Un segno divino ammonisce Alessandro durante l'assedio di Gaza- Versione latino Curzio Rufo Corso di
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Un segno divino ammonisce Alessandro durante l'assedio di Gaza
Versione di latino di Curzio Rufo
LIBRO Corso di lingua latina per il biennio
Testo latino
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Non sempre ciò che conviene è onesto versione latino Cicerone libro corso di lingua latina per il biennio
Dalla grammatica alla traduzione unità 14-25 p 50 n° 21
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Planities erat magna et in ea tumulus terrenus satis grandis. Hic locus aequum fere spatium a castris Ariovisti et Caesaris aberat. Eo, ut erat dictum, ad conloquium venerunt. Legionem Caesar, quam equis devexerat, passibus CC ab eo tumulo constituit. Item equites Ariovisti pari intervallo constiterunt. Ariovistus ex equis ut conloquerentur et praeter se denos ad conloquium adducerent postulavit. Ubi eo ventum est, Caesar initio orationis sua senatusque in eum beneficia commemoravit, quod rex appellatus esset a senatu, quod amicus, quod munera amplissime missa; quam rem et paucis contigisse et pro magnis hominum officiis consuesse tribui docebat; illum, cum neque aditum neque causam postulandi iustam haberet, beneficio ac liberalitate sua ac senatus ea praemia consecutum. Docebat etiam quam veteres quamque iustae causae necessitudinis ipsis cum Haeduis intercederent, quae senatus consulta quotiens quamque honorifica in eos facta essent, ut omni tempore totius Galliae principatum Haedui tenuissent, prius etiam quam nostram amicitiam adpetissent. Populi Romani hanc esse consuetudinem, ut socios atque amicos non modo sui nihil deperdere, sed gratia, dignitate, honore auctiores velit esse; quod vero ad amicitiam populi Romani attulissent, id iis eripi quis pati posset? Postulavit deinde eadem quae legatis in mandatis dederat: ne aut Haeduis aut eorum sociis bellum inferret, obsides redderet, si nullam partem Germanorum domum remittere posset, at ne quos amplius Rhenum transire pateretur.
Traduzione
C'era un'ampia pianura, con un rialzo di terra abbastanza grande, all'incirca a pari distanza dagli accampamenti di Ariovisto e di Cesare. Qui, come stabilito, si incontrarono per il colloquio. A duecento passi dal rialzo, Cesare fermò i legionari che lo seguivano a cavallo. Anche i cavalieri di Ariovisto si fermarono alla stessa distanza. Ariovisto chiese che si parlasse senza scendere da cavallo e che ciascuno portasse con sé dieci uomini. Quando giunsero sul posto, Cesare iniziò il suo discorso ricordando i benefici resi ad Ariovisto da lui e dal senato: era stato definito re e amico, gli erano stati inviati doni in abbondanza. Onori del genere toccavano a poche persone ed i Romani, di solito, li concedevano in considerazione di servigi eccezionali; Ariovisto, invece, pur non avendo né titoli, né motivo per pretendere simili privilegi, li aveva ottenuti grazie al favore e alla liberalità di Cesare e del senato. E gli illustrava anche quanto fossero antiche e giuste le ragioni dei legami che intercorrevano tra i Romani e gli Edui, quante e quali onorifiche disposizioni il senato avesse preso nei loro riguardi, come gli Edui avessero sempre detenuto l'egemonia su tutta la Gallia, ancor prima di cercare la nostra amicizia. Il popolo romano voleva, per consuetudine, che gli alleati e gli amici non solo non perdessero nulla del potere acquisito, ma vedessero crescere il favore, la dignità, l'onore di cui godevano: chi poteva, dunque, tollerare che venisse tolto agli Edui ciò che avevano offerto all'amicizia del popolo romano? Ribadì, poi, le stesse richieste presentate dai suoi ambasciatori: che Ariovisto non muovesse guerra né agli Edui, né ai loro alleati, restituisse gli ostaggi e, se non poteva rimandare indietro nessuno dei Germani ormai presenti in Gallia, almeno non permettesse che altri oltrepassassero il Reno
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Due uomini che si diedero la morte
con coraggio e serenità
versione di latino di Seneca
traduzione dal libro Corso di lingua latina per il biennio
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De humatione et sepultura Socrates quid senserit, apparet in eo libro in quo Plato eius mortem descripsit. Cum enim de immortalitate animorum disputavisset et iam mortis tempus urgeret, rogatus a Critone quem ad modum sepeliri vellet, dixit: “Multam vero operam, amici, frustra consumpsi: Critoni enim nostro manifestum nondum est me hinc avolaturum esse neque mei quicquam relicturum esse”. Durior Diogenes, eadem is quidem sentiens, sed ut Cynicus asperius, proici se iussit inhumatum. Tum amici: “Volucribusne et feris?”; is respondit : “ Quomodo mihi, nihil (“nulla, acc. ) sentienti, ferarum laniatus nocebit?”. Praeclare Anaxagoras, qui, cum Lampsaci mortem occumberet, quaerentibus amicis velletne (congiuntivo imperfetto del verbo irregolare volo) Clazomenas, in patriam, auferri (inf. Pres. Passivo da Aufero), dixit: “Minime: undique enim ad inferos tantundem viae est”.
Ciò che Socrate pensò sulla tumulazione e sulla sepoltura, viene scritto in quel libro dove Platone parla della sua morte. Poiché parlava dell'immortalità delle anime e già era tempo di morire, Critone domandò come volesse essere sepolto, e disse: "ho fatto o Amici, molte cose in vero senza (averne) voglia: il nostro Critone infatti non sa bene che io me ne volerò via di qua e non lascerò niente di me". Più duro Diogene, udendo la stessa cosa, ma, essendo Cinico, rispose che disse di voler essere inumato. Allora gli amici allibirono; egli rispose: "Che cosa mi recherà danno, che io possa sentire?" Il famosissimo Anassagora, che, vedendo la morte di Lampsaco, voleva essere portato via dagli amici da Clazomene, disse: "(Non ti nuocerà) per niente: infatti agli inferi c'è ovunque una strada che porta in ogni luogo".