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Agesilao amante di Sparta e della Grecia
VERSIONE DI GRECO di Senofonte
TRADUZIONE dal libro Remata
Inizio: μακρὸν ἂν εἴη γράφειν· οἴομαι γὰρ οὐδὲν εἶναι τῶν πεπραγμένων
Fine: ἀλλ᾽ ἐξέπλευσεν ὅ τι δύναιτο κακὸν ποιήσων τὸν βάρβαρον
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LITE AD UNA FESTA DI NOZZE
VERSIONE DI GRECO di Luciano
TRADUZIONE DAL LIBRO REMATA
NUMERO 34 PAGINA 80
"Teti e Peleo erano già andati nel talamo, condottida Anfitrite e Nettuno. Eris, durante la cerimonia, passata inosservata a tutti- vi riuscì facilmente, poiché c'era chi beveva, chi faceva rumore, chi faceva attenzione ad Apollo che suonava la cetra, o alle Muse che cantavano - gettò sul tavolo da banchetto una mela bellissima, tutta d'oro, o Galene! Vi era stato scritto "La prenda la bella!". Come di proposito la mela, rotolando, giunse proprio dove Era, Afrodite e Atena erano stese. E quando Ermes, afferratala, lesse la scritta, noi Nereidi tacemmo. Che cosa bisognava fare, quando esano presenti quelle? Ma quest'ultime disputavano e ognuno pretendeva che la mela fosse propria, e se Zeus non le avesse divise, la faccenda sarebbe giunta alle mani. Ma quello disse: "Io non mi pronuncerò, andate sul monte Ida presso il figlio di Priamo, che sa riconoscere la bellezza, essendo amante del bello; in questo modo non giudicherò in modo errato".
TRADUZIONE dal libro kata logon
da katà logon, pag. 90-91, n°31 - Luciano
Già Teti e Peleo erano partiti verso la camera nuziale accompagnati da Anfiterite e Poseidone. La discordia intanto era sfuggita all'attenzione di tutti, giunse facilmente toccando la mente di colore che bevevano, che erano presenti battendo le mani o ad Apollo che suonava la cetra e alla muse che cantavano. Lanciò verso il simposio una mela bellissima e tutta d'oro, oh Galene; aveva scritto sopra: "la bella la prenda". Rotolando questa come di proposito dove Era e anche Afrodite ed Atena sedevano. Scaturì che Ermes pensò di cancellare la scritta, noi nereidi tacemmo. Infatti che cosa bisognava fare, essendo lì presenti? Quelle si contesero ciascuna e di chi fosse la mela giunta, e Zeus non si pose fra loro e aumentarono il valore fino a sottometterlo. Ma quello: "Io stesso non distinguo" affermò "riguardo ciò, andate verso l'Ida del figlio di Priamo, che riconoscerà tra voi la più bella, essendo amante del bello: quello non potrà distinguere male".
traduzione da altro libro
Già Teti e Peleo erano andati nel talamo, condottivi da Anfitrite e da Nettuno. La Discordia colse il tempo, e non veduta da nessuno (era cosa facile, chè chi beveva, chi schiamazzava, chi stava attento a udire Apollo sonar la cetera, le Muse cantare), gettò nella sala del banchetto un pomo bellissimo, tutto d’oro, o Galene, e con una scritta, che diceva: la bella l’abbia. Quello ruzzolò, e venne, come a posta, dove erano sedute Giunone, Venere e Minerva. Poichè Mercurio lo raccolse, e lesse la scritta, noi altre Nereidi non dicemmo una parola (e che ci conveniva fare quando c’erano quelle?); ma tra loro surse contesa, e ciascuna lo voleva essa: e se Giove non le avesse separate, sarien venute sino alle mani. Lo pregarono che diffinisse egli la lite, ma ei rispose: Di questo non voglio giudicare io; ma andato sull’Ida da Paride figliuolo di Priamo, il quale è fine conoscitor di bellezze, sa giudicarne, e non faria torto a nessuna. Galene. E le Dee che hanno fatto, o Panope? Panope. Oggi, credo, vanno sull’Ida; e qualcuno verrà in breve ad annunziarci la vittoriosa. Galene. Te lo dico ora io: nessuna sarà superiore a Venere nel paragone; se pure il giudice non ha le traveggole agli occhi.
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Scipione piange di fronte a Cartagine distrutta VERSIONE DI GRECO di Polibio TRADUZIONE dal libro Remata pag. 247-248
Ὁ δὲ Σκιπίων πόλιν ὁρῶν τότε ἄρδην τελευτῶσαν ἐς πανωλεθρίαν ἐσχάτην, λέγεται μὲν δακρῦσαι καὶ φανερὸς γενέσθαι κλαίων ὑπὲρ πολεμίων· ἐπὶ πολὺ δ' ἔννους ἐφ' ἑαυτοῦ γενόμενός τε καὶ συνιδὼν ὅτι καὶ πόλεις καὶ ἔθνη καὶ ἀρχὰς ἁπάσας δεῖ μεταβαλεῖν ὥσπερ ἀνθρώπους δαίμονα, καὶ τοῦτ' ἔπαθε μὲν Ἴλιον, εὐτυχής ποτε πόλις, ἔπαθε δὲ ἡ Ἀσσυρίων καὶ Μήδων καὶ Περσῶν ἐπ' ἐκείνοις ἀρχὴ μεγίστη γενομένη καὶ ἡ μάλιστα ἔναγχος ἐκλάμψασα ἡ Μακεδόνων, εἴτε ἑκών, εἴτε προφυγόντος αὐτὸν τοῦδε τοῦ ἔπους εἰπεῖν, ἔσσεται ἦμαρ ὅταν ποτ' ὀλώλῃ Ἴλιος ἱρὴ καὶ Πρίαμος καὶ λαὸς ἐυμμελίω Πριάμοιο. Πολυβίου δ' αὐτὸν ἐρομένου σὺν παρρησίᾳ· καὶ γὰρ ἦν αὐτοῦ καὶ διδάσκαλος· ὅ τι βούλοιτο ὁ λόγος, φασὶν οὐ φυλαξάμενον ὀνομάσαι τὴν πατρίδα σαφῶς, ὑπὲρ ἧς ἄρα ἐς τἀνθρώπεια ἀφορῶν ἐδεδίει. καὶ τάδε μὲν Πολύβιος αὐτὸς ἀκούσας συγγράφει.
TRADUZIONE
Scipione osservando la città in quel tempo completamente abbattuta in un'estrema rovina totale, si dice versò lacrime e venne scoperto mentre piangeva per i nemici: avendo per molto tempo riflettuto tra sé e avendo compreso che bisogna che città, popoli e tutti quanti i governi cambino, come gli uomini, la sorte, e ciò patì Ilio, città un tempo felice, patì (l'impero) degli Assiri, dei Medi e dei Persiani, che era stato in quei tempi il più grande dominio, e quello dei Macedoni, che poc'anzi aveva brillato moltissimo, e sia di proposito, sia sfuggendogli quello di bocca, disse: ''Ci un giorno allorchè cadrà in rovina Ilio sacra e Priamo e il popolo di Priamo armato di forte asta''. Avendogli Polibio chiesto con franchezza (infatti era anche il suo maestro) che cosa significasse quel discorso, dicono che non stando attento menzionò in modo chiaro la patria, per la quale temeva, considerando le maledizioni umane. E avendo ascoltato lo stesso Polibio espone queste cose.
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VERSIONE DI GRECO di Isocrate
dal libro Remata pag 83 n°40
e dal libro duo greco versione numero 21
Innanzitutto dunque sii rispettoso verso gli dèi, non solo sacrificando ma anche mantenendo i giuramenti; infatti quello è un segno di abbondanza di beni, questo invece una prova della bontà dei costumi... (CONTINUA)
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Serse spia gli Spartani alle Termopili
VERSIONE DI GRECO di Erodoto
TRADUZIONE dal libro Remata
TRADUZIONE
Mentre i lacedemoni si consigliavano così sul da farsi, Serse mandò un cavaliere in esplorazione a spiare quanti fossero e cosa stessero facendo; ancora in Tessaglia aveva saputo che lì si era radunato un piccolo esercito e che a comandarlo erano gli Spartani con Leonida, della stirpe di Eracle. Il cavaliere, avvicinatosi all'accampamento, poté spiare e osservare tutto tranne l'esercito: infatti non era possibile scorgere i soldati appostati al di là del muro che avevano eretto e presidiavano; osservò quelli di fuori, le cui armi giacevano davanti al muro. Lì in quel momento erano schierati per caso gli Spartani. E li vide intenti in parte a compiere esercizi fisici in parte a pettinarsi le chiome; stupefatto, li guardava e li contava. Memorizzato per bene ogni particolare, tornò indietro indisturbato: nessuno lo inseguì, incontrò l'indifferenza generale; tornato al suo campo, riferì a Serse tutto ciò che aveva veduto.
Serse, ascoltandolo, non riusciva a capire la realtà, e cioè che gli Spartani si preparavano a morire e a uccidere secondo le proprie forze; poiché anzi gli parevano intenti ad attività ridicole