- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Fedro
- Visite: 4
Quid mutat pauperibus, si dominum commutant? Nihil, praeter domini nomen. Haec fabella hoc verum esse docet. Senex pastor in prato pascebat suum asellum. Superveniunt latrones et senex, illorum clamore perterritus, vult suadere asino ut secum fugiat, ne a latronibus capiantur. At asinus rogat senem: "Cur fugere debemus? Quis venit?". "Latrones, - respondet ille - qui semper praedae avidi sunt". Et asinus: "Sed mihi quid facient? Quid mihi, qui iam servus sum, poterit peius accidere? Num binas clitellas mihi imponent?". Senex negat. Tum asinus placide respondet: "Ergo hic ego manebo; nam quid refert cui servire debeam?"
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Fedro
- Visite: 4
In principatu commutando saepius nil praeter domini nomen mutant pauperes. Id esse verum parva haec fabella indicat. Asellum in prato timidus pascebat senex. Is hostium clamore subito territus suadebat asino fugere, ne possent capi. At ille lentus: «quaeso, num binas mihi clitellas inpositurum victorem putas?» Senex negavit. «Ergo quid refert mea cui serviam, clitellas dum portem unicas?»
Traduzione libro moduli di lingua latina
Nel cambiare comdodato, troppo spesso i poveri non cambiano nulla, tranne il nome del padrone. Questa piccola tavoletta indica che ciò è vero. Un timoroso vecchietto pascolava un asinello in un prato. Questi, impaurito da un improvviso fracasso di nemici, esortava l'asino a fuggire, affinché non potessero essere presi (meglio dire: non fossero presi). Ma quello indolente : «Dii grazia, pensi forse i che il vincitore mi caricherà due bisaccie per volta ?» Il vecchio disse di no. «Dunque che cosa mi importa a chi io serva, purché io porti un solo carico?»
versione da nuovo comprendere e tradurre vol. II
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Fedro
- Visite: 4
Asinus, qui in prato herbam carpebat, cum lupum vidisset, simulavit se claudum esse. Lupus appropinquavit eumque rogavit cur claudicaret. Cui (=ei) asinus ita respondit: "Cum per silvam errarem, pedem in spina posui, quae in eum penetravit; ideo, antequam me vores, spinam extrahe, ne os et linguam tibi pungat. Lupus stulte asini verba esse vera putavit, et, cum ille pedem levavisset, oculos admovit, ut spinam cerneret. Tum asinus pede eius os vehementer percussit, ac lupus, cum omnes dentes eo ictu amisisset, nec iam ullum asino metum incutere posset, gemuit: “Intelligo me stultum fuisse; nam, cum a patre solum artem praedandi et enecandi didicissem, medicinam exercere non debebam”.
Un asino, che mangiava l’erba nel prato, avendo visto un lupo, finse di essere zoppo. Il lupo si avvicinò e gli chiese perché zoppicasse. L’asino gli rispose così: “Vagando per il bosco, misi la zampa su una spina, che entrò in essa; perciò prima di divorarmi, togli la spina, affinché non punga la tua bocca e la (tua) lingua. ” Il lupo stoltamente pensò che le parole dell’asino fossero vere e, avendo quello sollevato la zampa, avvicinò gli occhi per vedere la spina. Allora l’asino colpì la sua bocca (la bocca di quello) fortemente con la zampa e il lupo, avendo perso tutti i denti con quel colpo, ormaì non potendo più incutere timore all’asino, gemette: “Capisco che sono stato stolto; infatti avendo imparato dal padre soltanto l’arte di predare e di uccidere, non dovevo adoperare l’arte della medicina”.
Altra versione stesso titolo
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Fedro
- Visite: 5
Annis confectus leo, quem iam corporis vires deserebant, in spelunca iacebat et extremum spiritum trahebat. Ad leonem aper venit, qui vehementi ictu veterem iniuriam vindicavit. Mox taurus leonis corpus, quocum graves inimicitias habebat, confodit. Tum reliquae ferae, quae debili leonis valetudine animum ceperant, variis vulneribus eum sauciaverunt. Asinus quoque impudenti audacia leoni appropinquavit, cuius frontem extudit. At leo: «Plagas, » inquit «quas mihi fortia animalia inflixerunt, inique toleravi; sed iniuria quam tu, ignavissimum animal, mihi fecisti, omnium acerbissima est».
Un leone sfinito dagli anni, che ormai le forze fisiche stavano abbandonando, giaceva in una grotta ed esalava l'ultimo respiro. Dal leone si recò un cinghiale che con una violenta percossa vendicò un'offesa di vecchia data. Poi un toro colpì il corpo del leone, con cui aveva forti rancori. Allora le altre fiere, che avevano preso coraggio per la precaria salute del leone, lo ferirono con diversi colpi. Anche un asino con sfacciata impudenza si avvicinò al leone, di cui colpì la fronte. Ma il leone: «Ho sopportato» disse «a malincuore le percosse che mi hanno inflitto i forti animali; ma l'offesa che mi hai fatto tu, o codardissimo animale, è la più bruciante di tutte». Chi, senza valere nulla, vanta a parole le proprie gesta gloriose, inganna la gente che non lo conosce, ma è schernito da chi lo conosce.
Oppure da altro libro (senza testo latino)
Il leone, volendo cacciare in compagnia dell'asinello, lo coprì di frasche e nello stesso tempo gli comandò di spaventare gli animali con la sua voce per loro insolita; lui le avrebbe colte al varco mentre fuggivano. Allora il lungorecchie lancia all'improvviso con tutte le sue forze un raglio e con la novità di questo portento getta il o tra le bestie. Mentre, terrorizzate, vanno verso le note vie di scampo, sono abbattute dal balzo terribile del leone. Questo, una volta stanco della carneficina, chiama fuori l'asino e gli ordina di smettere di ragliare. Allora quel presuntuoso: "Che te ne pare dell'opera della mia voce?" "Straordinaria", risponde, "tanto che se non conoscessi la tua indole e la tua razza, sarei fuggito spaventato anch'io".
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Fedro
- Visite: 4
Aquila in sublimi quercu nidum fecerat;
feles, cavernam nancta in media, pepererat;
sus nemoris cultrix fetum ad imam posuerat.
tum fortuitum feles contubernium
fraude et scelesta sic evertit malitia.
ad nidum scandit volucris: 'Pernicies' ait
'tibi paratur, forsan et miserae mihi.
nam, fodere terram quod vides cotidie
aprum insidiosum, quercum vult evertere,
ut nostram in plano facile progeniem opprimat'.
terrore offuso et perturbatis sensibus
derepit ad cubile saetosae suis;
'Magno' inquit 'in periclo sunt nati tui.
nam, simul exieris pastum cum tenero grege,
aquila est parata rapere porcellos tibi'.
hunc quoque timore postquam complevit locum,
dolosa tuto condidit sese cavo:
inde evagata noctu suspenso pede,
ubi esca sese explevit et prolem suam,
pavorem simulans prospicit toto die.
ruinam metuens aquila ramis desidet:
aper rapinam vitans non prodit foras.
quid multa? inedia sunt consumpti cum suis,
felisque catulis largam praebuerat dapem.
Quantum homo bilinguis saepe concinnet mali,
documentum habere hinc stulta credulitas potest.
Un'aquila aveva fatto il nido in una quercia alta (=nella cima di una quercia); una gatta aveva partorito nel mezzo (=nel tronco), avendo trovato una cavità una scrofa abitatrice delle selve aveva collocato la prole al basso (della quercia). Allora la gatta distrusse così con inganno e con malizia scellerata (quella) coabitazione fortuita. S'arrampicò al nido dell'uccello: 'Rovina, ' disse, 'si prepara a te, (e) forse anche a me sventurata. Certamente vedi la scrofa insidiosa scavare ogni giorno la terra poichè, vuole far cadere la quercia, per opprimere facilmente sulla piana terra la nostra prole. '
Essendo stato sparso il terrore e perturbati i sensi (dell'aquila), scese giù al covile della setolosa scrofa: 'I tuoi figli, ' disse, 'sono in gran pericolo: poichè, appena sarai uscita al pascolo con il (tuo) tenero gregge, l'aquila è preparata a rapire a te i piccini. ' L'astuta, dopochè ebbe riempito di paura anche questo luogo, si nascose nel (suo) buco sicura. Di là vagando fuori nottetempo con piede guardingo, come ebbe riempito di cibo sè e la sua prole, fingendo paura, sita in vedetta per tutto il giorno. L'aquila, temendo la rovina (della quercia), sta posata sui rami; la scrofa, volendo evitare il rapimento dei figli, non va fuori (a far preda). A che molte parole? Furono consumati dalla fame con i loro (figli) e fornirono abbondante pasto ai piccoli della gatta. La stolta crudeltà può avere un insegnamento, quanto di male un uomo di lingua doppia prepari spesso.