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Un soldato di nome Sabino era andato da Ambiorige, il comandante dei Galli, insieme ai tribuni militari. Ambiorige aveva ordinato a Sabino: Mentre parliamo, gettate le armi! Il Romano ubbidì, e ordinò ai suoi di fare la stessa cosa. Vennero quindi al discorso, e il Gallo con molti discorsi trattò a lungo delle condizioni di pace con Sabino. Sabino, poco a poco accerchiato dai Galli da ogni lato, fu sgozzato di colpo con un pugnale. Poi a quel punto i Galli, secondo la loro abitudine, avevano gridato vittoria e avevano innalzato grida di gioia, avevano improvvisamente assalito e avevano scompaginato i nostri ranghi. In questa situazione, L. Cotta, uomo d'indole fiera, lotta strenuamente, alla fine però viene ucciso insieme alla gran parte dei nostri soldati. I rimanenti cercano la fuga in direzione dell'accampamento. Lucio Petrosidio, l'aquilifero (colui che porta le insegne), poiché era stato incalzato da parecchi nemici, gettò l'aquila all'interno della palizzata, quindi combatté valorosamente dinanzi all'accampamento, e venne ucciso. I nostri difesero fino a sera l'accampamento con grande coraggio, ma tanti vennero trucidati nel corso della notte. Solamente in pochi scamparono al combattimento e, per vie malsicure attraverso i boschi, raggiunsero il luogotenente T. Labieno negli accampamenti invernali. Qui, in poche parole, riferirono l'accaduto a T. Labieno.
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Sparta, la città degli Spartani, si trova nella Laconia, una regione del Peloponneso. Gli schiavi degli Spartani si chiamano Iloti, e arrivano dalla Messenia, una regione limitrofa alla Laconia. Gli Iloti abitano nei campi, con grande pazienza coltivano i terreni, e riportano nella città i frutti della terra. Gli Spartani, viceversa, non si dedicano né agli affari, né alla coltivazione della terra, né al commercio, bensì alle armi. La letteratura e la ricchezza vengono disprezzate dagli Spartani, viene preferita la dura vita dell'accampamento, le guerre non vengono temute. Anche i giovinetti conducono una vita aspra: infatti gli Spartani educano i figli con una severa disciplina sin dalla prima fanciullezza. Non sono mai a riposo, non giocano a palla, si dedicano poco agli studi letterari, e molto ai giochi ginnici e alle armi. In questa maniera, imparano presto a sostenere pericoli e disagi. Anche le matrone e le fanciulle amano le guerra. Per questa ragione Sparta sconfigge Atene e abbatte i templi e le case di Atene.
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Dopo Codro, l'ultimo re, immolatosi in difesa della patria, ad Atene nessuno esercitava il regno. L'amministrazione di Atene veniva affidata a magistrati annuali. Ma in quel periodo la cittadinanza non aveva nessuna legge, infatti, al posto della leggi, si aveva l'arbitrio dei re. E così viene eletto Solone, un uomo dalla straordinaria giustizia, il quale, per mezzo delle leggi, fonda una nuova società. Tra i molti importanti atti di Solone c'era una decisione straordinaria. Tra Atene e Megara, che era una piazza commerciale di grande importanza, all'epoca era in atto una guerra sanguinaria per l'isola di Salamina: ciascuno dei due popoli, infatti, rivendicava l'isola. Dopo le molte disfatte subite, gli Ateniesi chiedono una legge: nessuno, destinato a governare la città, proporrà una guerra per l'isola. Solone, però, uomo dall'ingegno molto acuto, vede il vantaggio del possesso dell'isola. Allora finge la follia, e si precipita tra la gente, per mezzo di bei versi persuade il popolo, infiamma gli animi degli Ateniesi. La città fa immediatamente una guerra contro Megara. Le truppe di Atene vincono, e, alla fine, l'isola viene ceduta ad Atene.
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Durante l'assemblea, Alcibiade, il comandante dei soldati di Atene, veniva accusato di tradimento (lett. : "veniva accusato di congiura, di aver congiurato") dagli avversari, tuttavia il momento della guerra incombeva, infatti Atene aveva organizzato una guerra contro Siracusa. Alcibiade giunse in Sicilia a primavera; in estate, ad Atene, venne intentato un processo contro di lui, e il comandante venne accusato persino di empietà. Quindi venne inviato un messaggero da Atene in Sicilia, e, in merito al processo, (egli) parlò così ad Alcibiade: Ora è necessario questo: torna ad Atene e difendi te stesso. Il comandante obbedì al messaggero, e salì sulla triremi che il popolo aveva mandato a prelevarlo. Tuttavia egli fece molte riflessioni in merito alla sfrenata dissolutezza dei suoi concittadini, e alla ferocia contro gli uomini giusti, e le riflessioni provocarono nell'animo di lui la decisione della fuga. Dalla nave venne trasportato a Turi, si divincolò dalle guardie, e poi si trasferì a Sparta. Lì, come Alcibiade aveva l'abitudine di ripetere, (egli) non fece una guerra contro la patria, bensì contro i suoi avversari, che erano nemici anche della cittadinanza. E così, su consiglio di Alcibiade, gli Spartani strinsero un'alleanza con il re Perse, poi fortificarono Decelea, in Attica, e, da una postazione militare permanente collocata in quel luogo, tennero sotto assedio Atene. Per questo motivo, ad Atene, Alcibiade vende condannato alla pena capitale.
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A quel tempo Q. Catulo e C. Pisone non convinsero Cicerone a dire falsità riguardo a Cesare, né per mezzo di suppliche, né per mezzo di denaro, né per mezzo della (loro) influenza. Essi nutrivano infatti ostilità nei confronti di Cesare: Pisone era stato citato in giudizio poiché era stato accusato di concussione da Cesare; Catulo era acceso da un antico odio perché, in età matura, era stato vinto dal giovanissimo Cesare nella candidatura al pontificato. Poiché non riuscirono ad istigare il console Cicerone ad un crimine tanto grande, Pisone e Catulo avevano suscitato un notevole sfavore contro Cesare: denunciarono singolarmente ai cittadini falsi delitti commessi da Cesare. Numerosi cavalieri romani, che difendevano, armati, il tempio della Concordia, indotti tanto dalla gravità del pericolo quanto da incostanza d'animo, accerchiarono Cesare con spada e pugnali e dissero: Sei un pericolo, perché hai commesso molti reati, e la morte ti schiaccerà. Per contro Cesare, niente affatto intimidito dalle minacce, rispose così: Non Cesare assassinerete, ma la rappresentazione di Cesare, dipinta da uomini disonesti. I cavalieri, scossi dalle poche parole di Cesare, si ritirarono.