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Illud autem te admoneo, ne eorum more qui non proficere sed conspici cupiunt facias aliqua quae in habitu tuo aut genere vitae notabilia sint; asperum cultum et intonsum caput et neglegentiorem barbam et indictum argento odium et cubile humi positum et quidquid aliud ambitionem perversa via sequitur evita. Satis ipsum nomen philosophiae, etiam si modeste tractetur, invidiosum est: quid si nos hominum consuetudini coeperimus excerpere? Intus omnia dissimilia sint, frons populo nostra conveniat. Non splendeat toga, ne sordeat quidem; non habeamus argentum in quod solidi auri caelatura descenderit, sed non putemus frugalitatis indicium auro argentoque caruisse. Id agamus ut meliorem vitam sequamur quam vulgus, non ut contrariam: alioquin quos emendari volumus fugamus a nobis et avertimus; illud quoque efficimus, ut nihil imitari velint nostri, dum timent ne imitanda sint omnia. Hoc primum philosophia promittit, sensum communem, humanitatem et congregationem; a qua professione dissimilitudo nos separabit. Videamus ne ista per quae admirationem parare volumus ridicula et odiosa sint. Nempe propositum nostrum est secundum naturam vivere: hoc contra naturam est, torquere corpus suum et faciles odisse munditias et squalorem appetere et cibis non tantum vilibus uti sed taetris et horridis.
Tu ti applichi con costanza e hai lasciato da parte tutto il resto per renderti ogni giorno migliore: approvo e ne sono contento; quindi non solo ti esorto, ma anche ti prego di perseverare. Un unico consiglio: non abbigliarti e non vivere in maniera stravagante, come le persone che non vogliono progredire, ma mettersi in mostra. Evita gli abiti trasandati, i capelli lunghi e la barba incolta, il disprezzo manifesto per i preziosi, il letto sistemato a terra e in generale tutto ciò che per vie traverse corre dietro al desiderio di distinguersi. Il nome stesso di filosofia, pur se la si pratica con discrezione, è già abbastanza odiato. Figurati poi se cominceremo a sottrarci alle abituali regole di comportamento. Bisogna essere nell'intimo completamente diversi dagli altri, ma simili al resto della gente nell'aspetto esteriore. La toga non deve essere sfarzosa, ma nemmeno sordida. Cerchiamo di non avere argento cesellato d'oro massiccio, ma neanche consideriamo segno di frugalità far completamente a meno sia di oro che di argento. Sforziamoci di vivere meglio della massa, non in maniera contraria: altrimenti mettiamo in fuga e allontaniamo da noi quelli che vorremmo correggere, e per giunta facciamo sì che non ci vogliano imitare in niente, per timore di doverci imitare in tutto. Ecco le promesse prime della filosofia: senso comune, umanità e socievolezza: l'essere troppo diversi ci impedirà di attuarle. Badiamo che non sia ridicolo e fastidioso quel comportamento con cui vogliamo suscitare ammirazione. Certo il nostro proposito è vivere secondo natura: ma è contro natura tormentare il proprio corpo, trascurare una normale igiene, ricercare il sudiciume e nutrirsi di cibi non solo poveri, ma addirittura disgustosi e sgradevoli.
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mundum autem censent regi numine deorum, eumque esse quasi communem urbem et civitatem hominum et deorum, et unum quemque nostrum eius mundi esse partem; ex quo illud natura consequi, ut communem utilitatem nostrae anteponamus. ut enim leges omnium salutem singulorum saluti anteponunt, sic vir bonus et sapiens et legibus parens et civilis officii non ignarus utilitati omnium plus quam unius alicuius aut suae consulit. nec magis est vituperandus proditor patriae quam communis utilitatis aut salutis desertor propter suam utilitatem aut salutem. ex quo fit, ut laudandus is sit, qui mortem oppetat pro re publica, quod deceat cariorem nobis esse patriam quam nosmet ipsos. Quoniamque illa vox inhumana et scelerata ducitur eorum, qui negant se recusare quo minus ipsis mortuis terrarum omnium deflagratio consequatur—quod vulgari quodam versu Graeco pronuntiari solet—, certe verum est etiam iis, qui aliquando futuri sint, esse propter ipsos consulendum
gli stoici) Ritengono quindi che l'universo sia retto dalla potenza divina, e, come dire, dimora e città comune sia agli uomini che agli dèi; (ritengono che) questo nostro mondo sia solo una porzione di quell'universo. Ne deriva, per natura, che siamo portati ad anteporre l'utile comune al nostro. Come, infatti, le leggi salvaguardano prima la sicurezza della collettività che dei singoli individui, allo stesso modo l'uomo retto e saggio, rispettoso delle leggi e non ignaro del dovere di cittadino, provvede più a ciò ch'è utile alla collettività, che a ciò ch'è utile per ciascun singolo o per sé. Chi non cura l'interesse o la sicurezza della patria non è da biasimare meno del traditore della patria, perché (compie azioni, agisce) in vista del proprio egoistico utile o sicurezza. Se ne ricava chedeve esser ricoperto di lode chi si sacrifica per lo Stato, poiché è cosa buona e giusta che la patria sia per noi più cara della nostra stessa persona Benché sia in auge (ducitur) quella voce inumana e scellerata di quelli i quali negano di rifiutare che, dopo essere morti, consegua la distruzione di tutte le terre, certamente è vero che devono provvedere anche che a coloro, che un giorno verranno dopo di noi.
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Numquam hercule ego neque pecunias istorum neque tecta magnifica neque opes neque imperia neque eas, quibus maxume astricti sunt, voluptates in bonis rebus aut expetendis esse duxi, quippe cum viderem rebus his circumfluentis ea tamen desiderare maxime, quibus abundarent. Neque enim umquam expletur nec satiatur cupiditatis sitis, neque solum ea qui habent libidine augendi cruciantur, sed etiam amittendi metu. In quo equidem continentissimorum hominum, maiorum nostrorum, saepe requiro prudentiam, qui haec inbecilla et commutabilia - pecuniae membra - verbo bona putaverunt appellanda, cum re ac factis longe aliter iudicavissent. Potestne bonum cuiquam malo esse, aut potest quisquam in abundantia bonorum ipse esse non bonus? Atqui ista omnia talia videmus, ut et inprobi habeant et absint probis. Quam ob rem licet inrideat, si qui vult, plus apud me tamen vera ratio valebit quam vulgi opinio; neque ego umquam bona perdidisse dicam, si quis pecus aut supellectilem amiserit, nec non saepe laudabo sapientem illum, Biantem, ut opinor, qui numeratur in septem; cuius quom patriam Prienam cepisset hostis ceterique ita fugerent, ut multa de suis rebus asportarent, cum esset admonitus a quodam, ut idem ipse faceret, 'Ego vero', inquit, 'facio; nam omnia mecum porto.
Mai, per Ercole, io ho pensato che il denaro di questi uomini, o le bellissime cose, o le sostanze, o i poteri, o i piaceri ai quali soprattutto essi sono legati, fossero tra le cose buone o da ricercare, proprio perché infatti vedevo che pur avendo queste cose in abbondanza essi tuttavia desideravano proprio quelle cose di cui abbondavano. Infatti mai si riempie o si sazia la sete di piacere, e coloro che hanno queste cose non soltanto sono tormentati dal desiderio di accrescerle, ma anche dalla paura di perderle. Quanto a me in questo rimpiango l'assennatezza degli uomini più moderati, i nostri antenati, che ritennero queste cose fragili e mutevoli (i pezzi di denaro), da definirsi a parole "beni", pur avendole giudicate in realtà ben diverse nei fatti. Può un qualcuno di cattivo avere un bene, oppure può qualcuno in abbondanza di beni non essere egli stesso buono? Invece vediamo che tutte queste cose sono tali, che o le possiedono i disonesti o stanno ben lontane dagli onesti. Perciò può prendermi in giro, chi vuole, tuttavia per me conterà di più il vero ragionamento che l'opinione della massa; e non dirò mai che ha perso dei beni chi avrà perduto le masserizie o il bestiame, e loderò sempre quel sapiente, Biante, che, come credo, è citato tra i sette saggi; Egli, quando il nemico aveva espugnato la patria Priena e gli altri concittadini fuggivano, così che molte delle loro cose venivano portate via, essendogli stato raccomandato da un tale di fare la stessa cosa anche lui, rispose: "Io in verità lo faccio; infatti porto con me le mie cose".
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Due studiosi si incontrano in biblioteca Cum essem in Tusculano meo vellemque e bibliotheca adulescentuli Luculli quibusdam libris uti, veni in villam eius ut eos ipse, ut solebam, inde promerem. Quo cum venissem, Marcum Catonem, quem ibi esse nescieram, visi in bibliotheca sedentem, multis circonfusum Stoicorum libris. Erat enim in eo inexhausta aviditas legendi nec lectione satiari poterat. Nam, ne reprensione quidem vulgi inanem reformidans, in ipsa curia legere solebat, dum senatus cogeretur, nihil operae rei publicae detrahens. Cum ergo accidisset ut alter alterum necopinato videremus, surrexit statim. Deinde primae illae salutationes, quae in congressu solent: "quid tu" inquit <"huc venis ? A villa, credo, et, si ibi te esse scivissem, ad te ipse venissem". "Heri, " inquam "ex urbe profectus, veni ad vesperum. Causa fuit huc veniendi ut quosdam hinc libros promerem. His libris puto Lucullum nostrum maxime delectari. Iam autem imbui debet iis artibus, quas si, dum est tener aetate, combiberit, ad maiora veniet paratior"
Essendo nella mia villa di Toscolo e volendo utilizzare alcuni libri della biblioteca del giovane Lucullo, andai nella villa per ottenerli proprio da lì come ero solito. Essendo venuto, vidi Marco Catone, che avevo saputo fosse lì, che sedeva nella biblioteca, circondato da molti libri degli Stoici. Infatti c'era in lui una avidità inesauribile di leggere e non poteva essere saziata con la lettura. Infatti, non temendo neppure gli inutili rimproveri della gente, era solito leggere nella stessa curia, mentre il senato si riuniva, non sottraendo alcun servizio alla repubblica. Dunque essendo accaduto che ci eravamo visti l'un l'altro all'improvviso, subito si alzò in piedi. Poi quegli iniziali convenevoli che sono soliti nell'incontro: disse "Come mai sei venuto credo dalla villa e, se avessi saputo che eri lì, sarei venuto da te. "Risposi "Ieri, partito dalla città, tornai verso sera. La causa di ciò fu di venire per ottenere da qui alcuni libri. Ritengo che il nostro Lucullo si compiaccia moltissimo di questi libri. Infatti già deve essere pervaso a queste arti; se, di tenera età, è stato educato a queste, verrà più preparato alle maggiori.
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Nemo fere vestrum est quin quomodo Syracusae secundo bello Punico a Marco Marcello captae sunt saepe audiverit, nonnumquam etiam in annalibus legerit. Hanc urbem, Graecarum maximam ac praeclarum, cum ille vi copiisque cepisset, non putavit pertinere ad laudem populi Romani exstinguere hanc pulchritudinem, ex qua praesertim nihil periculi ostenderetur. Itaque aedificiis omnibus, publicis, privatis, sacris, profanis, sic pepercit ut quasi ad eam urbem defendendam non ad expugnandam venisse videretur. In praedae partitione non plus victoria populo Romano adpetivit quam humanitate Syracusanis reliquit. Romam quae adportata sunt, ad aedem Honoris et Virtutis etiamnunc videmus. Nihil in aedibus, nihil in hortis posuit. Syracusis autem permulta atque egregia reliquit, deum nullum violavit, eadem Minervae non attigit. Quae a Verre sic spoliata est a barbaris praedonibus vexata videatur. Pugna erat equestris Agathocli regis in tabulis praeclare picta, qua nihil erat nobilius, nihil quod magis visendum putaretur. Has tabulas abstulit et nudos ac deformatos reliquit.
Praticamente, non esiste nessuno fra di voi voi, che non abbia spesso udito dire o che comunque non abbia letto nelle registrazioni annalistiche in che modo, durante la seconda Siracusa fu espugnata da marcello. Ora, dopo aver conquistato con la forza delle armi questa città la più bella e la più famosa fra tutte le città grche egli non pensò che potesse giovare al buon nome del popolo romano estinguere una tale bellezza, tanto più che da essa non si manifestava alcun pericolo. Pertanto, risparmiò tutti gli edifici pubblici e privati, sacri e profani tale da sembrare di essere arrivatoper difendere quella città, e non già per conquistarla. Nella spartizione del bottino, la vittoria non fece guadagnare al popolo romano più di quanto lasciò per i Siracusani, in termini di umanità. Gli oggetti che furono riportati a Roma, ora li vediamo nel tempio Onore e Virtù. Nulla pose nelle dimore o nei giardini. Di contro, lasciò a Siracusa moltissime splendide opere, non non violò alcun dio, non sfiorò il tempio di Minerva. Quello fu spogliato da Verre a tal punto da sembrare essere stato saccheggiato da barbari corsari! Su dei quadri era stupendamente raffigurata una battaglia equestre del re Agatocle, della quale non c’era nulla di più bello, o nulla che si ritenesse più degno d’essere ammirato. Trafugò questi quadri e lasciò spoglie e deturpate le pareti.