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Inizio: Aquila a timidis columbis valde timebatur, sed saepe columbae alis...Fine: ...ba miseras arripit et interficit. Sic columbae suam ruinam parabant
Delle colombe evitavano spesso un'aquila con velocivoli, ma nell'aria molte preoccupazioni le agitavano sempre; una volta l'aquila vola verso le colombe, mostra l'astuzia e inganna le colombe con l'eloquenza: "perchè conducete una vita angosciante ?Stringete con me un'amicizia; nominate un'aquila vostra regina: così l'aquila difenderà sempre le colombe e le colombe eviteranno ingiustizie". Le colombe imprudenti credono all'aquila e obbediscono. L'aquila ottiene il potere, subito divora le colombe e regna crudelmente. La colomba con gli amici superstiti dice : "meritatamente paghiamo sofferenza per l'imprudenza " La favoletta così dice: se chiedi tutela ad un malvagio, trovi rovina.
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Una volpe aveva visto, per caso, una maschera “Oh quanta bellezza” disse “Ma non ha cervello" Ciò è stato detto per coloro ai quali la sorte Ha assegnato onore e gloria (Ma) tolto il buon senso
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Lupus quidam olim vulpem accusabat: "Mearum rerum furtum quoddam fecisti". Hoc autem a vulpe negabatur: "Nihil egomet tuum abripui!". Postquam illi semel et iterum his et eiusmodi conviciis inter se frustra certaverant, controversiae suae iudicem simium quendam delegerunt, quo nullus animans neque iustior neque prudentior. Uterque causam suam apud simium peroravit, qui utriusque querimoniam acerrima mente audivit. Postea ab eo haec sententia dicta est: "Tu, lupe, quae petis numquam perdidisti; tu vero, vulpes, quae negas haud dubie subripuisti". Dicax Aesopi fabella haec docet: quicumque suis mendaciis est notus, etiam si verum dicit, nemo ei fidem tribuit.
Traduzione
Una volta un certo lupo accusava una volpe: "Hai commesso un furto delle mie cose. Questo invece era negato dalla volpe: "Io personalmente non ho rubato nulla di tuo!". Dopo che essi avevano gareggiato fra loro invano una volta e due volte con queste accuse e di tal genere, scelsero come giudice della loro lite una scimmia, della quale nessun animale è più giusto né più saggio. Entrambi difesero la propria causa presso la scimmia, che ascoltò con grandissima attenzione la lamentela di entrambi. Alla fine fu emessa da lei questa sentenza: "Tu, o lupo, non hai mai perso ciò che chiedi; ma tu, o volpe, senza dubbio rubasti le cose che neghi". L'arguta favoletta di Esopo insegna questo: chiunque è noto per le sue menzogne, anche se dice il vero, nessuno gli attribuisce fiducia
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Apud Aesopum et Phaedrum, claros poetas antiquos, hanc fabulam legere possumus. Olim corvus in excelsa arbore considebat ut caseum, quem de fenestra subduxerat, otiose manducaret. Accessit ad arborem vulpes, cuius calliditas omnibus nota est; corvum vidit et fraudem excogitavit ut caseum subtraheret. Itaque blandis verbis avem temptavit: "Nulla avis inquit tibi similis est, coeve, nulla avis venustate te vincit. Qualis tuarum pennarum est nitor! Haud dubie quoque vox tua par est pennarum tuarum pulchritudini!". Tum corvus, stultus, vulpis laudibus inflatus, os aperuit ut vocem suam ostenderet, at simul ore caseum emisit, quem celeriter dolosa vulpes avidis dentibus rapuit devoravitque. Tum corvus deceptus stuporer ingemuit.
Da Esopo e Fedro, antichi poeti famosi, possiamo leggere questa favola. Una volta un corvo sedeva su un alto albero per mangiare senza preoccupazioni un pezzo di formaggio, che aveva rubato da una finestra. Si avvicinò all'albero una volpe, la cui astuzia è nota a tutti, vide il corvo ed escogitò un inganno per sottrargli il pezzo di formaggio. E così tentò l'uccello con blande parole: "Nessun uccello disse è simile a te, o corvo, nessun uccello ti vince in bellezza. Come sono splendite le tue ali! Senza ombra di dubbio anche la tua voce è pari alla bellezza delle tue ali!" Allora il corvo, da stolto, esaltato dalle lodi della volpe, aprì la bocca per far sentire la sua voce e nello stesso tempo fece cadere dalla bocca il pezzo di formaggio, che con prontezza l'astuta volpe afferrò avidamente con i denti e divorò. Allora il corvo pianse la stupidità.
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Omnibus vulpis calliditas nota est, ut phaedri fabella affirmat. Corvus, cum de fenestra caseum rapuisset, in procerae arboris ramis consederat ut eum placide comederet. Vulpes esuriens, cum ad arborem accessisst et corvum videsst, eius caseum appetens, blandis verbis avem temptavit: "O corve, qui est nitor tuarum pennarum! Sine dubio omnes aves pulchritudine superas: si vocem haberes, volucrum rex esses!". Tum corvus, vulpis laudibus gloriabundus, os aperuit ut vocem ostenderet, sed ex ore caseum emisit, quem dolosa vulpes avidis dentibus arripuit celeriterque voravit. Sero corvus vulpis dolum suamque stoliditatem animadvertit.
Traduzione
A tutti è nota la furbizia della volpe, come afferma la favola di Fedro. Un corvo, avendo rapito un pezzo di formaggio dalla finestra, si era seduto sui rami di un albero alto per mangiarlo tranquillamente. Una volpe affamata, avvicinantosi all'albero e avendo visto il corvo, volendo il suo formaggio, tentò l'uccello con soavi parole: "O corvo, com'è splendida la lucentezza delle tue piume! Senza dubbio tutti gli uccelli superi in bellezza: se avessi la voce saresti il re degli uccelli!". Allora il corvo, glorioso per le lodi della volpe, aprì la bocca per mostrare la voce ma perse il formaggio dalla bocca, che la dolosa volpe strappò con gli avidi denti e divorò velocemente. Il corvo capì l'inganno della volpe e la sua stupidità.