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Tali puella sermone deterrita manusque eius exosculata: "Parce, " inquit "mi parens, et durissimo casui meo pietatis humanae memor subsiste paululum. Nec enim, ut reor, aevo longiore maturae tibi in ista sancta canitie miseratio prorsus exarvit. Specta denique scaenam meae calamitatis. Speciosus adulescens inter suos principalis, quem filium publicum omnis sibi civitas cooptavit, meus alioquin consobrinus, tantulo triennio maior in aetate, qui mecum primis ab annis nutritus et adultus individuo contubernio domusculae immo vero cubiculi torique sanctae caritatis adfectione mutua mihi pigneratus votisque nuptialibus pacto iugali pridem destinatus, consensu parentum tabulis etiam maritus nuncupatus, ad nuptias officio frequenti cognatorum et adfinium stipatus templis et aedibus publicis victimas immolabat; domus tota lauris obsita taedis lucida constrepebat hymenaeum; tunc me gremio suo mater infelix tolerans mundo nuptiali decenter ornabat mellitisque saviis crebiter ingestis iam spem futuram liberorum votis anxiis propagabat, cum irruptionis subitae gladiatorum fit impetus ad belli faciem saeviens, nudis et infestis mucronibus coruscans: non caedi non rapinae manus adferunt, sed denso conglobatoque cuneo cubiculum nostrum invadunt protinus. Nec ullo de familiaribus nostris repugnante ac ne tantillum quidem resistente misera formidine exanimem, saevo pavore trepidam, de medio matris gremio rapuere. Sic ad instar Attidis vel Protesilai dispectae disturbataeque nuptiae da Apuleio
Atterrita da questo discorso la fanciulla prese a baciarle le mani e a implorare: «Perdonami, madre mia, perdonami, ma abbi un pò di compassione per la mia infelicissima sorte. Io lo so, ne sono sicura che l'età ormai avanzata, questa tua veneranda canizie non ha inaridito in te il sentimento della pietà. Considera un pò che sventura è la mia: un bel giovane il più in vista fra tutti quelli della sua condizione, che tutta la città aveva riconosciuto come suo figliuolo, per giunta mio cugino, si era legato a me con un sentimento d'amore purissimo, che io ricambiavo. Aveva soltanto tre anni più di me, eravamo cresciuti insieme fin dall'infanzia, compagno inseparabile della mia camera e del mio letto. Da tempo eravamo fidanzati, anzi, con il consenso dei genitori e dai documenti ufficiali egli poteva già considerarsi mio sposo. In vista delle nozze, tra uno stuolo numeroso di parenti e di amici egli già faceva sacrifici propiziatori nei templi e nei santuari; la mia casa era tutta adorna di lauri e risplendeva di luci e risuonava di canti nuziali; la mia povera madre, tenendomi sulle ginocchia, già mi faceva bella nell'abito nuziale e mi copriva di teneri baci, trepidante, facendo voti e sperando in cuor suo nella prole futura Proprio in quel momento all'improvviso, irruppero i briganti, tutti con le spade sguainate che mandavano lampi, come in una violenta scena di guerra. Non erano venuti per uccidere né per saccheggiare, ma in schiera serrata entrarono direttamente nella nostra stanza. Nessuno dei servi tentò di ricacciarli, tanto meno di resistere, ed io, infelice, morta di paura e tutta tremante fui strappata dalle braccia materne. Così le mie nozze furono tragicamente interrotte e sconvolte, come quelle di Attide e di Protesilao.
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Erant in quadam civitate rex et regina. Hi tres numero filias forma conspicuas habuere, sed maiores quidem natu, quamvis gratissima specie, idonee tamen celebrari posse laudibus humanis credebantur, at vero puellae iunioris tam praecipua tam praeclara pulchritudo nec exprimi ac ne sufficienter quidem laudari sermonis humani penuria poterat. Multi denique civium et advenae copiosi, quos eximii spectaculi rumor studiosa celebritate congregabat, inaccessae formonsitatis admiratione stupidi et admoventes oribus suis dexteram primore digito in erectum pollicem residente ut ipsam prorsus deam Venerem religiosis adorationibus. Iamque proximas civitates et attiguas regiones fama pervaserat deam quam caerulum profundum pelagi peperit et ros spumantium fluctuum educavit iam numinis sui passim tributa venia in mediis conversari populi coetibus, vel certe rursum novo caelestium stillarum germine non maria sed terras Venerem aliam virginali flore praeditam pullulasse. Sic immensum procedit in dies opinio, sic insulas iam proxumas et terrae plusculum provinciasque plurimas fama porrecta pervagatur. Iam multi mortalium longis itineribus atque altissimis maris meatibus ad saeculi specimen gloriosum confluebant.
Un tempo, in una città, vivevano un re e una regina che avevano tre bellissime figlie; le due più grandi, per quanto molto belle, potevano essere degnamente celebrate con lodi umane, ma la bellezza della più giovane era così straordinaria e così incomparabile che qualsiasi parola umana si rivelava insufficiente a descriverla e tanto meno a esaltarla. Insomma sia quelli della città che i forestieri, attratti in gran numero dalla fama di tanto prodigio, restavano attoniti dinanzi a un simile miracolo di bellezza: portavano la mano destra alle labbra, accostavano l'indice al pollice e la adoravano con religioso rispetto come se fosse stata Venere in persona. Anzi nelle vicine città e nelle terre confinanti si era sparsa la voce che la dea nata dai profondi abissi del mare e allevata dalla spuma dei flutti, volendo elargire la grazia della sua divina presenza, era discesa fra gli uomini, o anche che da un nuovo seme di stille celesti non il mare ma la terra aveva sbocciato un'altra Venere, anch'essa bellissima, nella sua grazia virginale. Di giorno in giorno una simile credenza si rafforzava sempre più e la voce cominciò a diffondersi nelle isole vicine e poi più lontano in molte regioni del continente. «Folle di pellegrini sempre più numerose facevano lunghi viaggi, attraversavano mari profondi per vedere quella straordinaria meraviglia del secolo.
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Pythagoras, a iuventute ingressus in perfectissimum opus sapientiae propter scientiae percipiendae studium, Aegyptum petit, ubi, litteris eius gentis adsuefactus, praeteriti aevi sacerdotum commentarios scrutatus, innumerabilium saeculorum observationes cognovit. Inde ad Persas profectus est, a quibus siderum motus cursusque, stellarum et uniuscuiusque rei proprietates et effectus docili animo didicit. Cretam deinde et Lacedaemonem navigavit, quarum legibus ac moribus inspectis, ad Olympicum certamen descendit. Cum multiplicis scentiae maximum toti Graeciae specimem exhibuisset, interrogatus quo cognomine censeretur, non se sapientem sed amatorem sapientiae, id est philosophum, esse dixit. In Italiae etiam partem, quae tunc Magna Graecia appellabatur, perrexit, in qua plurimis et opulentissimis urbibus effectus suorum studiorum adprobavit. Cum ibi mortuus esset, eius ardentem rogum plenum venerationis Mentapontus adspexit, quasi monumentum eius operum.
Pitagora, dopo essersi addentrato fin dalla gioventù nella più perfetta opera di filosofia per iol desiderio di comprendere il sapere, andò in Egitto, dove, dopo essersi impratichito della letteratura di quel popolo, ed aver esaminato i commentari dei sacerdoti del passato, conobbe i culti di innumerevoli secoli. Da qui giunse presso i Persiani, dai quali imparò i moti e le orbite dei pianeti, delle stelle e le proprietà di ciascuna cose e gli effetti su un animo che impara faclmente. In seguito navigò verso Creta e Sparta, esaminati gli usi e le leggi delle quali, scese verso i giochi olimpici. Dopo aver mostrato a tutta la Grecia un esempio soprattutto di versatile sapere, richiesto con qual nome dovesse essere classificato, disse di essere non un sapiente ma un amante della sapienza, cioè un filosofo. Viaggiò anche nella parte dell'Italia, che allora era chiamata Magna Grecia, nella quale dimostrò a molte e ricchissime città i risultati dei suoi studi. Quando lì morì, Metaponto guardò il suo rogo ardente pieno di venerazione, quasi un monumento delle sue opere.
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Coriolanus, maximi animi vir et altissimi consilii optimeque de re publica meritus, proditionis accusatus et iniquissima damnatione prostratus, ad Volscos, tum Romanis infestos, exulandi causa confugit. Plurimi ubique terrarum virtus aestimatur. Itaque quo latebras quaesitum venerat, ibi brevi summum adeptus est imperium; evenitque ut Romani acerrimum hostem experirentur eum, quem in patria imperatorem habere noluerant. Quapropter fastidiusus ille populus, qui Coriolano non pepercerat, exsuli coactus est supplicare. Missi eum deprecandi gratia, legati nihil profecerunt; missi deinde sacerdotes cum infulis sacris aeque sine effectu redierunt. Tunc Veturia, Coriolani mater, Volumniam uxorem eius et liberos secum trahens, castra Volscorum petiit ut filio persuaderet. Cuius vultum ubi filius aspexit: "Expugnasti" inquit "et vicisti iram meam, o patria, harum mulierum precibus", continuoque Romanum agrum hostilibus armis liberavit.
Coriolano, uomo di sommo coraggio e di altissima saggezza e giustamente meritevole (benemerito) riguardo lo stato, accusato di tradimento e colpito da un'ingiustissima pena, si rifugiò presso i Volsci, allora nemici dei Romani, per vivere in esilio. La virtù ovunque è stimata moltissimo. E quindi era andato a cercare un rifugio in qualche luogo lì ottenne in breve un sommo comando; e successe (succede) che i Romani (lo) sperimentano come acerrimo nemico quello che non volevano avere in patria come comandante. Perciò quel fastidioso popolo che non aveva avuto riguardo (per) Coriolano, fu riunito a supplicare l'esule. Mandati a lui per implorare grazia, gli ambasciatori non ottennero nulla; mandati poi i sacerdoti con le bende sacre ugualmente ritornarono senza esito positivo. Allora Veturia, madre di Coriolano, portando con se sua (la propria) moglie Volumnia e i figli, giunse all'accampamento dei Volsci per persuadere il figlio. Quando il figlio guardò il suo volto disse: " Hai annientato e hai vinto la mia ira, o patria, con le preghiere di queste donne", e di continuo liberò il territorio romano dalle armi nemiche.
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Lucius Manlius Torquatus, qui patriam bello Latino recreavit, adeo hebetis et obtusi cordis inter initia iuventae exitimatus est, ut a patre Manlio, quia et. .
Fine: nihil autem eo sene ornatius aut speciosius nostra civitas illo saeculo habuit.
Lucio Manlio Torquato, che risollevò la patria dalla guerra latina, nell' inizio della gioventù fu ritenuto a tal punto debole e poco coraggioso che fu relegato in campagna dal padre Manlio poiché sembrava inadatto all’amministrazione degli affari domestici e dello Stato. Si racconta che anche Scipione l’Africano Maggiore, che gli dei immortali vollero far nascere, affinché fosse un uomo in cui si mostrasse efficacemente per tutti il valore, abbia trascorso con un genere di vita libertina i primi anni della sua adolescenza, lontani certamente dall’accusa dello sfarzo, ma troppo spensierati. Anche Caio Valerio Flacco ai tempi della seconda guerra punica, trascorse un’adolescenza infelice a causa del lussoDel resto, nominato flamine dal pontefice massimo Publio Lucinio, rivolta la sua attenzione alla cura dei riti sacri, quanto era sembratoil primo esempio di lussuria, tanto in seguito diventò esempio di modestia e integrità. Nulla fu più disonorevole di Quinto Fabio Massimo da adolescente, che fu soprannominato a causa della vittoria gallica Allobrogo; nulla poi di più onorevole e di più splendido di lui da vecchio ebbe la nostra città in quell’epoca. .