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Tumens inani graculus superbia pinnas, pavoni quae deciderant, sustulit, seque exornavit. Deinde, contemnens suos, immiscet se ut pavonum formoso gregi. Illi impudenti pinnas eripiunt avi, fugantque rostris. Male mulcatus graculus redire maerens coepit ad proprium genus, a quo repulsus tristem sustinuit notam. Tum quidam ex illis quos prius despexerat "Contentus nostris si fuisses sedibus et quod Natura dederat voluisses pati, nec illam expertus esses contumeliam nec hanc repulsam tua sentiret calamitas".
Traduzione
Una cornacchia, gonfia di vana superbia prese le penne che erano cadute a un pavone e si adornò. Quindi, mentre disprezzava i suoi simili, si unì ad una bella schiera di pavoni. Questi, però, strapparono le penne all'uccello vanaglorioso, e lo cacciano a beccate. La cornacchia, ridotta male, iniziò a tornare lamentandosi tra i propri simili, dai quali venne però allontanato con grande disprezzo. Allora uno fra quelli che prima aveva disprezzato disse: "Se ti fossi accontentato di stare con noi e avessi sopportato ciò che la Natura ti aveva dato, né avresti subito questo affronto né proveresti la disgrazia di questo allontanamento".
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Humanitati qui se non accommodat, Plerumque poenas oppetit superbiae. Cicada acerbum noctuae convicium Faciebat, solitae victum in tenebris quaerere Cavoque ramo capere somnum interdiu. Rogata est ut taceret. Multo validius Clamare occepit. Rursus admota prece Accensa magis est. Noctua ut vidit sibi Nullum esse auxilium et verba contemni sua, Hac est aggressa garrulam fallacia: "Dormire quia me non sinunt cantus tui, Sonare citharam quos putes Apollinis, Potare est animus nectar, quod Pallas mihi Nuper donavit; si non fastidis, veni; Una bibamus". Illa, quae arebat siti, Simul cognovit vocem laudari suam, Cupide advolavit. Noctua egressa e cavo Trepidantem consectata est et leto dedit. Sic viva quod negarat tribuit mortua cicada
Traduzione
Chi non si adatta a vivere rispettando gli altri, per lo più paga il fio della propria arroganza. La cicala faceva un baccano che dava fastidio alla civetta, solita a cercare cibo di notte e a dormire nel cavo di un albero di giorno. Fu pregata di tacere. Ma prese a sgolarsi molto più forte. Le fu rivolta di nuovo la stessa preghiera, ma lei si scaldò ancora di più. La civetta, come vide che non c'era scampo e che le sue parole non erano tenute in alcun conto, si rivolse contro la strillona con questo tranello: "Dato che il tuo canto non mi lascia dormire - lo si direbbe uscito dalla cetra di Apollo - mi è venuta voglia di bere il nettare che, or non è molto, mi donò Pallade; se non lo disdegni, vieni; beviamolo insieme". Quella, che ardeva di sete, non appena sentì che si lodava la sua voce, si slanciò a volo bramosa. La civetta uscì dal suo buco, si gettò sulla cicala atterrita e tremante, e la uccise. Così, da morta, le concesse quello che le aveva rifiutato da viva.
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Qui humanitatem spernit, poenas solvit superbiae. Cicada, garrulae vocis animal, multas horas acerbum noctuae, avi magnii consilii, convicium faciebat, quia victum in tenebris quaerebat et in cavo ramo somnum interdiu capiebat. A cicada petivit noctua: "Tace, quaeso, quoniam voce tua molesta dormire non possum (=non riesco)". At parvulum animal multo validius (=molto più forte) clamare coepit (=iniziò). Rursus silentium precibus multis petit noctua, at cicadae vox non solum non desiit, sed etiam magis accensa est. Tum noctua, postquam verba et preces saepe contemptae sunt, garrulum animal callido consilio petivit: "Quia me voce tua dormire non sinis et arte musica Apollinis citharam superare putas, nectar tibi praebeo quod (=che) Pallas Minerva, sapientiae dea ac praesidium mei, mihi nuper donavit. Si non fastidis, veni, una bibemus".(DIVERSA)
Chi non si adatta a vivere rispettando gli altri, per lo più paga il prezzo della propria superbia. La cicala faceva un baccano che provocava fastidio alla civetta, intenta a cercare cibo di notte e a dormire nel cavo di un albero di giorno. Fu pregata di tacere. Ma prese a sgolarsi molto più forte. Le fu rivolta nuovamente la stessa preghiera, ma lei si scaldò ancora di più. La civetta, come vide che non vi era scampo e che le sue parole non erano tenute in alcun conto, si rivolse contro la strillona con questo espediente: "Dato che il tuo canto non mi lascia dormire - lo si direbbe uscito dalla cetra di Apollo - mi è venuta voglia di bere il nettare che, or non è molto, mi donò Pallade; se non lo disdegni, vieni; beviamolo insieme".
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Mustelarum forte agmen in proelio mures vicit. debilis murium turba fuga sulutem petivit atque circum artos cavos trepidabat. postremo arti cavi omnes mures aegre receperunt: ita misera turba horribilem necem vitavit. sed superbes murium ducibus contraria fortuna contigit. nam in capitibus vexilla militaria ligaverant: in proelio conspicuum signum habere desiderabant, ut agminum humanorum duces. etiam duces veloces ad cavos irrumpunt premuntque, sed ob vexilla militaria in portis haerent: ita facilis hostium praeda sunt. victores voracibus dentibus duces immolant atque in capaces alvos mergunt. cum tristis calamitas imminet, magnitudo principum et superbia in peri**** est; minuta plebs in facili praesidio latet.
Un tempo una forte schiera di donnole vinse in battaglia i topi. La schiera debole dei topi cercò la salvezza con la fuga e corse presso strette cavità. Alla fine a stento le cavità accolsero tutti i topi e la misera folla salvò la vita, ma una fortuna contraria toccò ai superbi comandanti dei topi. Infatti sulle teste legarono le bandiere: desideravano in battaglia insegne importanti, come i comandanti degli uomini. Anche i comandanti dei topi erano corsi alle cavità, ma le insegne militari si impigliarono nelle porte e i miseri comandanti furono preda delle donnole.
Stesso titolo ma Traduzione diversa tratta dal libro contextere
I topi, vinti dall'esercito delle donnole, (questa storia si trova dipinta anche nelle taverne), fuggono e fanno ressa attorno ai buchi ristretti, tuttavia a stento, rifugiandovisi, sfuggono la morte. I loro capi, che avevano legato sulla testa delle corna, per avere un segno di superiorità durante la battaglia, così che i soldati avessero a seguirli, non riuscirono ad entrare nei buchi e furono presi dai nemici, il vincitore li immolò con avidi denti e li precipitò nella capiente caverna del ventre. Quando un triste evento si abbatte su qualunque popolo, è in pericolo la grandezza dei capi, mentre la piccola plebe si nasconde facilmente
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Phaedrus poeta hac fabula demonstrat parem mercedem referri solere ab iis qui sint despecti. Panthera olim imprudens in foveam decidit...
Il poeta Fedro in questa favola dimostra che, di solito, quando si fanno i dispetti, c'è una pari risposta. Una volta, una pantera imprudente cadde in una fossa. Dei pastori la videro: alcuni la colpirono coi bastoni, altri le lanciarono sassi; qualcuno invece, preso da compassione per lei che stava per morire, anche se nessuno le faceva più del male, le diede del pane perché potesse stare in vita. Sopraggiunge la notte, ognuno se ne va tranquillo a casa, convinto di trovarla morta il giorno dopo. Ma quella, una volta riprese le deboli forze, con un salto snello esce dalla fossa e subito va alla sua tana con passo leggero. Dopo pochi giorni ritorna veloce, sbrana gli animali e uccide gli stessi pastori e distrugge tutto, spinta da grande ira. Allora, temendo per sé, coloro che avevano risparmiato l'animale, pronti a perdere i greggi, implorano soltanto per la loro vita. Ma la pantera rispose: Ricordo bene chi mi lanciò i sassi e chi mi diede il pane: voi smettete di aver paura; io ritorno come nemica di coloro che mi fecero del male.