Greci; non credete al cavallo, o Troiani! Temo i Greci, anche se recano doni. Avendo parlato così, con le vigorose energie vibrò una grossa lancia contro il fianco e contro il ventre rigonfio del cavallo. La lancia restò conficcata vibrando, e le profonde cavità rimbombarono. In seguito, mentre Laocoonte immola un enorme toro sugli altari, due serpenti gemelli dall'isola di Tenedo si dirigono, con le smisurate spire, verso le spiagge; i Troiani, agghiacciati dall'orrore, fuggono disordinatamente. I serpenti aggrediscono Laocoonte; e dapprima tutti e due i serpenti avvolgono in una stretta i piccoli corpi dei figli del sacerdote, e divorano a morsi le membra sventurate; quindi, i serpenti afferrano il sacerdote e lo avvincono con le enormi spire; e subito, avvolti due volte i fianchi, uccidono Laocoonte.
Versione tratta da: Virgilio