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La creazione degli esseri viventi
versione latino Cicerone
libro Corso di lingua latina
INIZIO - De iis, quos Graeci "daimonas" appellant FINE - quod erit immortale, partem adtexitote mortalem
Circa quelli che i Greci chiamano "demoni", e i nostri, come penso, Iari, bisogna credere agli uomini antichi e primitivi, che dicevano di essere progenie degli dei e ci hanno tramandato i loro nomi: infatti potevano conoscere nel modo migliore i loro creatori ed è difficile non avere fiducia a coloro che sono nati dagli dei; sebbene la loro dichiarazione non è confermato né da argomenti né da ragioni certe, poiché ci parlano delle loro cose, bisogna obbedire alla legge e al costume antico. Dunque a tutti loro quel dio che generò tutto. dice queste cose: "Voi che siete nati dal seme degli dei, state attenti. Dal momento che siete nati, voi certamente non potete essere immortali e indissolubili, per nulla sarete dissolti, e né alcuna morte vi distruggerà. qualcosa che io penso qundue sapete. Coloro che sono creati in modo che fossero obbligati a essere appartenenti agli dei immortali, saranno chiamati divini e avranno il dominio di tutta la sovranità vivente e appariranno volenterosi per la giustizia e la legge. Ora voi a ciò, che sarà immortale, aggiungerete la parte mortale".
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Rex Licomedes Achillem in insula Scyro celavit, Thetidis matris rogatu, in regia domo inter filias suas femineo habitu, ne ad bellum cum Achivis principibus discederet: nam Thetidi oraculum filii mortem in bello paedixerat. Achivi autem, cum Achillis deversorium cognovissent, ad regem legatos miserunt, ne adulescentem omnium maxime strenuum celaret neve deduceret a bello contra Troianos. Graecorum legatis rex respondit: Hic non est Achilles: donum perlustrate et adulescentem non invenietis. Tum Ulixes dona in vestibulo filiis Licomedes ostendit, sed in donis clipeum et hastam posuit. Cum Achilles inter dona arma vidisset, statim vestem muliebrem laceravit et Achivis se dedit, ut contra Troianos ducerent.
Il re Licomede nascose Achille nell'isola Sciro, dietro richiesta della madre Teti, nella casa reale tra le sue figlie con abbigliamento femminile affinché non se ne andasse in guerra con i sovrani achei: infatti un oracolo aveva predetto a Teti la morte del figlio in guerra. Gli Achei invece, dopo che ebbero conosciuto l'alloggio di Achille, mandarono ambasciatori verso il re, affinché non nascondesse il giovane più valoroso di tuttti e non (lo) sottrasse dalla guerra contro i Troiani. Il re rispose agli ambasciatori dei Greci: "Achille non è qui: controllate la casa e non troverete il giovane". Allora Ulisse mostrò doni per le figlie di Licomede nell'ingresso, me nei doni collocò uno scudo e un'asta. Dopo che Achille ebbe visto le armi tra i doni, immediatamente strappò la veste femminile e si diede agli Achei, affinché (lo) conducessero contro i Troiani.
Altra versione stesso titolo testo diverso
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Erant apud Caesarem in equitum numero Allobroges duo fratres, Raucillus et Egus, Adbucilli filii, qui principatum in civitate multis annis obtinuerat, singulari virtute homines, quorum opera Caesar omnibus Gallicis bellis optima fortissimaque erat usus. His domi ob has causas amplissimos magistratus mandaverat atque eos extra ordinem in senatum legendos curaverat agrosque in Gallia ex hostibus captos praemiaque rei pecuniariae magna tribuerat locupletesque ex egentibus fecerat. Hi propter virtutem non solum apud Caesarem in honore erant, sed etiam apud exercitum cari habebantur; sed freti amicitia Caesaris et stulta ac barbara arrogantia elati despiciebant suos stipendiumque equitum fraudabant et praedam omnem domum avertebant. Quibus illi rebus permoti universi Caesarem adierunt palamque de eorum iniuriis sunt questi et ad cetera addiderunt falsum ab his equitum numerum deferri, quorum stipendium averterent. Caesar neque tempus illud animadversionis esse existimans et multa virtuti corum concedens rem totam distulit; illos secreto castigavit, quod quaestui equites haberent, monuitque, ut ex sua amicitia omnia exspectarent et ex praeteritis suis officiis reliqua sperarent.
Rucilio ed Eco due temerari disertori (parte II)
corso di lingua latina per il biennio unità 14-25 (2)
Caesar neque tempus illud animadversionis esse existimans et multa virtuti corum concedens rem totam distulit; illos secreto castigavit, quod quaestui equites haberent, monuitque, ut ex sua amicitia omnia exspectarent et ex praeteritis suis officiis reliqua sperarent. Magnam tamen haec res illis offensionem et contemptionem ad omnes attulit, idque ita esse cum ex aliorum obiectationibus tum etiam ex domestico iudicio atque animi conscientia intellegebant. Quo pudore adducti et fortasse non se liberari, sed in aliud tempus reservari arbitrati discedere a nobis et novam temptare fortunam novasque amicitias experiri constituerunt. Et cum paucis collocuti clientibus suis, quibus tantum facinus committere audebant, primum conati sunt praefectum equitum C. Volusenum interficere, ut postea bello confecto cognitum est, ut cum munere aliquo perfugisse ad Pompelum viderentur; postquam id difficilius visum est neque facultas perficiendi dabatur, quam maximas potuerunt pecunias mutuati, proinde ac si suis satisfacere et fraudata restituere vellent, multis coemptis equis ad Pompeium transierunt cum eis, quos sui consilii participes habebant.
Vi erano presso Cesare, nella sua cavalleria, due fratelli Allobrogi, Roucillo ed Eco, figli di Adbucillo, che per molti anni era stato al comando del suo popolo, uomini di singolare valore, della cui opera, eccellente e valorosissima, Cesare si era servito in tutte le guerre galliche. A costoro in patria, per questi motivi, aveva fatto affidare cariche molto importanti e li aveva, eccezionalmente, fatti eleggere senatori; aveva dato loro in Gallia terreni sottratti ai nemici e grandi premi in denaro, facendoli, da poveri che erano, ricchi. Costoro, per il loro valore, erano non solo stimati da Cesare, ma anche considerati dall'esercito; ma, fiduciosi dell'amicizia di Cesare e trascinati da una stolta arroganza tipica dei barbari, disprezzavano i loro compagni, defraudavano la paga dei cavalieri e sottraevano tutto il bottino per mandarlo a casa. I cavalieri, irritati da questi fatti, andarono tutti insieme da Cesare e si lamentarono pubblicamente dei loro soprusi e in più aggiunsero che da quelli era stato dichiarato un falso numero di cavalieri per appropriarsi indebitamente della loro paga. Cesare, giudicando che quello non era il momento per punizioni, con atto di grande condiscendenza per il loro valore, differì l'intera disputa; li rimproverò privatamente per i guadagni sui cavalieri, ricordando loro che dovevano attendersi ogni bene solo dalla sua amicizia e sperare, come per il passato, in altri suoi favori
corso di lingua latina per il biennio unità 14-25 (2)
Cesare, giudicando che quello non era il momento per punizioni, con atto di grande condiscendenza per il loro valore, differì l'intera disputa; li rimproverò privatamente per i guadagni sui cavalieri, ricordando loro che dovevano attendersi ogni bene solo dalla sua amicizia e sperare, come per il passato, in altri suoi favori. Questa vicenda tuttavia recò loro grande offesa e il disprezzo da parte di tutti, e tale disprezzo lo coglievano sia dai rimproveri degli altri sia dal giudizio e rimorso della propria coscienza. Spinti da questa vergogna e credendo forse di non essere assolti, ma di venire risparmiati solo temporaneamente, decisero di allontanarsi da noi e tentare una nuova sorte, sperimentando nuove amicizie. E accordatisi con qualche loro cliente, che osarono mettere a parte di una simile azione delittuosa, dapprima tentarono di uccidere il prefetto di cavalleria C. Voluseno, come in seguito, a guerra finita, si venne a sapere, per potere trovare rifugio da Pompeo con qualche benemerenza; quando la cosa apparve troppo difficile e non vi era possibilità di condurla a termine, preso a prestito quanto più denaro poterono, come se volessero dare soddisfazione ai loro compagni e restituire il mal tolto, dopo avere comprato molti cavalli, passarono dalla parte di Pompeo con i complici del loro piano
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Critognato si esprime a favore
della sortita contro i Romani
Versione di latino di Cesare
LIBRO Corso di Lingua Latina per il Biennio
Testo latino
Inizio: Ii, qui Alesiae obsidebantur, praeteritia die, qua auxilia
Fine: neque se hostibus tradiderunt
Traduzione
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Ego ne utilem quidem arbitror esse nobis futurarum rerum scientiam. Quae enim vita fuisset Priamo, si ab adulescentia scisset quos eventus senectutis esset habiturus? Abeamus a fabulis, propiora videamus. Clarissimorum hominum nostrae civitatis gravissimos exitus in Consolatione conlegimus. Quid igitur? Ut omittamus superiores, Marcone Crasso putas utile fuisse tum, cum maximis opibus fortunisque florebat, scire sibi interfecto Publio filio exercituque deleto trans Euphratem cum ignominia et dedecore esse pereundum? An Cn. Pompeium censes tribus suis consulatibus, tribus triumphis, maximarum rerum gloria laetaturum fuisse, si sciret se in solitudine Aegyptiorum trucidatum iri amisso exercitu, post mortem vero ea consecutura, quae sine lacrimis non possumus dicere? Quid vero Caesarem putamus, si divinasset fore ut in eo senatu, quem maiore ex parte ipse cooptasset, in curia Pompeia, ante ipsius Pompei simulacrum, tot centurionibus suis inspectantibus, a nobilissimis civibus, partim etiam a se omnibus rebus ornatis, trucidatus ita iaceret, ut ad eius corpus non modo amicorum, sed ne servorum quidem quisquam accederet, quo cruciatu animi vitam acturum fuisse? Certe igitur ignoratio futurorum malorum utilior est quam scientia
Io ritengo che la conoscenza del futuro non ci sia nemmeno utile. Quale sarebbe stata, infatti, la vita di Priamo, se avesse saputo da giovane quali vicende avrebbe provato in vecchiaia? Tralasciamo i miti, consideriamo i più recenti. Nell’opera «Sulla consolazione» raccolsi le morti più brutali dei cittadini più illustri della nostra città. Ebbene? Per non parlare dei predecessori, credi forse che a Marco Crasso sarebbe stato utile, quand’era al culmine della potenza e della ricchezza, sapere che, dopo l’uccisione del figlio Publio e la distruzione dell’esercito, sarebbe dovuto morire egli stesso, al di là dell’Eufrate, con infamia e disonore? O sei forse del parere che Gneo Pompeo si sarebbe rallegrato dei suoi tre consolati, dei tre trionfi, della gloria di imprese colossali, se avesse saputo che in Egitto, da solo, dopo aver perso l’esercito, sarebbe stato assassinato e che, in vero, dopo la sua morte ci sarebbero state conseguenze, che non riesco a riferire senza lacrime? Dunque con quale afflizione d’animo riteniamo che Cesare avrebbe trascorso la vita, se avesse presagito che in quel senato, che lui stesso aveva aggregato per la maggior parte con della sua fazione, nella curia Pompea, di fronte alla statua dello stesso Pompeo, mentre tanti suoi centurioni guardavano, sarebbe giaciuto, assassinato da cittadini celeberrimi, parte dei quali da lui ricoperti di ogni onore, così che al suo cadavere nessuno si accostò, non solo dei (propri) sostenitori, ma neppure dei (propri) servitori? È certamente più utile, insomma, rimanere all’oscuro dei mali futuri che averne conoscenza.