- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: CORSO DI LINGUA LATINA - versioni latino tradotte
- Visite: 1
Post multos reges regnum Mediae ad Astygem descendit. Huic hariolarum responsum prea dixerant ei necem a neponte venturam esse. Hoc responso exterritus, nepotem, ex filia sua natum, occidere destinavit. infans ergo datur, ut occideretur, Harpago, regis amico, qui puerum pastori cuidam tradidit ut eum in silva exponeret. Forte eodem tempore etiam ipsi pastori filius natus erat. Eius igitur uxor, desiderans regium infatem videre, summis precibus maritum oravit ut illum domum affarret et ostenderet. Precibus uxoris fatigatus, pastor in silvam revertit ibique iuxta infantem invenit canem, quae eum lacte suo nutriebat et a feris avibusque defendebat. Motus etiam ipse ad misericordiam, puerulum domum rettulit, eadem cane anxie prosequente. Ubi in manus mulier parvulum corpus accepit, dulcis in pueri vultu risus apparuit. Tunc pastori uxor: "Eum mihi" inquit "nutrire liceat!". Sic puer, regno avum spoliaturus, inter pastores educatus est et Cyrum nomen accepit.
Dopo molti re, il regno di Media passò nelle mani di Astiage. Questo atterrito dal responso degli oratori, stabilì di uccidere il suo nipote che era ancora un ambino. L'infante fu dato ad Arpago, amico del re, perché fosse ucciso. uesto lo affidò ad un pastore del re, che si affrettò nel bosco con l'intenzione di abbandonare il bambino. a poiché la moglie desiderava vedere il bambino reale, stanco delle sue preghiere, il pastore ritornò nel bosco e qui trovò accanto al bambino n cane che lo difendeva dagli animali feroci e dagli uccelli. Mosso dalla compassione, condusse il bimbo a casa. Quando la moglie prese in mano il bimbo, sul suo volto apparve un dolce sorriso. llora la donna al pastore: "Lo nutrirò volentieri!". Così il bambino, che priverà il regno degli antenati, è educato tra i pastorie prese il nome di Ciro.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: CORSO DI LINGUA LATINA - versioni latino tradotte
- Visite: 1
I Germani non rispettano la tregua
Autore: Cesare
Traduzione dal libro CORSO DI LINGUA LATINA per il biennio', di Laura Pepe, Danilo Golin. - Dalla grammatica alla traduzione - Unità 14-25 (Volume II)
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: CORSO DI LINGUA LATINA - versioni latino tradotte
- Visite: 1
Viri magni nostri maiores non sine causa praeponebant rusticos Romanos urbanis. Ut ruri enim qui in villa vivunt ignaviores, quam qui in agro uersantur in aliquo opere faciendo, sic qui in oppido sederent, quam qui rura colerent, desidiosiores putabant. Itaque annum ita diviserunt, ut nonis modo diebus urbanas res usurparent, reliquis septem ut rura colerent. Quod dum servaverunt institutum, utrumque sunt consecuti, ut et cultura agros fecundissimos haberent et ipsi valetudine firmiores essent, ac ne Graecorum urbana desiderarent gymnasia. Quae nunc vix satis singula sunt, nec putant se habere villam, si non multis vocabulis retinniat Graecis, quom vocent particulatim loca, procoetona, palaestram, apodyterion, peristylon, ornithona, peripteron, oporothecen. Igitur quod nunc intra murum fere patres familiae correpserunt relictis falce et aratro et manus movere maluerunt in theatro ac circo, quam in segetibus ac vinetis, frumentum locamus qui nobis advehat, qui saturi fiamus ex Africa et Sardinia, et navibus vindemiam condimus ex insula Coa et Chia
Non senza motivo quegli uomini grandi che furono i nostri antenati ai Romani della città preferivano quelli della campagna. Come, infatti, coloro che in campagna vivono dentro il recinto della villa sono considerati degli indolenti rispetto a quelli che coltivano la terra, cosi quelli che vivevano in città erano ritenuti degli sfaccendati rispetto a quelli che si dedicavano all'agricoltura. Pertanto divisero l'anno in modo che solo ogni nove giorni trattavano gli affari, mentre gli altri sette attendevano alla coltivazione dei campi. Finché conservarono siffatta costumanza ottennero il doppio vantaggio, di avere campagne fertilissime e di godere essi stessi di maggiore salute, e poi di non sentire il bisogno di palestre greche in città. Oggi invece una sola palestra è appena sufficiente e nessuno pensa di possedere una villa se non risuona di una quantità di nomi greci con cui si designano certe sue parti: procoetòn (vestibolo), palaestra, apodytérion (spogliatoio), peristylon (colonnato), ornithona (uccelliera), peripteron (edificio cinto da colonne), oporothécen (deposito di frutta). Adunque oggi per il fatto che quasi tutti i padri di famiglia si sono a poco a poco infiltrati dentro le mura della città abbandonando la falce e l'aratro e preferiscono usar le mani per applaudire nel teatro e nel circo piuttosto che nella coltivazione dei campi e dei vigneti, noi noleggiamo chi, per sfamarci, ci porti il grano dall' Africa e dalla Sardegna, e importiamo via mare l'uva dall'isola di Coo e di Chio.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: CORSO DI LINGUA LATINA - versioni latino tradotte
- Visite: 1
L. Domitius, cum Siciliam praetor regeret et ad eum eximiae magnitudinis aper allatus esset, adduci ad se pastorem, cuius manu occisus erat, iussit interrogatumque qui eam bestiam confecisset, postquam conperit usum venabulo, cruci fixit, quia ipse ad exturbanda latrocinia, quibus provincia vastabatur, ne quis telum haberet edixerat. Lacedaemonii libros Archilochi e civitate sua exportari iusserunt, quod eorum parum verecundam ac pudicam lectionem arbitrabantur: noluerunt enim ea liberorum suorum animos imbui, ne plus moribus noceret quam ingeniis prodesset. itaque maximum poetam aut certe summo proximum, quia domum sibi invisam obscenis maledictis laceraverat, carminum exilio multarunt. Athenienses autem Timagoran inter officium salutationis Dareum regem more gentis illius adulatum capitali supplicio adfecerunt, unius civis humilibus blanditiis totius urbis suae decus Persicae dominationi summissum graviter ferentes.
Lucio Domizio, governando come pretore la Sicilia e recandosi un'insegna di legioni di straordinaria grandezza, ordinò di condurre a sè una guida, per mano della quale era stato annientato, e interrogato, che avrebbe ucciso quella belva, come ebbe saputo dell'uso dello spiedo da caccia appese alla croce, poiché gli stesso emanò un editto per far sparire le rapine, per le quali la provincia era depredata, affinché qualcuno non avesse un'arma d'offesa. gli Spartani ordinarono di bandire i libri di Archiloco dalla sua cittadinanza, poiché giudicavano la loro lettura poco riguardosa e virtuosa: non vollero infatti che gli animi dei loro figli fossero educati con quelle cose, affinché non recassero più danno ai valori quanto avrebbero proceduto nelle capacità.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: CORSO DI LINGUA LATINA - versioni latino tradotte
- Visite: 1
Phliuntem ferunt venisse, eumque cum Leonte, principe Phliasiorum, docte et copiose disseruisse quaedam. Cuius ingenium et eloquentiam cum admiratus esset Leon, quaesivisse ex eo, qua maxime arte confideret; at illum: artem quidem se scire nullam, sed esse philosophum. Admiratum Leontem novitatem nominis quaesivisse, quinam essent philosophi, et quid inter eos et reliquos interesset Pythagoram autem respondisse similem sibi videri vitam hominum et mercatum eum, qui haberetur maxumo ludorum apparatu totius Graeciae celebritate; nam ut illic alii corporibus exercitatis gloriam et nobilitatem coronae peterent, alii emendi aut vendendi quaestu et lucro ducerentur, esset autem quoddam genus eorum, idque vel maxime ingenuum, qui nec plausum nec lucrum quaererent, sed visendi causa venirent studioseque perspicerent, quid ageretur et quo modo, item nos quasi in mercatus quandam celebritatem ex urbe aliqua sic in hanc vitam ex alia vita et natura profectos alios gloriae servire, alios pecuniae, raros esse quosdam, qui ceteris omnibus pro nihilo habitis rerum naturam studiose intuerentur; hos se appellare sapientiae studiosos - id est enim philosophos et ut illic liberalissimum esset spectare nihil sibi adquirentem, sic in vita longe omnibus studiis contemplationem rerum, cognitionemque praestare
Dicono (che Pitagora) si sia recato a Fliunte ed abbia tenuto con Leonte principe della città, alcuni dotti e poderosi ragionamenti. Avendone Leonte ammirato l'ingegno e l'eloquenza, gli domandò in quale scienza si credesse specialmente versato. Egli rispose che non conosceva alcuna scienza, ma era filosofo. Avendo fatto Leonte le meraviglie intorno a quel nome, che gli riusciva nuovo, gli domandò chi mai fossero i filosofi e qual differenza passasse fra loro e gli altri uomini Pitagora invece rispose che la vita dell'uomo gli sembrava essere simile e quel mercato, che veniva allestito con grande magnificenza dei giochi per celebrare tutta la Grecia; infatti come in quella circostanza alcuni aspiravano alla gloria e alla fama di un premio nelle gare sportive, altri erano attirati dal desiderio di guadagno e profitto che derivava dalla compravendita, poi c'era invece un certo gruppo, che era soprattutto onesto, di coloro che non cercavano di ottenere né lode né guadagno, ma ci andavano come spettatori, e scrutavano con attenzione che cosa si faceva e in che modo, alla stessa maniera come quelli che si muovono dalla loro città per andare ad una mercato con tanta gente, così noi eravamo passati da un'altra vita a questa vita alcuni erano schiavi della gloria, alcuno dei soldi, era raro qualcuno che, ritenendo inutile tutto il resto, esaminava con cura la natura( l'essenza); costoro si chiamano amanti della saggezza-ciò che è infatti l'essere filosofi E come alle feste la parte più nobile era di chi stava a mirare senza cercare alcun profitto per sé, così nella vita umana l'occupazione più degna di ogni altra era la pura speculazione scientifica