- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Fedro
- Visite: 5
Cum victi mures mustelarum exercitu (historia, quot sunt, in tabernis pingitur) fugerent et artos circum trepidarent cavos, aegre recepti, tamen evaserunt necem: duces eorum, qui capitibus cornua suis ligarant ut conspicuum in proelio haberent signum quod sequerentur milites, haesere in portis suntque capti ab hostibus; quos immolatos victor avidis dentibus capacis alvi mersit tartareo specu. Quemcumque populum tristis eventus premit, periclitatur magnitudo principium, minuta plebes facili praesidio latet.
I topi, vinti dall'esercito delle donnole, (questa storia si trova dipinta anche nelle taverne), fuggono e fanno ressa attorno ai buchi ristretti, tuttavia a stento, rifugiandovisi, sfuggono la morte. I loro capi, che avevano legato sulla testa delle corna, per avere un segno di superiorità durante la battaglia, così che i soldati avessero a seguirli, non riuscirono ad entrare nei buchi e furono presi dai nemici, il vincitore li immolò con avidi denti e li precipitò nella capiente caverna del ventre. Quando un triste evento si abbatte su qualunque popolo, è in pericolo la grandezza dei capi, mentre la piccola plebe si nasconde facilmente
Da altro libro
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Fedro
- Visite: 5
Fedro, Nova Mente, Nove discere, Juventas
Solitamente i mortali vengono indotti in errore dal favore. Una volta un uomo ricco, che voleva allestire uno spettacolo pubblico, invitò tutti perché ciascuno mostrasse le novità del suo repertorio. Si presentarono alla gara, spinti dal desiderio di gloria, diversi artisti; tra questi un buffone, noto per i suoi scherzi spiritosi. Costui - come egli stesso affermava - aveva un tipo di spettacolo che i cittadini non avevano mai visto in teatro. Sparsasi la voce, mise in fermento la cittadinanza e in gran numero riempirono i posti del teatro. Dopo che il buffone si fermò ritto sulla scena, da solo, senza attrezzature, senza nessun assistente, l'attesa stessa produsse un gran silenzio. Quello a un tratto cacciò la testa nelle pieghe del mantello e con la sua voce imitò il verso del maiale. Indotti in inganno gli spettatori chiesero che tirasse fuori il maiale dal pallio. Ma non si trovò nessun maiale: perciò il buffone fu subissato da molte lodi e grandi applausi.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Fedro
- Visite: 5
Humanitati qui se non accommodat, plerumque poenas dat superbie. Cicada acerbum noctuae convicium faciebat, cum soleret illa victum in tenebris quaerere cavoque ramo capere somnum interdiu. Cum eius cantus nimis molestus esset, rogata est ut taceret, sed multo validius clamare incepit. Cum rersus noctua preces admovisset, cicada atiam magis accensa est. Cum noctua vidisset se nihil consequì et verba contemni sua, hac est agressa garrulam fallacia: "Dormire quia me non sinunt cantus tui, quibus meliores ne Apollonis quidem cithara edere potest, potare tectum cupio nectar, quod Pallas mihi nuper donavit; si non fastidis, veni, ut una bibamus". Illa, quae arebat siti, simul ac cognovit vocem laudari suam, cupide advolavit. Noctua, agressa e cavo, trepidantem consectata est et leto dedit. Sic viva quod negaverat tribuit mortua cicada.
Clicca qui per la traduzione stesso titolo da altro libro diversa
Qui trovi la cicala e la civetta ancora diversa
Qui trovi la cicala e la civetta dal libro Codex
Colui che non si adatta all'umanità, per lo più paga il fio per la propria superbia. Una cicala, faceva uno schiamazzo fastidioso per la civetta, giacché quella soleva procacciarsi il cibo di notte e in un tronco cavo prendere sonno durante il giorno. Essendo il suo canto abbastanza fastidioso, le fu chiesto di tacere, ma cominciò a schiamazzare molto più fortemente. Avendo la civetta di nuovo rivolto preghiere, la cicala fu anche più aizzata. Avendo la civetta visto che non otteneva niente e le sue parole non erano prese in considerazione, affrontò la cicala (la risonante) con questo inganno: "Poiché i tuoi canti non mi permettono di dormire, meglio dei quali neppure la cetra di Apollo può suonare, desidero bere con te il nettare che Pallade mi ha donato di recente: se non ti infastidisci, vieni, affinché beviamo insieme". Quella, che era avida per la sete, non appena sentì che la sua voce era lodata, volò cupidamente. La civetta, essendosi allontanata dal buco, raggiunse la trepidante e la uccise. Così la cicala rese da morta ciò che aveva negato da viva.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Fedro
- Visite: 5
Quicumque semel turpi fraude innotuit, etiam si verum dicit, ammittit fidem; quicumque autem dignitatem pristinam amisit, etiam ignavis iocus est. Hoc attestantur hae breves Aesopi fabulae. Lupus et vulpes in tribunali iudice simio contendebant. Lupus arguebat vulpem furti crimine; illa negabat se illud facinus commisse. Cum uterque eorum causam suam peroravissent, tunc fertur simius hanc sententiam dixisse: ”tu, lupe, non videris perdidisse quod petis; credo attamen te, vulpes, quod negas surripuisse”. Cum leo, defectus annis et desertus viribus, iaceret spiritum extremum trahens, venit ad eum aper fulmineis dentibus et veterem iniuriam ictu vindicavit. Mox taurus infestis cornibus hostile corpus confondit. Asinus, ut vidit ferum leonem impune laedi, calcibus eius frontem extudit. At ille expirans: ”Heu! Ego indigne tuli fortes mihi insultare: quod autem cogor ferre te, nautae dedecus, bis mihi videor mori”.
Chiunque si fece riconoscere per un inganno spregevole anche se afferma il vero, perde la fiducia, qualunque (persona) poi perse l'antica dignità, anche un passatempo per ignavi. Queste brevi favole di Esopo attestano ciò. Un lupo e una volpe lottavano in tribunale essendo giudice una scimmia. Il lupo accusava la volpe di furto; quella negava di aver commesso lei quel misfatto. Mentre l'uno e l'altra avevano sostenuto le loro cause si dice che abbia detto questa sentenza: << Non sembra che tu, lupo, abbia perso ciò che chiedi, credo tuttavia che tu, volpe, abbia rubato ciò che neghi>>. Giacendo un leone, indebolito dagli anni e abbandonato dalle forze, esalando l'ultimo respiro venne da lui un cinghiale dalle zanne micidiali e vendicò con un colpo una vecchia offesa. Subito un toro dalle corna pronte all'attacco colpì il corpo nemico. Un asino, come vide che il feroce leone era colpito inpunemente, colpì la sua fronte. Ma quello morendo: << Ohime! Sopportai indegnamente che i forti mi insultassero: per il fatto che sono costretto a sopportare te, vergogna della natura, mi sembra di morire due volte>>.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Fedro
- Visite: 5
Vir habebat filiam turpem et filium pulchrum. Hi pueriliter ludentes speculum a matre in cathedra forte positum inspexerunt. Hic se formosum iactat; illa magna ira commota, gloriosi fratris iocos non sustinet et cuncta accipit in contumeliam suam. Ergo ad patrem decurrit, magnaque invidia de fratre suo deplorat (deplorare de aliqua = lamentarsi di qualcosa). Ille ut puerorum rixae finem det, utrumque osculis ac blanditiis sedat dulcemque in ambos caritatem partiens: " Cotidie, pueri, - inquit- exopto ut hunc speculum inspiciatis: tu, fili mi, ne nequitiae malis formam tuam corrumpas; tu, filia mea, ut istam faciem vincas moribus bonis
Un uomo aveva una figlia brutta e un figlio bello. Questi giocando in modo fanciullesco guardarono uno specchio posto per caso dalla madre su una sedia. Il primo si vanta di essere bello; l'altra spinta da grande ira non sopporta gli scherzi del fratello avido di gloria e considera ogni cosa come un affronto a lei. Dunque va dal padre, e con grande invidia si lamenta di suo fratello. Questo per porre fine al litigio dei fanciulli, fa calmare entrambi con baci e carezze e dando dolce amore a entrambi: "Oggi, o fanciulli -dice- desidero che guardiate questo specchio: tu figlio mio, affinché non rovini il tuo bell'aspetto con i mali della cattiveria, tu, figlia mia, affinché vinca il tuo aspetto con buoni comportamenti".