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Multi scripserunt mimos obscena iocantes, qui semper vetiti amoris crimen habent, in quibus assidue procedit impius adulter et verba dat callida femina, stulto nupta viro. Haec spectacula spectat nubilis virgo, matronaque, virque, puerque, et ex magna parte senatus ipse adest. His incestis vocibus temerantur aures et oculi adsescunt multa pudenda pati. Cumque fefellit amans aliqua novitate maritum, plauditur et magno favore laus ab omnibus datur. Nec solum, sed etiam praemium datur lucrosum poetae et tanta crimina non parvo praetor emit. Inspice ludorum sumptum, Auguste, tuorum: invenies multa spectacula talia a te magno epta esse. Haec tu spectanda saepe dedisti (hai offerto), haec ipse spectavisti oculisque tuis lentus vidisti scaenica adulteria.
Molti descrissero mimi contenenti scherzi osceni, i quali presentano sempre il crimine dell'amore illecito, in cui compare assiduamente l'empio adultero la femmina scaltra, che sposata con un uomo stolto, lo abbindola. Assiste a questi spettacoli sia la fanciulla nubile, sia la matrona, sia l'uomo, sia il fanciullo e lo stesso senato partecipa in gran parte. Le orecchie sono contaminate da questi discorsi adulteri e gli occhi si abituano a tollerare molte cose vergognose. E quando l'amante ha ingannato il marito in un qualche modo insolito, è applaudito e lode è data con grande approvazione da tutti. Non solo, ma è dato anche un premio lucroso agli autori e il pretore acquista non a buon mercato delitti tanto grandi. O Augusto, valuta la spesa dei tuoi giochi: scoprirai che molti spettacoli tali sono stati acquistati da te a grande prezzo. Tu hai offerto spesso questi spettacoli, tu stesso assistesti a questi e vedesti con i tuoi occhi, indifferente, scene di adulterio.
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Quid de vita et moribus Marci Antoni dicam, qui cum Octaviano adulescentulo et Marco Lepido triumvir fuit, ut re publica potiretur, et senatorum magnam partem proscriptionibus illis, quibus nihil taetrius fuit, supplicio affecit vel exsilio multavit? Inter quos fuit etiam Cicero, cuius caput, a satellitibus gladio obtruncatum, in Rostris expositum penendit, et lingua ab Antonii uxore aculeo perfossa est. Postea cum Asiam et Orientem teneret, Antonius, repudiata sorore Augusti Octaviani, Cleopatram, reginam Aegypti, pravo amore incensus, duxit uxorem. Contra Parthos entiam in oriente pugnavit. Primis eos proeliis vicit, regrediens tamen fame et pestilentia laboravit et ob eam rem, cun instarent armis Parthi, victus cum ignominia recessit. Hic quoque ingens bellum civile commovit hortatu Cleopatrae uxoris, quae, , cupiditate muliebri mota, etiam in urbe regnare optabat. Victus est ab Augusto navali pugna clara et illustri aput Actium, qui locus in Epiro est, ex qua cum paucis navibus fugit in Aegyptum et se ipse gladio interemit. Cleopatra prae Romanorum metu ei non superfuit et sibi aspidem admisit, cuius veneno absumpta est.
Che dire sulla condotta di Marco Antonio, che con il giovinetto Ottaviano e Marco Lepido fu triumviro, si impadronì della repubblica e danneggio’ con il castigo la maggior parte dei senatori con la loro confisca dei beni, ai quali nulla fu più sgradevole, o condannò’ all’esilio. Tra quelli ci fu anche Cicerone, il cui capo, troncato dalle guardie del corpo con la spada, appese esposto nei Rostri e la lingua fu trapassata con un aculeo dalla moglie di antonio. Dopo quando difese (occupo’) l’asia e l’oriente Antonio, ripudiata la sorella di ottaviano Augusto, consierò moglie Cleopatra la regina dell’Egitto, infiammato dal perverso amore. Combatte’ anche contro i Parti in Oriente. Prima li vinse in battaglia ritirandosi tuttavia soffri’ per la fame e la pestilenza e per quella cosa, soccombendo alle armi dei Parti, vinto si ritirò’ con disonore. Questo suscitò anche una grande guerra civile esortato dalla moglie Cleopatra, che mossa dalla cupidigia femminile desiderava regnare anche su Roma. Fu vinto da Augusto con una celebre ed illustre battaglia presso Azio, il qual luogo si trova in Epiro, fuggiì da questa in Egitto con poche navi ed egli stesso si uccise con la spada. Cleopatra per paura dei romani non gli sopravisse e accogliendo a se l’aspide fu uccisa dal loro veleno.
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Dii saepe vim suam declarant, ut et apud Regillum bello Latinorum, cum A. Postumius dictator cum Octavio Mamillio Tusculano proelio dimicaret, in nostra acie Castor et Pollux ex equis pugnare visi sunt, et recentiore memoria idem Tyndaridae Persem victum nuntiaverunt. P. enim Vatinius, avus huius adulescentis, cum e praefectura Reatina Romam venienti noctu duo iuvenes cum equis albis dixissent regem Persem illo die captum, senatui nuntiavisset, primo quasi temere de re publica locutus in carcerem coniectus est, post a Paulo litteris allatis, cum idem dies constitisset, et agro a senatu et vacatione donatus est. Atque etiam cum ad fluvium Sagram Crotoniatas Locri maximo proelio devicissent, eo ipso die auditam esse eam pugnam ludis Olympiae memoriae proditum est. Saepe Faunorum voces exauditae, saepe visae formae deorum quemvis aut non hebetem aut impium deos praesentes esse confiteri coegerunt Praedictiones vero et praesensiones rerum futurarum quid aliud declarant nisi hominibus ea, ostendi, monstrari, portendi, praedici?
Spesso furono proprio gli dèi a manifestare la propria potenza offrendosi alla vista degli uomini. Così presso il Lago Regillo, durante la guerra contro i Latini che mise a confronto il dittatore Aulo Postumio e Ottavio Mamilio di Tuscolo, si videro Castore e Polluce combattere a cavallo dalla nostra parte e in epoca più recente furono ancora i figli di Tindaro ad annunziare la sconfitta di Perseo. Publio Vatinio, il nonno dei giovane Vatinio che tutti conosciamo, stava tornando di notte a Roma da Rieti dove esercitava l'ufficio di governatore quando gli si presentarono dinnanzi due giovani in sella a bianchi destrieri e gli annunziarono che in quello stesso giorno il re Perseo era caduto prigioniero. Come egli ebbe riferito la cosa al Senato dapprima fu gettato in carcere sotto l'accusa di falso in questioni di pubblico interesse, ma quando dal dispaccio di Paolo risultò che il giorno coincideva il Senato gli donò un podere e gli concesse l'esonero. Si ricorda anche che quando in una grandiosa battaglia presso il fiume Sagra i Locresi sconfissero i Crotoniati, in quello stesso giorno la notizia di quel combattimento si riseppe ad Olimpia dove erano in atto le gare. Sovente il suono delle voci dei Fauni, sovente l'apparizione di figure divine indussero chiunque non fosse demente od empio a riconoscere la presenza della divinità. Quanto poi alle profezie e alle premonizioni dei futuro che cosa provano se non che gli avvenimenti futuri vengono rivelati, mostrati, pronosticati, predetti agli uomini
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M. Tulli, quid agis? Tune eum, quem esse hostem comperisti, quem ducem belli futurum vides, quem expectari imperatorem in castris hostium sentis, auctorem sceleris, principem coniurationis, evocatorem servorum et civium perditorum, exire patiere, ut abs te non emissus ex urbe, sed immissus in urbem esse videatur? Nonne hunc in vincla duci, non ad mortem rapi, non summo supplicio mactari imperabis? Quid tandem te impedit? mosne maiorum? At persaepe etiam privati in hac re publica perniciosos cives morte multarunt. An leges, quae de civium Romanorum supplicio rogatae sunt? At numquam in hac urbe qui a re publica defecerunt civium iura tenuerunt. An invidiam posteritatis times? Praeclaram vero populo Romano refers gratiam, qui te, hominem per te cognitum nulla commendatione maiorum tam mature ad summum imperium per omnis honorum gradus extulit, si propter invidiam aut alicuius periculi metum salutem civium tuorum neglegis". Sed, si quis est invidiae metus, non est vehementius severitatis ac fortitudinis invidia quam inertiae ac nequitiae pertimescenda. An, cum bello vastabitur Italia, vestabuntur urbes, tecta ardebunt tum te non existumas invidiae incendio conflagraturum?"
Marco Tullio, che cosa fai? Permetterai che costui, che hai scoperto essere un nemico, che vedi che sarà il comandante della guerra, che senti esser atteso come comandante nell’accampamento nemico, autore della scelleratezza, capo della congiura, istigatore di schiavi e di cittadini disperati, se ne vada via, affinché sembri che non sia stato espulso per opera tua dalla città, ma sia stato mandato contro la città? Non è forse vero che ordinerai che questo sia condotto in prigione, che sia messo a morte, che sia punito con la massima pena? Che cosa insomma ti ostacola? L’usanza degli antenati? Tuttavia molto spesso anche dei cittadini privati hanno condannato a morte, in questa repubblica, dei pericolosi cittadini. Oppure (lo impediscono) le leggi che furono presentate sulla pena dei cittadini romani? Ma mai in questa città coloro che si allontanarono dalla repubblica mantennero i diritti civili. Oppure temi l’ostilità dei posteri? In verità nutri molta riconoscenza verso il popolo romano che ben presto hanno innalzato te, uomo conosciuto per te stesso senza nessuna raccomandazione degli antenati, ai vertici del potere, attraverso tutti i gradi delle magistrature, se a causa dell’invidia o della paura di qualche pericolo non curi la salvezza dei tuoi cittadini”. Ma se c’è il timore della riprovazione, la condanna morale della severità e della durezza non è da temere in misura maggiore della riprovazione dell’ inerzia e della inettitudine. O forse, quando l’Italia sarà devastata dalla guerra, quando saranno devastate le città, quando bruceranno le case, non ritieni che rimarrai coinvolto nell’incendio della riprovazione? _______