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Ancipiti proelio diu atque acriter pugnatum est. Diutius cum hostes sutinere nostrorum impetus non possent, alteri se, ut facere coeperant, in montem receperunt, alteri ad impedimenta et carros suos se contulerunt. Etiam apud impedimenta pugnatum est, propterea quod Helvetii pro vallo carros obiecerant et loco superiore in nostros venientes tela coniciebant, et nonnulli inter carros rotasque mataras ac tragulas subiciebant nostrosque vulnerabant. Diu cum esset pugnatum, impedimentis castrisque nostri potiti sunt. Ibi Orgetorigis filia atque unus e filiis captus est. Ex eo proelio circiter milia hominum CXXX superfuerunt iique tota nocte continenter ierunt: denique, in fines Lingonum die quarto pervenerunt; nostri autem, propter vulnera militum et propter sepulturam occisorum triduum morati, eos sequi non potuerunt. Caesar ad Lingonas litteras nuntiosque misit, ne Helvetios frumento iuvarent. Ipse triduo intermisso cum omnibus copiis eos sequi coepit.
Traduzione
Si combattè a lungo e con accanimento con esito incerto. Giacchè i nemici non erano in grado di trattener più a lungo gli assalti dei nostri, taluni, appena iniziato ad agire, si ritirarono verso un monte, altri si volsero verso i bagagli ed i propri carri. Anche presso i bagagli si combattè, per il fatto che gli Elvezi avevano disposto i carri a formare una barriera (lett: come vallo) e, da un luogo più elevato (rispetto a noi) scagliavano dardi contro i nostri che s'avvicinavano, e taluni (tra i nemici) gettavano lance galliche e giavellotti tra i carri e le ruote, e ferivano i nostri. Dopo che si combattè a lungo, i nostri s'impadronirono dei bagagli e dell'accampamento. Là furon catturati la figlia ed uno soltanto dei figli di Orgetorige. A quel combattimento sopravvissero circa 130'000 uomini, e questi marciaron senza posa per tutta la notte. Infine il quarto giorno (di cammino) giunsero ai confini dei Lingoni; tuttavia i nostri, a causa delle ferite e per la sepoltura degli uccisi, dopo aver atteso tre giorni, non li potevano seguire. (Dunque) Cesare inviò una lettera e dei messaggeri dai Lingoni, affinché non soccorressero gli Elvezi con il frumento. Egli, invece, lasciati trascorrere tre giorni, li iniziò a seguire con tutte le truppe.
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Manent ingenia senibus, si permanet studium et industria, neque ea solum in claris et honoratis viris, sed in vita etiam privata et quieta. Sophocles ad summam senectutem tragoedias fecit; quod propter studium cum rem neglegere familiarem videretur, a filiis in iudicium vocatus est, ut illum, quasi desipientem, a re familiari removerent iudices. Tum senex dicitur eam fabulam, quam in manibus habebat et proxime scripserat, 'Oedipum Coloneum', recitavisse iudicibus quaesivisseque, num illud carmen desipientis videretur. Quo recitato, sententiis iudicum est liberatus. Num igitur hunc, num Homerum, num Hesiodum, Simonidem, Stesichorum, num Isocratem, Gorgiam, num philosophorum principes, Pythagoram, Democritum, num Platonem, num Xenocratem, num postea Zenonem, Cleanthem aut eum, quem vos etiam vidistis Romae, Diogenem Stoicum, coegit in suis studiis obmutescere senectus?
Rimangono ai vecchi le facoltà intellettive, purchè rimangano lo studio e l’operosità ne' queste qualità soltanto in celebri ed onorati uomini, ma anche nell'ambito d'una vita privata e tranquilla. Sofocle scrisse tragedie fino ad un'età assai avanzata; e, giacchè a causa di quest'impegno pareva trascurare il patrimonio familiare, fu citato in giudizio dai figli, affinché i giudici lo rimuovessero dalla gestione patrimoniale, come se fosse pazzo. Pertanto si tramanda che il vecchio abbia recitato ai giudici quella rappresentazione drammatica che aveva per le mani, e che aveva completato poco tempo prima, 'L'Edipo di Colono', e che abbia domandato loro se quell'opera paresse da folle. E, concluso ciò, fu prosciolto con voto unanime da parte dei giudici. Forse che la vecchiaia ha costretto costui, Omero, Esiodo, Simonide, Stesicoro, Isocrate, Gorgia, i più grandi tra i filosofi, Pitagora, Democrito, Platone, Xenocrate, in seguito Zenone, Cleante o colui, che anche voi avete veduto a Roma, Diogene lo Stoico, a cessare nelle proprie attività?
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La vera amicizia
VERSIONE DI LATINO SENECA
Abbiamo 2 versioni con lo stesso titolo da due libri diversi e diverse fra loro
Dal libro C. so Lingua Latina n. 33 pag. 278
Quidam quae tantum amicis committenda sunt obviis narrant, et in quaslibet aures quidquid illos urit exonerant; quidam rursus etiam carissimorum conscientiam reformidant et, si possent, ne sibi quidem credituri interius premunt omne secretum. Neutrum faciendum est; utrumque enim vitium est, et omnibus credere et nulli, sed alterum honestius dixerim vitium, alterum tutius. Sic utrosque reprehendas, et eos qui semper inquieti sunt, et eos qui semper quiescunt. Nam illa tumultu gaudens non est industria sed exagitatae mentis concursatio, et haec non est quies quae motum omnem molestiam iudicat, sed dissolutio et languor. Itaque hoc quod apud Pomponium legi animo mandabitur: 'quidam adeo in latebras refugerunt ut putent in turbido esse quidquid in luce est'. Inter se ista miscenda sunt: et quiescenti agendum et agenti quiescendum est. Cum rerum natura delibera: illa dicet tibi et diem fecisse se et noctem. Vale C'è gente che racconta al primo venuto fatti che si dovrebbero confidare solo agli amici e scarica nelle orecchie di uno qualunque i propri tormenti. Altri, invece, temono persino che le persone più care vengano a sapere le cose e nascondono sempre più dentro ogni segreto, per non confidarlo, se potessero, neppure a se stessi. Sono due comportamenti da evitare perché è un errore sia credere a tutti, sia non credere a nessuno, ma direi che il primo è un difetto più onesto, il secondo più sicuro. Allo stesso modo meritano di essere biasimati sia gli eterni irrequieti, sia gli eterni flemmatici. Non è operosità godere dello scompiglio, ma lo smaniare di una mente esagitata, come non è quiete giudicare fastidiosa ogni attività, bensì fiacchezza e indolenza. Ricordala bene, perciò questa frase che ho letto in Pomponio: "C'è chi si tiene così ben nascosto che gli sembra tempesta tutto ciò che succede sotto il sole. " Bisogna saper conciliare queste due opposte tendenze: chi è flemmatico deve agire e deve calmarsi chi è sempre in attività. Consigliati con la natura: ti dirà che ha creato il giorno e la notte. Stammi bene.
dal libro ORNATUS N, 393
Anche se è autosufficiente tuttavia non ha un amico, tuttavia gliene serve uno per esercitare l’amicizia perché una virtù così grande non resti inattiva. Non per lo scopo che diceva Epicuro in quella stessa lettera non deve cercare un amico per avere qualcuno accanto a se quando è ammalato o che l’aiuti se prigioniero o povero, ma qualcuno al quale egli possa sedere accanto quando l’altro è ammalato e che egli possa liberare quando è circondato dalla guardia nemica. Chi guarda solo a se stesso e per questo cerca di ottenere un’amicizia pensa male. , Come l’amicizia comincia così finisce. Si è cercato un amico per portare aiuto nella prigionia, non appena si sente il tintinnio di una catena, scappa (l’amico). Queste sono amicizie che la gente chiama opportunistiche: chi è stato preso come amico soltanto per tornaconto, sarà gradito finché sarà utile. Ecco perché uno stuolo di amici attornia quelli che godono di fiorente fortuna. Intorno a chi ha subito un rovescio regna la solitudine; ben presto gli amici se la squagliano, appena messi alla prova. Ecco perché ci sono tanti esempi scandalosi di persone che abbandonano gli amici per paura e di altri ancora che sempre per paura li tradiscono. Il principio e la fine saranno inevitabilmente coerenti: chi ha cominciato a essere amico perché gli conviene, cesserà anche di esserlo perché gli conviene.
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Duodequadraginta Dionysius tyrannus annos fuit opulentissumae et beatissumae civitatis. Diogenes quidem Cynicus dicere solebat Harpalum, qui temporibus illis praedo felix habebatur, contra deos testimonium dicere, quod in illa fortuna tam diu viveret. Dionysius, de quo ante dixi, cum fanum Proserpinae Locris expilavisset, navigabat Syracusas; isque cum secundissumo vento cursum teneret, ridens 'Videtisne', inquit, 'amici, quam bona a dis inmortalibus navigatio sacrilegis detur?' Atque homo acutus cum bene planeque percepisset, in eadem sententia perseverabat. Qui quom ad Peloponnesum classem appulisset et in fanum venisset Iovis Olympii, aureum ei detraxit amiculum grandi pondere, quo Iovem ornarat e manubus Carthaginiensium tyrannus Gelo, atque in eo etiam cavillatus est aestate grave esse aureum amiculum, hieme frigidum, eique laneum pallium iniecit, cum id esse ad omne anni tempus diceret. Idemque Aesculapi Epidauri barbam auream demi iussit; neque enim convenire barbatum esse filium, cum in omnibus fanis pater imberbis esset. Iam mensas argenteas de omnibus delubris iussit auferri, in quibus, quod more veteris Graeciae inscriptum esset BONORUM DEORUM, uti se eorum bonitate velle dicebat. Idem Victoriolas aureas et pateras coronasque, quae simulacrorum porrectis manibus sustinebantur, sine dubitatione tollebat eaque se accipere, non auferre dicebat; esse enim stultitiam, a quibus bona precaremur, ab is porrigentibus et dantibus nolle sumere. Eundemque ferunt haec, quae dixi, sublata de fanis in forum protulisse et per praeconem vendidisse exactaque pecunia edixisse, ut, quod quisque a sacris haberet, id ante diem certam in suum quicque fanum referret: ita ad impietatem in deos in homines adiunxit iniuriam
Dionisio tiranneggiò per trentotto anni una ricchissima e felicissima città; Diogene il Cinico era solito affermare che Arpalo, considerato a quei tempi come un pirata fortunato, costituiva per la sua lunga fortuna una vivente testimonianza contro gli dèi. Dionisio, di cui s'è già detto, dopo aver depredato a Locri il tempio di Proserpina, stava navigando verso Siracusa. Visto che il viaggio procedeva bene con il favore del vento: « Vedete » disse ridendo «o amici, che bella navigazione gli dèi immortali offrono ai sacrileghi? ». Da uomo acuto quale era, considerata bene ogni cosa, perseverò nello stesso atteggiamento. Sbarcato nel Peloponneso e giunto nel tempio di Giove Olimpio spogliò la statua dei Dio del pesante mantello d'oro di cui l'aveva ornata Gelone servendosi del bottino tolto ai Cartaginesi e non si peritò di fare dello spirito sulla cosa dicendo che un mantello d'oro è fastidioso d'estate e freddo d'inverno: rivesti perciò la statua di un mantello di lana col pretesto che essa si adattava a tutte le stagioni. Analogamente ad Epidauro ordinò che si asportasse la barba d'oro di Esculapio col pretesto che non era bello che il figlio avesse la barba quando in tutti i templi il padre era raffigurato senza barba. Fece anche asportare da tutti i templi le mense d'argento e poiché queste recavano, secondo l'antico uso greco, l'iscrizione « degli dèi buoni » diceva di voler fruire di questa loro bontà. Non sì faceva neppure scrupolo di prelevare le piccole Vittorie d'oro, le tazze e le corone sorrette dalle mani protese delle statue e affermava che questa era una accettazione, non una sottrazione, in quanto sarebbe stata una sciocchezza chiedere dei beni agli dèi per poi non volerli accettare quando sono essi stessi ad offrirceli con le loro stesse mani. Si tramanda anche che il tiranno portasse al mercato gli oggetti tolti dai templi e li vendesse per mezzo di un banditore e che quindi, riscosso il danaro, ordinasse che ciascuno prima di un giorno stabilito riportasse l'oggetto sacro acquistato nel suo tempio: in tal modo all'empietà nei riguardi degli dèi aggiunse un sopruso a danno degli uomini. Ebbene, né Giove Olimpio lo colpì con il fulmine né Asclepio lo fece morire con una lunga e debilitante malattia, ma morì nel suo letto e fu adagiato su un rogo regale e lasciò in eredità al figlio come giusto e legittimo quel potere che si era procurato col delitto.
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Lacedaemoniis mos erat duos habere reges, alterum ex familia Procli, alterum ex familia Eurysthenis: nec licebat ex alia familia regem creari. Post vero regis obitum maximus natu succedebat. Regnaverat Agis, Agesilai frater, eoque defuncto hereditario iure Leotychides filius succedebat: verum Agesilaus, suffragante Lysandro, illum regno deiecit primusque de regno cum fratris filio contendit. Hic Aegyptios et universam Asiam variis cladibus afflixit. Inde, cum bellum animo agitaret cum exercitu exstructissimo, a suis, qui bellum Boeotiis et Atheniensibus indixerant, revocatus, rediit tanta celeritate, ut triginta diebus iter confecerit, quod anno vertente confecerat Xerses. Apud Coroneam Boeotios et Athenienses fudit. Spartam ab Epaminonda obsessam liberavit. Dona plurima in eum collata patriae contulit, avita et paupere domo contentus. Altero pede claudicabat: quam ob rem tamquam deformis contemnebatur. Cum in Aegyptum subsidio Tacho regi missus esset, munera barbarorum sprevit, et, vitulina carne et vilibus obsoniis acceptis, distributa servis secunda mensa cum unguentis et coronis, cetera legatos referre iussit. Tanta parsimonia contemptui barbaris fuit. Ex Aegypto rediens cum CCXX talentis, quibus eum rex Notanabides donaverat, morbo implicitus decessit.
Traduzione n. 1
Un’usanza dei lacedemoni era di avere due re più di nome che di potere, l’uno dalla famiglia dei Procli, l’altro dalla famiglia di Euristeno: e non era permesso che il re fosse generato da un’altra famiglia. Dopo la morte del re in verità succedeva il maggiore d’età, e, se nessuno fosse di sesso maschile, era scelto per parentela al morto. Aveva regnato Agide, fratello di Agesilao, e dopo che questo fu defunto succedeva il figlio Leotichide per legge: ma Agesilao, sostenuto da Lisandro, scacciò quello dal regno e per primo si adoperò per il regno con il figlio del fratello. Questo abbatté l’Egitto e l’intera Asia con varie stragi. Poi, pensando alla guerra con un esercito elevatissimo, richiamato dai suoi, che avevano dichiarato guerra ai beoti e agli ateniesi, tornò così tanto velocemente che compì in trenta giorni il viaggio che Serse aveva compiuto nel corso di un anno. Presso Coronea vinse i beoti e gli ateniesi. Liberò Sparta dall’assedio di Epaminonda. Portò moltissimi doni alla patria e lui vicino: soddisfatto degli avi e dei giovani della patria. Zoppicava con uno dei due piedi: proprio per questo motivo era disprezzato così come un deforme. Dopo che fu mandato in Egitto in aiuto al re Toco nell’anno 80, disprezzò i doni dei barbari, e, accettata la carne di vitello e le vivande a basso costo, distribuita agli schiavi la seconda portata con profumi e ghirlande, comandò di restituire tutti gli altri legati. Fu disprezzato dai barbari con così tanta moderazione. Tornando dall’Egitto con 220 talenti, che il re Notanabile gli aveva donato affinché fosse utile alla sua patria, nel porto di Menelao che è tra Cirene e l’Egitto, morì implicato dalla malattia. Cosparso il corpo con la cera, poiché mancava il miele, fu ricondotto dai suoi a Sparta. Traduzione n. 2 Tra i Lacedemoni era tradizione avere due sovrani; l'uno dalla famiglia di Proclio, l'altro dalla famiglia di Euristene: e non era consentito che un re proveniente da un'altra stirpe venisse eletto. Di solito dopo la morte del re, gli succedeva il maggiore d'età. Aveva regnato Age, fratello d'Agesilao, defunto il quale, per diritto ereditario, gli sarebbe dovuto succedere (lett: succedeva) il figlio Leoticide: tuttavia Agesilao, con l'appoggio di Lisandro, lo scacciò dal regno e per primo si scontrò per il controllo del territorio (lett: regno) con il figlio del fratello. Costui ridusse a mal partito gli Egizi e l'intera Asia in varie sconfitte. Di qui, giacchè aveva in mente una guerra con un enorme spiegamento di forze, richiamato dai suoi, i quali avevan intrapreso una guerra contro Beozi ed Ateniesi, ritornò con tanto grande rapidità da compiere in trenta giorni il viaggio che Serse aveva portato a termine nel giro d'un anno. Presso Coronea sbaragliò Beozi ed Ateniesi. Liberò Sparta, assediata da Epaminonda. Soddisfatto d'una casa misera ed ereditata, consegnò alla patria moltissimi doni a lui assegnati. Zoppicava da un piede: e perciò era disprezzato in quanto deforme. Allorchè fu mandato in Egitto, in soccorso al re Taco, disprezzò i doni dei barbari, e, accettata carne di vitello ed altre vivande di poco pregio, distribuita ai servi una seconda portata con profumi e ghirlande, ordinò ai legati di portar via le altre (leccornie). Tanto grande parsimonia fu a disprezzo dei barbari. Ritornando dall'Egitto con 220 talenti, che gli aveva donato il re Notanabide, morì d'una malattia ignota.
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