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Omnium oculos animosque in semet converterant captivae mater coniuxque Darei: illa non maiestate solum sed etiam aetate venerabilis, haec formae pulchritudine . Receperat in sinum filium, nondum sextum annum aetatis egressum . At in gremio anus aviae iacebant adultae virgines duae, non suo tantum, sed etiam illius maerore confectae. Ingens circa eam nobilium foeminarum turba constiterat, laceratis crinibus abscissăque veste, pristini decoris inmemores, reginas dominasque invocantes(a). Illae, suae calamitatis oblitae, in utro cornu Dareus stetisset, quae fortuna discriminis fuisset requirebant: negabant se captas, si viveret rex. Sed illum, equos subinde mutantem, longius fugâ abstulerat. In acie autem caesa sunt Persarum peditum centum milia, decem equitum; at a parte Alexandri ad quattuor et quingenti saucii fuĕre, ex peditibus triginta omnino et duo desiderati sunt, equitum centum quinquaginta interfecti: tantulo inpendio ingens victoria stetit.
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Cum carthaginiensium legati ad captivos redimendos in Urbem venissent, protinus his, nulla pecunia accepta, reddidit (scil. senatus) iuvenes, numerum duum milium et septingetorum et quadraginta explentes. Tantum hostium exercitum dimissum, tantam pecuniam contemptam, tot Punicis iniuriis veniam datam, ipsoslegatos obstupuisse arbitror. Illud quoque non parvum humanitatis senatus indicium est: Syphacem enim, quondam opulentissimum Numidiae regem, captivum in custodia Tiburi mortuum publico funere censuit efferendum, ut vitae dono honorem sepulturae adiceret. Consimilique clementia in Perse usus est: nam, cum Albae, in quam custodiae causa relegatus erat, decessisset, quaestorem misit qui eum publico funere efferret, ne regias reliquias iacere inhonoratas pateretur.
TRADUZIONE
Poiché gli ambasciatori dei Cartaginesi erano venuti a Roma per affrancare i prigionieri, il Senato restituì immediatamente a loro, senza accettare alcuna somma di denaro, duemila settecento quaranta giovani, che soddisfano. Credo che gli stessi ambasciatori fossero stati sorpresi che un esercito tanto grande di nemici fosse stato lasciato andare, che tanto denaro fosse stato rifiutato, che fossero stati perdonati tanti affronti Punici. Anche questo è un segno non piccolo dell'umanità del senato: infatti valutò che si dovesse seppellire il morto Siface, un tempo ricchissimo re delle Numidia, prigioniero in custodia a Tivoli, con un pubblico funerale, per aggiungere al dono della vita l'onore della sepoltura. E usò una simile clemenza verso Perse: infatti, dopo che morì ad Alba, dove era rinchiuso per essere custodito, mandò il questore affinché lo seppellisse con un pubblico funerale, affinché non fosse scoperto che i resti di un re giacevano senza onori.
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Livio Il nuovo latina Lectio volume A numero 165 pagina 281
Dum haec Romae atque in Italia geruntur, nuntius victoriae ad Cannas ... grates dei immortalibs agi haberique. "
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Ferunt antiqui rerum scriptores, inter quos Ctesias Graecus gravissimus est, apud Indios... Fine: unde mostrum sagittis vel hastis feriunt et vulnerant, infestissimos aculeos caventes.
Raccontano Gli antichi scrittori, dei quali il più autorevole è il greco Ctesia, che presso gli indi sia nato un mostro immane, il più orribile di tutti le creature orribili per aspetto e natura selvaggia, che essi stessi chiamano marticora. Per grandezza di corpo (la marticora) è simile al leone, rosso per il colore della pelle. In bocca si trova una fila triplice di denti, le orecchie e gli occhi grigi sono simili a (quelli dell') uomo. Come lo scorpione muove la coda, su cui da entrambi i lati si trovano aculei molto pungenti e duri. Quando qualche bestia ostile si avvicina, la ferisce con gli aculei; per di più, se attacca a distanza, la ferisce facendo fuoriuscire gli aculei dalla coda. La marticora combatte anche con gli artigli e con i denti, con cui dilania e divora la preda. E gli uomini non osano avvicinarsi a lei o attaccarla da vicino, ma assalgono la creatura feroce, sedendo sopra degli elefanti, da dove feriscono la bestia mostruosa con frecce od aste, guardandosi dagli aculei molto pericolosi.
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parole iniziali Lucretius poeta, doctrinam Epicuri secutus, ait homines forte ignis usum cognovisse...
parole finali ...condere urbes et praesidium in eis sibi locare.
Il poeta Lucrezio, seguita la dottrina di Epicuro, dice che gli uomini hanno conosciuto l'uso del fuoco per caso, vagando stoltamente come bestie, nelle foreste e nei boschi. Scrive infatti che, essendo precipitato per la prima volta un fulmine sulla terra dei mortali, da ciò tutto l'ardore delle fiamme si disperse per tutto il mondo. Infatti vediamo bruciare molte cose che sono state colpite dal fulmine. Allo stesso modo, quando un albero ramoso, battuto dai venti, vacilla e fluttua, se per caso si getta sui rami di un albero vicino, si sprigiona il fuoco, cavato fuori dal possente attrito, e il fervido ardore prorompe mentre i rami e i tronchi si sfregano tra loro. E l'una e l'altra di queste cause può aver dato ai mortali il fuoco. Poi il sole insegnò agli uomini a cuocere il cibo e ad ammollirlo con il vapore della fiamma poiché vedevano molte cose maturare, vinte dalle sferzate e dal calore dei raggi del sole. In seguito quelli che, tra i mortali, emergevano per ingegno ed intelligenza, venivano onorati dagli altri e insegnavano a cambiare il cibo e la vita anteriore con nuove scoperte e con il fuoco. Allora cominciarono a fondare città e rocche nelle quali collocarsi.