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Numquam est fidelis cum potente societas: testatur haes fabella propositum meum. Vacca et capella et patiens ovis iniuriaeSocii fuere cum leone in saltibus. Hi cum sepissent cervum vasti corporis, sic est locutu partibus factis leo: "Ego primam tollo, nomina quia leo; secundam, quia sum socius, tribuetis mihi; tum, quia plus valeo, me sequetur tertia; malo adficietur, siquis quartam tetigerit". Sic totam praedam sola improbitas abstulit.
Traduzione
Non c'è mai un'alleanza sicura con un prepotente: questa favoletta dimostra la mia premessa. Una mucca e una capretta e una pecora, che tollera l'offesa, furono socie con un leone nei boschi. Avendo questi preso un cervo dalla grande corporatura, il leone parlò così, dopo che furono fatte le parti: "io prendo la prima (parte), perché sono chiamato leone; la seconda la darete a me, perché sono il vostro socio, poi, la terza parte mi seguirà perché sono il più forte; se qualcuno toccherà la quarta parte, sarà colpito dal male. ". Così la sola prepotenza portò via tutta la preda.
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Per aliquot annos quaedam dilectum virum Amisit et sarcophago corpus condidit; A quo revelli nullo cum posset modo Et in sepulcro lugens vitam degeret, Claram assecuta est famam castae virginis. Interea fanum qui compilarant Iovis, Cruci suffixi luerunt poenas numini. Horum reliquias ne quis posset tollere, Custodes dantur milites cadaverum Monumentum iuxta mulier quo se incluserat. Aliquando sitiens unus de custodibus Aquam rogavit media nocte ancillulam, Quae forte dominae tunc assistebat suae Dormitum eunti; namque lucubraverat Et usque in serum vigilias perduxerat. Paulum reclusis foribus miles prospicit Videtque et aegram et facie pulchra feminam. Corruptus animus ilico succenditur Et uritur sensim impudentis cupiditas. Sollers acumen mille causas invenit, Per quas videre possit illam saepius. Cotidiana capta consuetudine Paulatim facta est advenae submissior; Mox artiore vinxit animum copula. Hic dum consumit noctes custos diligens, Desideratum est corpus ex una cruce. Turbatus miles factum exponit mulieri. At sancta mulier: «Non est quod timeas» ait Virique corpus tradit figendum cruci, Ne subeat ille poenas neglegentiae. Sic turpitudo laudis obsedit locum.
Una donna perse il marito che aveva amato per parecchi anni e ne seppellì il corpo nel sarcofago; poiché non c'era modo di staccarla dal sepolcro dove trascorreva in lacrime la vita, conseguì chiara fama di vergine casta. Frattanto alcuni che avevano saccheggiato il tempio di Giove, pagarono con la crocifissione la loro colpa contro la divinità. Perché nessuno potesse portare via le loro salme, furono posti dei soldati a guardia dei cadaveri proprio vicino al monumento sepolcrale dove si era chiusa la donna. Avvenne che una delle guardie, colta dalla sete, nel cuore della notte andò a chiedere dell'acqua alla servetta, che per l'appunto, in quel momento, accudiva alla sua padrona in procinto di andare a dormire; aveva infatti tenuto la lucerna accesa e aveva prolungato la veglia sino a tardi. Dai battenti appena socchiusi il soldato allunga lo sguardo e vede la donna dolente e di bell'aspetto. Il suo cuore ne è subito rapito, prende fuoco e a poco a poco arde la sua voglia impudica. Con ingegnoso acume trova mille pretesti per poterla vedere più spesso. E lei, conquistata da quel rapporto quotidiano, si fece via via più compiacente con l'estraneo; ben presto un'unione più stretta le avvinse l'animo. Mentre il custode diligente passa qui le notti, viene a mancare un corpo a una delle croci. Il soldato, sconvolto, espone il fatto alla donna. E la santa donna dice: «Non hai nulla da temere», e gli consegna il corpo del marito da affiggere alla croce perché lui non sia punito per la sua negligenza. Così l'infamia subentrò alla lode.
Da altro libro
Qualche anno addietro in Efeso una donna perse il marito, l'uomo prediletto, e posto il corpo suo dentro un sarcofago, di lì non si poteva distaccare in alcun modo: alla tombale stanza trascorreva piangendo la sua vita cosicché conseguì fama squisita di casta vedovanza. Uomini che in quel tempo erano stati ladri al tempio di Giove, su la croce soddisfecero al nume, conficcati; e affinché niuno togliere potesse ciò che alla morte avanza, presso la tomba ove la donna stava reclusa, la milizia sui cadaveri si pose in sorveglianza. Era notte alta e avvenne che un custode, assetato, chiese acqua alla ragazza che accudiva in quel mentre la signora disposta infine al sonno dopo lunga vigilante costanza: sì che l'altro dall'uscio sogguardò e scorse la dolente femmina, molto bella di sembianza. Cuore sorpreso subito s'accende, quindi soavemente appassionato arde in concupiscenza; e scaltro e pronto inventa mille scuse per veder più sovente la vedova. Costei di quell'estraneo, per sì diuturna usanza man man s'accende alquanto: infin le avvinse il cuore una più stretta vicinanza. Mentre il custode impiega ivi sue notti con premura, la salma d'una croce viene a mancare. Se ne turba il milite, e la cosa racconta a la sua ganza. Ma ella, santa ganza, risponde: «Mica c'è di che temere!» e il corpo del marito, da configgere su la croce gli dà, cosicché si eviti il castigo per lui di trascuranza. Si ebbe così l'infamia invece d'onoranza.
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Aquila in sublimi quercu nidum fecerat;
feles, cavernam nancta in media, pepererat;
sus nemoris cultrix fetum ad imam posuerat.
tum fortuitum feles contubernium
fraude et scelesta sic evertit malitia.
ad nidum scandit volucris: 'Pernicies' ait
'tibi paratur, forsan et miserae mihi.
nam, fodere terram quod vides cotidie
aprum insidiosum, quercum vult evertere,
ut nostram in plano facile progeniem opprimat'.
terrore offuso et perturbatis sensibus
derepit ad cubile saetosae suis;
'Magno' inquit 'in periclo sunt nati tui.
nam, simul exieris pastum cum tenero grege,
aquila est parata rapere porcellos tibi'.
hunc quoque timore postquam complevit locum,
dolosa tuto condidit sese cavo:
inde evagata noctu suspenso pede,
ubi esca sese explevit et prolem suam,
pavorem simulans prospicit toto die.
ruinam metuens aquila ramis desidet:
aper rapinam vitans non prodit foras.
quid multa? inedia sunt consumpti cum suis,
felisque catulis largam praebuerat dapem.
Quantum homo bilinguis saepe concinnet mali,
documentum habere hinc stulta credulitas potest.
Un'aquila aveva fatto il nido in una quercia alta (=nella cima di una quercia); una gatta aveva partorito nel mezzo (=nel tronco), avendo trovato una cavità una scrofa abitatrice delle selve aveva collocato la prole al basso (della quercia). Allora la gatta distrusse così con inganno e con malizia scellerata (quella) coabitazione fortuita. S'arrampicò al nido dell'uccello: 'Rovina, ' disse, 'si prepara a te, (e) forse anche a me sventurata. Certamente vedi la scrofa insidiosa scavare ogni giorno la terra poichè, vuole far cadere la quercia, per opprimere facilmente sulla piana terra la nostra prole. '
Essendo stato sparso il terrore e perturbati i sensi (dell'aquila), scese giù al covile della setolosa scrofa: 'I tuoi figli, ' disse, 'sono in gran pericolo: poichè, appena sarai uscita al pascolo con il (tuo) tenero gregge, l'aquila è preparata a rapire a te i piccini. ' L'astuta, dopochè ebbe riempito di paura anche questo luogo, si nascose nel (suo) buco sicura. Di là vagando fuori nottetempo con piede guardingo, come ebbe riempito di cibo sè e la sua prole, fingendo paura, sita in vedetta per tutto il giorno. L'aquila, temendo la rovina (della quercia), sta posata sui rami; la scrofa, volendo evitare il rapimento dei figli, non va fuori (a far preda). A che molte parole? Furono consumati dalla fame con i loro (figli) e fornirono abbondante pasto ai piccoli della gatta. La stolta crudeltà può avere un insegnamento, quanto di male un uomo di lingua doppia prepari spesso.
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In principatu commutando saepius nil praeter domini nomen mutant pauperes. Id esse verum parva haec fabella indicat. Asellum in prato timidus pascebat senex. Is hostium clamore subito territus suadebat asino fugere, ne possent capi. At ille lentus: «quaeso, num binas mihi clitellas inpositurum victorem putas?» Senex negavit. «Ergo quid refert mea cui serviam, clitellas dum portem unicas?»
Traduzione
Nel cambiare comdodato, troppo spesso i poveri non cambiano nulla, tranne il nome del padrone. Questa piccola tavoletta indica che ciò è vero. Un timoroso vecchietto pascolava un asinello in un prato. Questi, impaurito da un improvviso fracasso di nemici, esortava l'asino a fuggire, affinché non potessero essere presi (meglio dire: non fossero presi). Ma quello indolente : «Dii grazia, pensi forse i che il vincitore mi caricherà due bisaccie per volta ?» Il vecchio disse di no. «Dunque che cosa mi importa a chi io serva, purché io porti un solo carico?»
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Questa pagina contine questa versione di vari libri, nova mente, contextere verba e tanti altri libri - Traduzione
versione dal libro NOVA MENTE
Una donnola, debole per colpa degli anni e della vecchiaia, poiche non riusciva ad afferrare dei rapidi topolini, vinceva con l'astuzia la sua incapacità e con l'inganno si procurava il cibo. infatti con la farina ricopre il suo corpicino e si nasconde in un luogo scuro. il topino vede la farina e la crede cibo: salta e la preda della donnola muore. un altro stesso topo va in contro alla morte, poi un terzo e molti altri. infine venne un vecchio topo e astuto fuggi alla trappola l'animaletto, da lontano, si accorge della insidia e dice alla donnola: "salve! ti fingi farina, ma certamente non lo sei""la favola insegna che spesso la vera natura sta nascosta, l'aspetto puo ingannare, ma con grande prudenza e grande abilità possiamo distinguere il vero dal falso
Versione dal libro contextere verba P. 339 N 29
inizio: cum mures, mustelarum exercitu victi...
fine: minuta plebs facili praesidiolatet
I topi, vinti dall'esercito delle donnole, (questa storia si trova dipinta anche nelle taverne), fuggono e fanno ressa attorno ai buchi ristretti, tuttavia a stento, rifugiandovisi, sfuggono la morte. I loro capi, che avevano legato sulla testa delle corna, per avere un segno di superiorità durante la battaglia, così che i soldati avessero a seguirli, non riuscirono ad entrare nei buchi e furono presi dai nemici, il vincitore li immolò con avidi denti e li precipitò nella capiente caverna del ventre. Quando un triste evento si abbatte su qualunque popolo, è in pericolo la grandezza dei capi, mentre la piccola plebe si nasconde facilmente
VERSIONE DA ALTRI LIBRI
Era scoppiata la guerra tra i topi e le donnole. I topi che venivano sempre sconfitti, fecero una riunione tutti insieme e conclusero che la causa dei loro insuccessi era la mancanza di un capo. Di conseguenza, dopo aver scelto alcuni di loro, per alzata di mano li nominarono strateghi. Costoro, per distinguersi dagli altri, fabbricarono delle corna e se le applicarono. Ma, quando divampò la battaglia, i topi, sbaragliati in massa, cercarono rifugio nei buchi e, mentre tutti gli altri vi si insinuarono facilmente, i capi non riuscirono a infilarsi per colpa delle corna. E così vennero catturati e divorati. Nello stesso modo la vanagloria è per molti fonte di guai”.