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Vetusto Macedoniae more regi Alexandro nobilissimi pueri praesto erant sacrificanti. E quibus unus, turibulo arrepto, ante ipsum adstitit, in cuius brachium carbo ardens delapsus est; quo etsi urebatur ita, ut adusti corporis eius odor ad circumstantium nares perveniret, tamen et dolorem silentio pressit et brachium immobile tenuit, ne sacrificium Alexandri aut concusso turibulo impediret, aut edito gemitu religione aspergeret. Rex, quo magis patientia pueri delectatus est, eo certius perseverantiae experimentum sumere voluit; consulto enim sacrificavit diutius nec eum a proposito reppulit. Si hoc miraculum Darius conspexisset, scivisset milites eius stirpis vinci non posse, quia pueri tanto robore praediti erant.
Secondo una vecchia usanza della Macedonia, il re di Macedonia Alessandro, quando faceva sacrifici aveva a disposizione dei giovani molto famosi. Uno di essi, dopo aver preso il turibolo, stette fermo davanti a lui, e un carbone ardente gli cadde sul braccio; sebbene bruciasse a causa sua così, che l’odore del suo corpo ustionato giungesse alle narici degli astanti, tuttavia trattenne in silenzio il dolore e tenne immobile il braccio, sia per non disturbare il sacrificio di Alessandro agitando il turibolo, sia per violarlo con un forte gemito durante il culto religioso. Il re, quanto maggiormente si compiacque della resistenza del giovane, tanto più volle sperimentare (sumere experimentum) la sua; infatti di proposito sacrificò più a lungo e distolse dal proposito. Se Dario avesse visto questo episodio straordinario, avrebbe saputo che i soldati della stirpe di quello non potevano essere vinti, perché i fanciulli erano dotati di tanta forza
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Manius Curius, mirum exemplum Romanae frugalitatis et fortitudinis perfectum specimen, a Samnitium legatis agresti in scamno dum adsidebat foco eque (=et e) ligneo catillo cenabat spectatus est. Curius tamen Samnitium divitias contempsit et Samnites eius paupertatem suspexerunt, quia magnum pondus auri ad eum attulerant et benignis verbis invitaverant ut divitias acciperet. Sed Curius vultum risu solvit et protinus dixit: "Supervacuae legationis ministri, Manius Curius praeoptat locupletibus imperare quam esse locuples: ita reddite istud pretiosum munus: ego nec acie vincor nec pecunia corrumpor".
Manio Curio, mirabile esempio della parsimonia romana e modello perfetto di coraggio, è stato osservato su un rozzo sgabello da un ambasciatore sannita mentre sedeva accanto al fuoco e mangiava con un piattino di legno. Tuttavia Curio disdegnò le ricchezze dei Sanniti ed essi ammirarono la sua povertà dal momento che gli portarono una grande quantità d'oro e lo invitarono con parole cortesi ad accettare le ricchezze. Ma Curio rilassò l'espressione del volto con un sorriso e disse: "O esecutori di un' inutile ambasceria, Manio Curio preferisce comandare ai ricchi piuttosto che esserlo (alla lettera: "essere ricco", xò è meglio evitare le ripetizioni): così restituite questo prezioso dono: io non sono vinto in battaglia e non sono corrotto dal denaro
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Carthaginiensum dux Hamilcar, dum obsidebat Syracusas, inter somnum arcanam vocem exaudivit: "Cras Syracusis cenabis". Laetus igitur exercitum pugnae comparabat et victoriam divinam promissionem putabat. Sed inter milites Poenos et Siculos, qui in Hamilcaris exercitu erant, magna dissensio ex improviso exstitit: Syracusani, ut sociorum discordiam animadverterunt, in castra Carthaginiensium irruperunt, Hamilcarem ceperunt et intra moenia sua vinctum pertraxerunt. Ita Hamilcar deceptus est et cenavit Syracusis captivus, non, ut animo praesumpserat, victor.
Amilcare, comandante dei Cartaginesi, mentre assediava Siracusa, udì nel sonno una voce arcana "Domani cenerai a Siracusa". Lieto dunque preparava l'esercito allo scontro e riteneva la vittoria una promessa divina. Ma tra i soldati Fenici e Siculi, che erano nell'esercito di Amilcare, scoppiò all'improvviso una grande rissa: i Siracusani, come si accorsero della rissa degli alleati irruppero nell'accampamento dei Cartaginesi, catturarono Amilcare e lo trascinarono legato all'interno delle loro mura. Così Amilcare fu ingannato dal sogno e cenò a Siracusa come prigioniero, non vincitore come aveva creduto mente nell'animo.
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testo latino: Ad superiorem Africanum in Liternina villa se continentem complures praedonum duces videndum eodem tempore forte confluxerunt. Quos cum ad uim faciendam venire existimasset, praesidium domesticorum in tecto conlocavit eratque in his repellendis et animo et apparatu occupatus. Quod ut praedones animadverterunt, dimissis militibus abiectisque armis ianuae adpropinquant et clara uoce nuntiant Scipioni non vitae eius hostes, sed virtutis admiratores venisse conspectum et congressum tanti viri quasi caeleste aliquod beneficium expetentes: proinde securum se nobis spectandum praebere ne gravetur. Haec postquam domestici Scipioni retulerunt, fores reserari eosque intromitti iussit. Qui postes ianuae tamquam aliquam religiosissimam aram sanctumque templum venerati cupide Scipionis dexteram adprehenderunt ac diu osculati positis ante vestibulum donis, quae deorum inmortalium numini consecrari solent, laeti, ad lares reverterunt.
testo italiano: Mentre l'Africano maggiore si trovava nella sua villa di Literno, numerosi capi di pirati si recarono nello stesso momento a vederlo. Credendo che fossero venuti con intenzioni ostili, egli fece disporre a difesa sul tetto della casa un gruppo di suoi servi ed era tutto preso dai preparativi per respingere gli aggressori. Quando i predoni se ne resero conto, fatti allontanare i loro compagni e gettate a terra le armi, si avvicinarono alla porta ad annunziare a gran voce ch'erano venuti non per attentare alla sua vita, ma, quali ammiratori della sua virtù, per avere la possibilità di osservare da vicino un uomo così famoso: lo desideravano quasi come un dono divino; perciò avesse la bontà di farsi vedere senza alcuna preoccupazione. Riferite che gli furono queste parole, Scipione fece aprire le porte ed introdurre i predoni. Costoro, fatto rispettoso atto di omaggio ai battenti della porta, come fossero il più venerando degli altari ed un tempio inviolabile, presero con effusione la mano destra di Scipione e, baciatala a lungo, deposero davanti al vestibolo quei doni che sogliono essere offerti agli dèi; e lieti se ne ritornarono donde erano venuti.
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Etruscis in urbem ponte Sublicio irrumpentibus, Horatius Cocles extremam eius partem occupavit totumque hostium agmen, donec post tergum suum pons abrumperetur, infaticabili pugna sustinuit atque, ut patriam periculo imminenti liberatam vidit, armatus se in Tiberim misit. Cuius fortitudinis dii immortales admirati, incolumitatem sinceram ei praestiterunt: nam, neque altitudine deiectus quassatus, nec pondere armorum pressus, nec ullo verticis circuitu actus, ne telis quidem, quae undique congerebantur, laesus, tutam natationem habuit. Unus itaque tot civium, tot hostium in se oculos convertit, illos stupentes admiratione, hos inter laetitiam et metum haesitantes, unusque duos acerrima pugna consertos exercitus, alterum repellendo, alterum propugnando distraxit. Denique unus urbi nostrae munimento fuit. Quapropter discedentes Etrusci dicere potuerunt: Romanos vicimus, ab Horatio victi sumus.
Quando gli Etruschi irruppero nella città attraverso il ponte Sublicio, Orazio Coclite prese la sua estremità e fece fronte all'intero esercito dei nemici con un combattimento infaticabile, nell'attesa che il ponte venisse interrotto alle sue spalle, e, quando vide la patria libera dall'imminente pericolo, si gettò armato nel Tevere. Gli dei immortali, avendo ammirato il suo coraggio, gli assicurarono la totale salvezza: infatti né scosso dall'altezza della caduta, né travolto dal peso delle armi, né portato via da alcun vortice della corrente, e neanche colpito dai dardi che venivano lanciati da ogni parte, ebbe l'esito sicuro di galleggiare. Uno solo dunque tra tanti cittadini rivolse su di sè gli occhi di tanti nemici, quelli (gli occhi) pieni di meraviglia, questi (gli occhi) esitanti tra la gioia e la paura, e uno solo tenne separati due eserciti impegnati in una violentissima battaglia, respingendo il primo e difendendo l'altro. Infine uno solo apportò alla nostra città con il suo scudo tanta difesa così grande (una così grande difesa) quanto il Tevere col suo letto. Perciò gli Etruschi mentre si allontanavano poterono dire: abbiamo battuto i Romani, ma siamo stati vinti da Orazio.