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Quarto die Alexander, indubitam mortem sentiens, tumultuantes milites insidiisque perire regem suspicantes ipse sedavit eosque omnes ad conspectum suum admisit osculandamque dexteram flentibus porrexit. Dimissis militibus, circumstantes amicos percontatur putarentne (se credevano) se reperturos regem sibi similem. Tacentibus cunctis, vaticinari se ac paene oculis videre dixit quantum sanguinis fusura esset Macedonia, quantis caedibus, quo cruore sibi mortuo parentatura. Cum deficere eum viderent, quaerunt quem imperii faciat heredem. Respondit: dignissimum. Tanta illi magnitudo fuit ut, cum (benché) filium et fratrem relinqueret, oblitus necessitudinum, dignissimum nuncuparit heredem, prorsus quasi nefas esset viro forti alium quam virum fortem succedere. Sexta die, praeclusa voce, exemptum ex digito anulum Perdiccae tradidit. Decessit mensem unum, annos tres et triginta natus, vir supra humanam potentiam magnitudine animi praeditus.
Il quarto giorno Alessandro, sentendosi prossimo a sicura morte, calmò i soldati agitati e cha sospettavano il morire dello stesso re per agguati e ammise tutti loro al suo cospetto e a coloro che piangevano allungò la mano destra da baciare. Mandati i soldati. domandò agli amici che lo attorniavano se credevano che avrebbero trovato un re simile a lui. dato che tutti tacevano, affermò di predire da se e di vedere quasi con gli occhi quanto sangue sarebbe stato versato in macedonia, con quanti massacri, per vendicare lui morto. Poichè lo videro mancare, chiesero chi avrebbe eletto erede dell impero. Rispose: il piu degno. Quello ebbe tanta potenza che, benchè lasciasse il fratello e il figlio, dimenticandosi dei parenti, proclamò un erede molto degno, proprio come se fosse un'empietà per un uomo coraggioso che gli succeda uno diverso da un uomo coraggioso. Al sesto giorno, essendosi bloccata la voce, consegnò l anello a Perdicca dopo averlo estratto dal dito. Mori un mese dopo, a 33 anni, uomo dotato di grandezza d animo oltre la forza umana.
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Alexander paucos equitum ad temptandum vadum fluminis praemisit. Cuius altitudo primo summa equorum pectora, mox ut in medium alveum ventum est, cervices quoque aequabat. Nec sane alius ad Orientis plagam tam violentus invehitur, multorum torrentium non aquas solum sed etiam saxa secum trahens. Itaque, a celeritate qua defluit, Tigri nomen est inditum, quia persica lingua Tigrim sagittam appellant. Igitur pedes velut divisus in cornua circumdato equitatu, levatis super capita armis haud aegre ad ipsum alveum penetrat. Primus inter pedites rex egressus in ripam vadum militibus manu, quando vox exaudiri non poterat, ostendit. Sed gradum firmare vix poterant, cum modo saxa lubrica vestigium fallerent, modo rapidior unda subduceret. Praecipuus erat labor eorum, qui humeris onera portabant: quippe cum semetipsos regere non possent, in rapidos gurgites incommodo onere auferebantur, et dum sua quisque spolia consequi studet, maior inter ipsos quam cum amni orta luctatio est, cumulique sarcinarum passim fluitantes plerosque perculerant. Rex monere ut satis heberent arma retinere, cetera se redditurum. Sed neque consilium neque imperium accipi poterat: obstrepebat hinc metus, praeter hunc invicem luctantium mutuus clamor. Tandem, qua leniore tractu amnis aperit vadum, emersere, nec quicquam praeter paucas sarcinas desideratum est
Alessandro inviò pochi cavalieri a saggiare il guado del fiume. Il livello di esso dapprima raggiungeva il petto dei cavalli, poi, quando si giunse al centro del guado, anche le loro teste. In Oriente non si trova nessun altro fiume così vorticoso, poiché esso trascina con sé non solo le acque ma anche le pietre di molti torrenti. Pertanto a causa della velocità con cui scorre, gli è stato dato il nome di ‘Tigri’, poiché in persiano ‘tigrin’ significa ‘freccia’. Dunque la fanteria, divisa in ali, circondata dalla cavalleria, tenendo le armi sollevate sul capo, si spinsero non senza difficoltà nello stesso fiume. Il re, passato per primo tra i fanti sull’altra riva, indicava con la mano ai soldati il guado, dal momento che la voce non poteva essere ascoltata. Ma essi a stento potevano tener saldi i passi, poiché ora i sassi scivolosi facevano loro perdere l’equilibrio, ora un’onda più alta li sommergeva. Gravosa era la fatica di coloro che portavano le salmerie sulle spalle: infatti, non potendosi reggere, venivano trascinati dalle rapide a causa del peso che li impacciava, e, mentre ognuno cercava di recuperare i propri bagagli, ne nacque una lotta maggiore tra di loro che non col fiume, e cumuli di salmerie trascinati qua e là travolgevano parecchi. Il re li esortava a badare soltanto alle armi, il resto lo avrebbe restituito lui. Ma né le esortazioni né gli ordini potevano essere uditi: da un lato li ostacolava la paura, oltre a questo le grida reciproche di quelli che annaspavano. Alla fine emersero dove il fiume permetteva un guado, dove la corrente era meno vorticosa, e non si lamentò la perdita che di pochi bagagli.
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Super arcem, vulgatum Graecorum fabulis miraculum, pensiles horti sunt, summam murorum altitudinem aequantes multarumque arborum umbra et proceritate amoeni. Saxo pilae, quae totum onus sustinet, instructae sunt; super pilas lapide quadrato solum stratum est, patiens terrae, quam altam iniciunt, et humoris, quo rigant terras: adeoque validas arbores sustinent moles, ut stipites earum cubitorum spatium crassitudine aequent, in L pedum altitudinem emineant frugiferaeque aeque sint ut si terra sua alerentur. Et cum vetustas non opera solum manu facta, sed etiam ipsam naturam paulatim exedendo perimat, haec moles, quae tot arborum radicibus premitur tantique nemoris pondere onerata est, inviolata durat: quippe pedes lati parietes sustinent pedum intervallo distantes, ut procul visentibus silvae montibus vis inminere videantur. Syriae regem Babylone regnantem hoc opus esse molitum memoriae proditum est, amore coniugis victum, quae, desiderio nemorum silvarumque in campestribus locis, virum conpulit amoenitatem naturae genere huius operis imitari.
Stesso titolo ma dal libro LATINA LECTIO (diversa)
Super arcem vulgatum Graecorum fabulis miraculum, pensiles horti sunt summam murorum altitudinem aequantes multarumque arborum ...
I giardini pensili di Babilonia
versione latino Curzio Rufo
libro ORNATUS e libro NOVA OFFICINA
Sulla rocca - visione magnifica tramandata da leggende greche - si trovano giardini pensili, che pareggiano l'enorme altezza delle mura e piacevoli dall'ombra e dalla figura slanciata di molti alberi. I pilastri, che sostengono tutto il peso, sono stati costruiti in pietra; al di sopra dei pilastri, c'è un basamento spiano, in pietra, squadrato, che sostiene il manto erboso - che coltivano alto - e il liquido, con cui irrigano il suolo. I supporti riescono a sostenere alberi tanto grandi che i loro tronchi occupano, in spessore, lo spazio di 8 cubiti, si slanciano per un'altezza di 50 piedi e sono ricchi di frutti così come se fossero alimentati da un vero e proprio suolo. E sebbene la vetustà distrugga - rodendo poco a poco - non soltanto l'opera umana ma anche la stessa natura, questa struttura - che sopporta il peso delle radici di tanti alberi e di tale vegetazione - resiste intatta : in effetti, pareti larghe 20 piedi si alzano distanziandosi per un intervallo di 11 piedi, tale che a chi osserva da lontano la vegetazione sembra sovrastare gli stessi monti. C'è la leggenda che tale opera fu costruita dal re di Siria durante il suo soggiorno in Babilonia, vinto dall'amore per la moglie, la quale - per il desiderio di boschi e selve in luoghi lussureggianti - spinse il proprio marito a riprodurre in questo modo artificiale la bellezza della natura.
Al di sopra della rocca, meraviglia resa nota dai racconti dei Greci, vi sono i giardini pensili, che eguagliano l'altezza delle mura e lussureggianti grazie all'ombra e alla frescura di numerosi alberi. I pilastri, che sostendono tutto il peso, sono fatti di pietra; sopra i pilastri è stato gettato un pavimento, per sopportare il terreno che vi è stato gettato profondo, e l'acqua con cui irrigano i giardini: e tutta la mole regge alberi così robusti che i loro tronchi raggiungono lo spessore di otto cubiti, si elevano per un'altezza di cinquanta piedi e sono carichi di frutta come se fossero nutriti nel loro proprio terreno. E benché la vetustà a poco a poco distrugge, erodendoli, non solo i manufatti, ma anche la natura stessa, questa mole, che è pressata dalle radici di tanti alberi ed è oberata dal peso di una così rigogliosa vegetazione, si mantiene intatta: infatti la sostengono pareti di venti piedi di lato, distanti tra loro undici piedi, tanto che, per chi guarda da lontano, sembrano boschi
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Olim in Phrygia cum Gordius quidam terram suam araret, avium magna copia eum circumvolare coepit. Quo viso miraculo, ad vicinam urbem sibi proficiscendum esse statuit, ad consulendos augures. Cum in porta urbis in mulierem quandam incidisset, eam percontatus est quem augurem consuleret. Illa, quamvis artis divinandi ignara esset, respondit se pro certo habere ei regnum consequendum fore. Haud multo postea, gravi seditione inter Phryges facta, principes civitatis oracula consuluerunt, quae dixerunt civitati regem dandum esse. Cum quaesivissent quis sibi rex eligendus esset, eis imperatum est ut quem primum ad templum Iovis plaustro venientem vidissent, eum regem eligerent. Obvius illis Gordius in plaustro fuit, quem statim regem acclamaverunt. Plaustrum illud Gordius in templo reposuit, cuius iugum compluribus nodis astrictum erat. Tunc oracula portenderunt si quis nexum illud solvisset, eum per totam Asiam regnaturum esse: quod Alexander Magnus fecit
Altre versioni con questo titolo ma diverse
Il nodo di Gordo - di Nuova latina lectio
Il nodo di Gordio - LE RAGIONI DEL LATINO - Versione Curzio Rufo Il nodo di Gordio di NUOVO COMPRENDERE E TRADURRE Il nodo di gordio - COTIDIE - versione Curzio Rufo
Leggi tutto: Il nodo di Gordio - LATINA LECTIO - Versione Curzio Rufo
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Gorgias philosophus, cum orationem apud Graecorum civium haberet, sic Tu prius concordiam inter tuae domus parietes restitue et nos tuis verbis obsequemur...
Gorgia il filosofo, sostenendo un discorso ai cittadini Greci, disse così: "Siate sempre concordi, concittadini miei: infatti io ritengo che la funestissima discordia, che è nociva alle comunità cittadine, giovi ai nemici. Le città della Grecia, al contrario, si odiano tra loro e con guerre frequenti arrecano grandi danni ai loro cittadini". Allora uno degli uomini, che erano presenti, interpellandolo, esclamò: «Ricorderemo di buon grado le tue parole; ma per quale motivo non cominci tu a seguire i tuoi precetti? Infatti a casa tua siete tre: tu, tua moglie ed uno schiavo, e ogni giorno, da mattina a sera, siete soliti litigare aspramente e gridare ad alta voce, recando grandissimo fastidio ai vostri vicini. Tu, per prima cosa, riporta l'armonia tra le pareti di casa tua e noi ci conformeremo alle tue parole».