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Veteres philosophi fingunt qualis in beatorum insulis sit vita sapientium. Putant enim hos, omni cura liberatos, nullum necessarium vitae cultum requirentes, nihil aliud agere nisi ut omne tempus inquirendo ac discendo in naturae congnitione consumant. Nos autem non solum beatae vitae istam esse oblectationem videmus sed etiam levamentum miseriarum. Itaque multi, cum in potestate essent hostium aut tyrannorum, multi in exilio, dolorem suum doctrinae studiis levavetur. Princeps Athenarum Demetrius Phalereus, cum pulsus patria est Alexandriam se contulit. Ibi, cum in philosophia excelleret, multa praeclara in illo catamitoso otio scripsit, non ad usum aliquem suum, quo erat orbatus, sed quia animi cultus ille ei erat quasi quidam humanitatis cibus.
I filosofi antichi fingono (idealizzano) quale sia la vita dei sapienti nelle isole dei beati. Credono che questi infatti, liberati da tutte le preoccupazioni, non richiedendo nulla del necessario al culto della vita, non fanno null'altro che consumare tutto il tempo nella cognizione della natura interrogando o imparando. Ma noi non solo vediamo che questa vita beata è un piacere ma anche un sollievo dalle miserie. Così molti essendo in potere dei nemici o dei tiranni, molti sotto sorveglianza, molti in esilio, trovano sollievo al loro dolore con lo studio della dottrina. Il primo principe di Atene Demetrio Falerio, essendo stato espulso dalla patria per un'ingiuria, si trasferì ad Alessandria. Qui, poiche’ eccelleva nella filosofia, scrisse molte cose famose in quell'ozio disgraziato non per una sua qualche utilità, di cui era stato privato, ma poiche’ per lui la cura dell'animo era quasi una specie di alimento dell'umanità.
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Cicero Attico salutem dicit. Facile adsentior tuae epistulae qua exponis pluribus verbis nullum consister consilium quo a te possim iuvari. consolatio certe nulla est quae levare possit dolorem meum. nihil est enim contractum casu (nam id esset ferendum), sed omnia fecimus iis erroribus et miseriis et animi et corporis quibus proximi utinam mederi maluissent! quam ob rem quoniam neque consili tui neque consolationis cuiusquam spes ulla mihi ostenditur, non quaeram haec a te posthac; tantum velim ne intermittas, scribas ad me quicquid veniet tibi in mentem cum habebis cui des et dum erit ad quem des; quod longum non erit. illum discessisse Alexandria rumor est non firmus ortus ex Sulpici litteris; quas cuncti postea nuntii confirmarunt. quod verum an falsum sit, quoniam mea nihil interest.
Cicerone saluta attico Senza dubbio approvo la tua lettera, nella quale esponi diffusamente che non esiste nessuna possibilità per mezzo della quale io possa essere aiutato da te. Certamente non c’è nessuna consolazione che possa alleviare il mio dolore. Di fatto nessuna cosa è capitata per caso (infatti bisognerebbe sopportare ciò), ma abbiamo fatto tutte le cose con questi errori e con i tormenti sia dell’animo che del corpo, alle quali magari le persone a me più vicine avessero potuto porre rimedio! E perciò, dal momento che non mi è mostrata alcuna speranza né di un tuo aiuto né di alcuna consolazione, d’ora in poi non ti chiederò più queste cose; desidererei solamente che tu non interrompessi di scrivere, scrivimi qualunque cosa ti verrà in mente, quando avrai a chi darla, e finché ci sarà a chi darla, cosa che non durerà. La voce nata dalla lettera di Sulpicio che Cesare sia partito da Alessandria non è fondata; e tutti quanti gli annunciatori in seguito hanno confermato poi la quale (lettera). Non mi interessa sapere se ciò sia vero o falso
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Gneus et Publius Scipiones, tamquam Lucius Aemilius et Publius Africanus, comitatu nobilium iuvenum fortunati videbantur, et ab omnibus bonarum artium magistri putabantur, Quamvis consenuissent vires atque defecissent. Quamquam ipsa ista defectio virium vitiis adulescentiae saepius eff?citur quam senectutis: libidinosa enim et intemperans adulescentia effetum orpus tradit senectuti. Cyrus quidem apud Xenophontem eo sermone, quem moriens habuit, cum adm?dum senex esset, negat tamen se umquam sensisse senectutem suam imbecilliorem factam, quam adulescenti? fuisset. Ego Lucium Metellum memini puer - qui, cum quadriennio post alterum consulatum pontifex maximus factus esset, viginti et duos annos ei sacerdotio praefuit - ita bonis esse viribus extremo tempore aetatis, ut adulescentiam non requirer?t. Nihil necesse mihi est de me ipso dicere, quamquam id est quidem senile aetatique nostrae conceditur.
Davvero fortunati mi sembravano Cornelio e Publio Scipione, e i tuoi due nonni, Lucio Emilio e Publio Africano, per il loro seguito di giovani; e non c'è maestro di arti liberali che non sia da considerar felice nonostante il declino e il venir meno delle forze fisiche. Del resto, proprio questa defezione delle forze dipende più spesso dai vizi della giovinezza che dai difetti della vecchiaia: una giovinezza. Ciro appunto, nel discorso che tenne in punto di morte quando era molto vecchio, come scrive Senofonte, dice di non essersi mai accorto di esser diventato, da anziano, più debole di quanto lo fosse da giovane. Mi ricordo di Lucio Metello - ero allora un ragazzo - che, eletto pontefice massimo quattro anni dopo il suo secondo consolato, esercitò quel sacerdozio per ventidue anni: ebbene, conserv? sino alla fine forze cos? prospere da non rimpiangere la giovinezza. Non è necessario che parli di me, bench? questo sia un comportamento senile e lo si perdoni alla nostra età
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Etsi vereor, iudices, ne turpe sit pro fortissimo viro dicere incipientem timere, minimeque deceat, cum T. Annius ipse magis de rei publicae salute quam de sua perturbetur, me ad eius causam parem animi magnitudinem adferre non posse, tamen haec novi iudici nova forma terret oculos, qui, quocumque inciderunt, consuetudinem fori et pristinum morem iudiciorum requirunt. Non enim corona consessus vester cinctus est, ut solebat; non usitata frequentia stipati sumus: non illa praesidia, quae pro templis omnibus cernitis, etsi contra vim conlocata sunt, non adferunt tamen aliquid, ut in foro et in iudicio, quamquam praesidiis salutaribus et necessariis saepti sumus, tamen ne non timere quidem sine aliquo timore possimus.
Sebbene, giudici, io tema che non mi faccia onore essere qui pronto a parlare in difesa di un uomo molto coraggioso, e avere la voce paralizzata dalla paura, e che, mentre Tito Annio è più preoccupato del benessere della repubblica che del suo, sia per me disdicevole non mostrare nella causa la stessa grandezza d'animo, tuttavia questa nuova e particolare procedura giuridica inquieta i miei occhi che si volgono ovunque a ricercare nel foro l'atmosfera di un tempo e il consueto modo di fare processi. Voi giudici non siete circondati, come al solito, da una cerchia di uditori e noi avvocati non siamo stretti dalla folla consueta; quei soldati, poi, che vedete dinanzi a tutti i templi, sebbene siano stati schierati per contrastare la violenza, incutono tuttavia un pò di paura all'oratore. E così, sebbene noi siamo protetti nel foro e nel tribunale da salutari e indispensabili presidi armati, non posso non essere in apprensione.
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Cicero Attico salutem dicit. Diligenter ad me Quintus frater et Piso quae essent acta scripserunt; tamen vellem te, ut consuesti, ad me quid in urbe agatur et quid intellegas perscribere. Me, aliquotiens conatum ire in Epirum, adhuc Plancius liberalitate sua Brundisii retinet. Spes illi homini est iniecta posse nos una proficisci. Sed iam, cum adventare inimici dicentur, quid faciendum sit certum est. Quod cum faciemus, ad te statim mittemus litteras ut scias ubi simus. Lentulus in suis litteris nobis declarat spem nonnullam esse in Pompei voluntate; saepe enim tu ad me scripsisti omnia esse in illius potestate. De Metello scripsit ad me frater per te perfectum esse quantum ipse speraret. Mi Pomponi, pugna ut tecum cum meis mihi liceat vivere, et scribe quotidie quae Romae fiant. Premor luctu et desiderio omnium meorum, qui mihi semper cariores quam vita fuerunt. Vale
Cicerone saluta Attico. Diligentemente Pisone e mio fratello Quinto mi hanno scritto ciò che era avvenuto; tuttavia vorrei che tu, secondo il tuo solito, mi scrivessi esattamente che cosa succede in città e cosa ne pensi. Plancio mi trattiene ancora con la sua gentilezza a Brindisi, avendo io tentato alcune volte di andare in Epiro. A quell'uomo è stata infusa la speranza che noi possiamo partire assieme. Ma ormai è certo cosa si debba fare, quando si dirà che gli avversari stanno sopraggiungendo. Quando faremo ciò, ti invieremo subito una lettera affinché tu sappia dove siamo. Lentulo ci annuncia nelle sue lettere che c'è qualche speranza nel proposito di Pompeo; spesso infatti tu mi hai scritto che tutte le cose sono in suo potere. Di Metello mi scrisse mio fratello quanto egli stesso sperasse che fosse compiuto per mezzo tuo. Io sono afflitto dal lutto e dal desiderio di tutti i miei cari, che mi furono sempre più cari della vita. Stammi bene