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LISANDRO AMMIRAGLIO DI SPARTA FA ASSASSINARE ALCIBIADE
VERSIONE DI GRECO di Plutarco
TRADUZIONE dal libro Metis
INIZIO: ο λυσανδρος επεμψε προς τον φαρναβοζον αλκιβιαδην αναρειν κελευων
FINE: περοβαλουσα και περικαλυψασα χιτοσκοις εκ των καροντων εκηδευσε λαμπρως και φιλοτιμως
TRADUZIONE
Quando dunque Lisandro mandò a Farnabazo l'ordine di "passare all'azione, e questi ne affidò l'esecuzione a suo fratello Bagaio e allo zio Susamitre, Alcibiade si trovava in una villaggio di Frigia, e aveva con sé l'etera Timandra. Egli ebbe in sogno questa visione: gli sembrava di indossare la veste dell'etera, mentre ella, tenendo tra le braccia la testa di lui, gli truccava e incipriava il viso, come fosse di una donna. Altri dicono che in sogno vide Bagaio che gli tagliava la testa e gli bruciava il corpo. Si dice che il sogno non precedette di molto la morte. Coloro che erano stati mandati per ucciderlo, non ebbero l'ardire di entrare nella casa, ma si disposero tutt'at-torno, e le diedero fuoco. Quando Alcibiade se ne accorse, raccolta la maggior parte delle vesti e delle coperte, le buttò sul fuoco, e avvoltosi la clamide sulla sinistra, tenendo con la destra il pugnale, si buttò fuori, non toccato dalle fiamme che non si appiccarono alle vesti; al suo apparire i barbari si volsero in fuga. Nessuno infatti gli si parò di fronte o venne alle mani con lui; lo colpirono da lontano, con giavellotti e frecce. Così egli cadde, e quando i barbari se ne furono andati, Timandra raccolse la spoglia, la coprì e avvolse con le sue vesti, e spendendo del suo le diede una sepoltura accurata e fastosa.
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L'ISOLAMENTO POLITICO DI CATILINA
VERSIONE DI GRECO di Plutarco
TRADUZIONE dal libro Ellenion
ὁ Κατιλίνας, αὐτὸς μὲν ἐκπηδᾶν ἔγνω πρὸς τὸν Μάλλιον ἐπὶ τὸ στράτευμα, καὶ Μάρκιον δὲ καὶ Κέθηγον ἐκέλευσε ξίφη λαβόντας ἐλθεῖν ἐπὶ τὰς θύρας ἕωθεν ὡς ἀσπασομένους τὸν Κικέρωνα καὶ διαχρήσασθαι προσπεσόντας. Τοῦτο Φουλβία, γυνὴ τῶν ἐπιφανῶν, ἐξήγγειλε τῷ Κικέρωνι, νυκτὸς ἐλθοῦσα καὶ διακελευσαμένη φυλάττεσθαι τοὺς περὶ τὸν Κέθηγον. Οἱ δ’ ἧκον ἅμ’ ἡμέρᾳ, καὶ κωλυθέντες εἰσελθεῖν ἠγανάκτουν καὶ κατεβόων ἐπὶ ταῖς θύραις, ὥσθ’ ὑποπτότεροι γενέσθαι. Προελθὼν δ’ ὁ Κικέρων ἐκάλει τὴν σύγκλητον εἰς τὸ τοῦ Στησίου Διὸς ἱερόν, ὃν Στάτορα Ῥωμαῖοι καλοῦσιν, ἱδρυμένον ἐν ἀρχῇ τῆς ἱερᾶς ὁδοῦ πρὸς τὸ Παλάτιον ἀνιόντων. Ἐνταῦθα καὶ τοῦ Κατιλίνα μετὰ τῶν ἄλλων ἐλθόντος ὡς ἀπολογησομένου, συγκαθίσαι μὲν οὐδεὶς ὑπέμεινε τῶν συγκλητικῶν, ἀλλὰ πάντες ἀπὸ τοῦ βάθρου μετῆλθον.
TRADUZIONE
Non tollerando più indugi, Catilina decise di recarsi da Manlio, presso l'esercito, e diede incarico a Marcio e Cetego di prendere le armi e andare la mattina successiva alla casa di Cicerone con il pretesto di salutarlo, ma di buttarglisi contro e ucciderlo. Una matrona, di nome Fulvia, venne la notte da Cicerone ad annunciarglielo, e lo consigliò di guardarsi da Cetego e dai suoi. La mattina quelli vennero, ma si impedì loro di entrare; allora si adirarono, e davanti alla porta sbraitavano, così che crebbero i sospetti. Cicerone subito convocò il senato nel tempio di Giove Stesio che i Romani chiamano Statore, e che sta al principio della via Sacra per chi va verso il Palatino. Ci venne anche Catilina con i suoi per scolparsi, e nessun senatore tollerò di sederglisi accanto: tutti si spostarono dal banco ove egli stava
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L'ISTRUZIONE
VERSIONE DI GRECO di Plutarco
TRADUZIONE dal libro Bios Ellados
TRADUZIONE
Io non avendo ricchezze durante la vita, né terreni, né casa, né oro, né mobilio, né fama, né statue, ero naturalmente libero da impacci. E quando solo Atropo fece un accenno, io contento gettai via il trincetto e la suola e lo stivaletto che riparavo-infatti esercitavo il mestiere del calzolaio, e scalzo e sporco seguivo la moira, piuttosto procedevo guardando lontano. Infatti non erano a me allettamenti sulla terra, che ni venivano strappati o che mi richiamavano. E per gli dei ormai devo tutte le cose belle dell'Ade, in ogni conto la parità dei diritti e di tutti, né i creditori affliggono i debutori, né sono pagate le tasse, né le anime rabbrividiscono. Per il freddo né soffrono la fame, né i servi sono frustati dai signori. Allora, in maniera assoluta, la pace è tutta mia. Noi poveri ridiamo, invece i ricchi si lamentano e sono afflitti.
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L'ISTRUZIONE
VERSIONE DI GRECO di Plutarco
TRADUZIONE dal libro Elafroteron 1
TRADUZIONE
Io non avendo ricchezze durante la vita, né terreni, né casa, né oro, né mobilio, né fama, né statue, ero naturalmente libero da impacci. E quando solo Atropo fece un accenno, io contento gettai via il trincetto e la suola e lo stivaletto che riparavo-infatti esercitavo il mestiere del calzolaio, e scalzo e sporco seguivo la moira, piuttosto procedevo guardando lontano. Infatti non erano a me allettamenti sulla terra, che ni venivano strappati o che mi richiamavano. E per gli dei ormai devo tutte le cose belle dell'Ade, in ogni conto la parità dei diritti e di tutti, né i creditori affliggono i debutori, né sono pagate le tasse, né le anime rabbrividiscono. Per il freddo né soffrono la fame, né i servi sono frustati dai signori. Allora, in maniera assoluta, la pace è tutta mia. Noi poveri ridiamo, invece i ricchi si lamentano e sono afflitti.
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L'ORIGINA DEL NOME CICERONE
VERSIONE DI GRECO di Plutarco
ὁ μέντοι πρῶτος ἐκ τοῦ γένους Κικέρων ἐπονομασθεὶς ἄξιος λόγου δοκεῖ γενέσθαι· διὸ τὴν ἐπίκλησιν οὐκ ἀπέῤῥιψαν οἱ μετ’ αὐτόν, ἀλλ’ ἠσπάσαντο, καίπερ ὑπὸ πολλῶν χλευαζομένην. κίκερ γὰρ οἱ Λατῖνοι τὸν ἐρέβινθον καλοῦσι, κἀκεῖνος ἐν τῷ πέρατι τῆς ῥινὸς διαστολὴν ὡς ἔοικεν ἀμβλεῖαν εἶχεν ὥσπερ ἐρεβίνθου διαφυήν, ἀφ’ ἧς ἐκτήσατο τὴν ἐπωνυμίαν. αὐτός γε μὴν Κικέρων, ὑπὲρ οὗ τάδε γέγραπται, τῶν φίλων αὐτὸν οἰομένων δεῖν, ὅτε πρῶτον ἀρχὴν μετῄει καὶ πολιτείας ἥπτετο, φυγεῖν τοὔνομα καὶ μεταθέσθαι, λέγεται νεανιευσάμενος εἰπεῖν, ὡς ἀγωνιεῖται τὸν Κικέρωνα τῶν Σκαύρων καὶ τῶν Κάτλων ἐνδοξότερον ἀποδεῖξαι. ταμιεύων δ’ ἐν Σικελίᾳ καὶ τοῖς θεοῖς ἀνάθημα ποιούμενος ἀργυροῦν, τὰ μὲν πρῶτα δύο τῶν ὀνομάτων ἐπέγραψε, τόν τε Μᾶρκον καὶ τὸν Τύλλιον, ἀντὶ δὲ τοῦ τρίτου σκώπτων ἐρέβινθον ἐκέλευσε παρὰ τὰ γράμματα τὸν τεχνίτην ἐντορεῦσαι. ταῦτα μὲν οὖν περὶ τοῦ ὀνόματος ἱστόρηται
TRADUZIONE
Pare che il primo membro della famiglia ad essere soprannominato Cicerone sia stato persona d'importanza; per questo i suoi discendenti non rifiutarono l'appellativo, anzi lo conservarono con ogni riguardo, senza curarsi di chi li derideva (ed erano in molti).
In latino, infatti, cicer significa cece: quell'antenato sembra che avesse sulla punta del naso un'escrescenza carnosa, aperta in mezzo proprio come un cece, da cui gli sarebbe derivato il soprannome.
Quando il nostro Cicerone, soggetto di questo scritto, agli esordi della carriera politica aspirava alla sua prima carica, i suoi amici gli consigliarono di rifiutare l'appellativo e di mutarlo con un altro; ma lui, con la spavalderia propria dei giovani, rispose che avrebbe lottato per dimostrare che il nome Cicerone poteva valere più degli Scauri o dei Catuli.
Durante la sua questura in Sicilia, poi, consacrò agli dèi un oggetto d'argento, su cui fece incidere i suoi due primi nomi, Marco e Tullio; al posto del terzo, invece, ordinò per scherzo all'artista di raffigurare un cece. Questo è quanto si tramanda a proposito del nome.
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