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Testo latino Muli gravati sarcinis ibant duo: unus ferebat fiscos cum pecunia, alter tumentis multo saccos hordeo. Ille onere dives celsa cervice eminens, clarumque collo iactans tintinabulum; comes quieto sequitur et placido gradu. Subito latrones ex insidiis advolant, interque caedem ferro ditem sauciant: diripiunt nummos, neglegunt vile hordeum. spoliatus igitur casus cum fleret suos, "Equidem", inquit alter, "me contemptum gaudeo; nam nil amisi, nec sum laesus vulnere". Hoc argumento tuta est hominum tenuitas, magnae periclo sunt opes obnoxiae.
Traduzione Due muli camminavano, carichi di sacche; uno portava delle sacche di denaro, l'altro sacche piene zeppe di orzo Il primo, ricco, che sporgeva con il collo fiero per il carico, e che, altezzoso, scuoteva con il collo il "sonaglio"; il compagno lo segue con passo lento e tranquillo. Improvvisamente da un'imboscata irrompono dei briganti, e nella mischia colpirono con una spada il (mulo) ricco, saccheggiano le monete ed ignorarono il vile orzo. Allora, mentre quello derubato piangeva le sue disgrazie, l'altro disse: "Sono veramente felice di essere stato disprezzato; infatti non ho perso niente, e non sono stato ferito". Con questo discorso è difesa la semplicità degli uomini, (mentre) le ricchezze sono soggette a un grande pericolo
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Canis calumniator resposcebat ab ove panem, quem dederat mutuum. contendebat autem ovis numquam se a cane panem accepisse; cum autem ante iudicem venissent, canis multos dixit se habere testes, et statim lupum introduxit, qui talia verba dixit: “Scio canem ovi panem commendavisse”. Deinde supervenit milvus: “Coram me – inquit – accepit”. Tertius accipiter dixit: “Cur, improba, hoc negas, te panem accepisse?”. Ovis, a falsis testibus victa, ante tempus lanas suas vendidit, ut, quod non acceperat, redderet. Sic calumniatores fictis criminibus innocentes opprimunt.
Un cane falso accusatore reclamava il pane che aveva dato in presenza alla pecora. Dall'altra parte la pecora sosteneva di non aver mai ricevuto il pane dal cane: in questo modo giunti di fronte ai giudici, il cane disse di aver molti testimoni, e subito fece entrare il lupo, che disse queste parole: "Sò che il cane disse di aver dato in prestito il pane alla pecora". In seguito giunse il nibbio: "L"ha ricevuto in mia presenza" disse. Per terzo disse lo sparviero: " Perchè, o bugiarda, neghi questo, di aver ricevuto il pane?". La pecora, sovrastata da falsi testimoni, prima del tempo vendette la prorpia lana, affinché restituisse quello che non aveva ricevuto. Ma i falsi accusatori opprimono gli innocenti con false accuse.
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Pavo vocem suam aegre ferebat et saepe lusciniae vocem laudabat. Dum parva avis in silva canit pavo clam audiebat et miram eius vocis suavitatem imitari volebat. Cum enim superbus pavo coram aliis avibus canebat vox eius semper absona et iniucunda erat itaque ab omnibus irridebatur. Tum ille postquam saepe contumelias pertulerat ad Iunonem ivit et de iniusta sorte sua deploravit: propter vocis suavitatem liscinia omnibus admirabilis erat pavo autem avium rex cun canebat risum omnium movebat. Deorum regina postquam eius querelam audiverat animali solacium praebere voluit et eius pulchritudinem valde laudavit. Sed pavo deae respondit: " Muta mea pulchritudinem non gaudeo cum ab omnibus propter absonam vocem meam irrideor. " Et Iuno pavonis pertinacia irata dixit: " Dotes animalibus a Natura datae sunt: pavoni forma aquilae viresvulpi astutia cani fidelitas lusciniae vocis suavitas. Omnia animalia suis dotibus contenta sunt: querela tua igitur inutilis est. Abi si pulchritudinem tuam perdere non vis!"
Traduzione n. 1
Il pavone sopportava malvolentieri la sua voce e spesso lodava la voce dell' usignolo. Mentre il piccolo uccellino cantava nel bosco, il pavone di nascosto lo ascoltava e voleva imitare la soavità e la meraviglia della sua voce. Quando infatti il superbo pavone cantava davanti alle ali dell' uccello, la sua voce era sempre stonata e spiacevole, perciò era deriso da tutti. Allora quello, dopo che aveva spesso sopportato le offese, andò da Giunone e pianse sulla sua ingiusta sorte: a causa della soavità della voce l' usignolo era ammirato da tutti, il pavone, invece, re degli uccelli, provocava il riso di tutti. La regina degli dei, dopo aver sentito il suo lamento, volle offrire sollievo all' animale e lodò molto la sua bellezza. Ma il pavone rispose alla dea: " Non gioisco per la mia muta bellezza, quando sono deriso da tutti a causa della mia voce stonata. " E Giunone irata disse: " Le doti furono date dalla Natura agli animale: l' aspetto al pavone, le forze all' aquila, l' astuzia alla volpe, la fedeltà al cane, la soavità della voce all' usignolo. Tutti gli animali furono contenti delle loro doti: quindi il tuo lamento è inutile. Vai via, se non vuoi perdere la tua bellezza!"
Traduzione n. 2
Ii pavone mal sopportava la sua voce e lodava spesso la voce dell'usignolo. mentre il piccolo uccello canta, il pavone ascoltava di nascosto e voleva imitare la meravigliosa soavità della voce. infatti quando il superbo pavone cantava in presenza di altri uccelli, la sua voce era sempre stonata e sgradevole, e così era deriso da tutti. allora quello, dopo che spesso aveva sopportato oltraggi, andò da Giunone e gemette sulla sua ingiusta sorte: l'usignolo per la soavità della sua voce era ammirato da tutti, invece il pavone, re degli uccelli, quando cantava faceva ridere tutti. la regina degli dei, dopo che aveva uditola sua lamentela, volle offrire un conforto all'animale e lodò molto la sua bellezza. ma il pavone rispose alla dea: "non mi rallegro per la mia silenziosa bellezza, quando sono deriso da tutti per la mia voce stonata" e giunone adirata per l'ostinazione del pavone, disse: "le doti sono date agli animali dalla natura: la pavone la forma, all'aquila la forza, alla volpe l'astuzia, al cane la fedeltà, e la soavità della voce all'usignolo. tutti gli animali sono contenti per le loro doti: dunque la tua lamentela è inutile. vai via, se non vuoi perdere la tua bellezza!"
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Testo latino: Vulpes casu in puteum cecidit. venit lupus et vulpem videns ex ea quaesivit: " Quid facis illic, amica?" Callida respondit: " Amice bone, hic habeo multos pisces et bonos. Huc veni et tuam partem piscium habebis" Et lupus stultus. "quomodo possum ad te descendere?" respondit volpes: " supra pèuteum est una situla: si eam intras, ad me venies". Erant enim bi nduae situlae: una ascendebat, altera descendebat. Tum lupus, intrans situlam pendentem, in puteum descendit; vulpis autem, in altera situla consistens, ascendit. Media via inter se occurrunt et lupus: "Quo vadis, -ait- bona amica?" Et vulpes ei: "satis iam comedi et nunc ascendo; tu autem descende et mirabilia invenies". Descendit miser sed nullos pisces invenit. Per totam noctem in puteo remansit donec mane rustici venerunt et extrahentes lupum eum interfecerunt.
Traduzione: Un lupo, poiché nella stagione estiva aveva raccolto molto bottino nella tana, viveva in inverno nell'abbondanza di cibo con animo tranquillo. Una volpe, animale di astuto ingegno, avida di cibo, venne alla sua tana, finse una gran dolore e esclamò con subdole parole: " O lupo, come stai? non ti ho visto per tutto il mese, sono molto preoccupata per la tua salute". Ma il lupo, che conosceva l'invidia della volpe, con subdole parole biasimava la sua perfidia : " Vattene, bestia cattiva, infatti porti il pretesto della salute, ma in realtà vuoi afferrare con la menzogna e l'inganno il mio cibo". La volpe, piena d'ira, si allontanò e preparò la sua vendetta. Infatti si avvicinò ad un pastore di pecore e disse : " se sarai grato e memore del mio beneficio, oggi ti consegnerò un nemico del tuo gregge". Il pastore felice promise all'animale grandi premi. Allora la volpe condusse alla spelonca del lupo il pastore, che uccise con l'asta il lupo e consegnò alla volpe i beni di questo. Poco dopo la volpe si imbattè nei cacciatori e fu afferrata e uccisa dai cani. Mentre esalava il respiro, disse: " Pago con una morte tremenda la giusta pena di una terribile scelleratezza".
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Utilius homini nihil est quam recte loqui: haec sententia probanda omnibus est, sed sinceritas ad perniciem cadere solet, ut haec fabula narrat. Duo homines, unus fallax, alter verax, simul iter faciebant. Cum ambularet, ad provinciam simiorum venerunt. Ut (=non appena) viatores vidit unus ex multitudine simiorum, qui se aliis priorem constituerat, iussit primo sibi solium parari omnesque simios ordine longo, dextra leavaque ante se stare, deinde homines comprehendi et in medium adduci. Tum ait dux simiorum: «Quid sum ego?». Fallax dixit: «Tu es imperator». Iterum interrogavit: «Et isti, quos ante me videtis stare, quid sunt?». Idem fallax respondit: «Hi sunt comites tui, omnia officia militaria administrantes». Quo responso ille, qui in mendacio laudatus est cum turba sua, iussit hominem remunerari, quia adulatus est et omnes illos fefellit. Verax autem homo haec apud se aiebat: «Si iste, qui mendax est et omnia mentitur, sic est acceptus atque remuneratus, quid ego accipiam, si vero dixero?». Dum haec secum deliberat, ait simius ille, qui se imperatorem dici volebat: «Dic tu, quid sum ego et hi quos ante me vides?». At ille, qui veritatem amabat et verum loqui solebat, respondit: «Tu simius es et hi omnes simili sunt similes tibi». Statimque ille, quia verum dixerat, dentibus et unguibus laceratus est.
Traduzione
imgscrambler}Niente è piu utile all’uomo che parlare con sincerità: questa sentenza tutti devono ritenere giusta, ma la schiettezza suole andare a finire in danno, come narra questa favola. Due uomini, uno bugiardo, l’altro sincero, viaggiavano insieme. Mentre camminavano giusero nella giurisdizione delle scimmie. Non appena uno del popolo delle scimmie, che si era costituito capo tra le altre, vide i viaggiatori, ordinò per prima cosa che gli si preparasse un trono e che tutte le scimmie in una lunga fila, tessero davanti a lei con la destra alzata, quindi che si catturassero gli uomini e fossero condotti nel mezzo. Allora il capo delle scimmie dice: “Che cosa sono io?” il bugiardo rispose: “tu sei il capo”. Di nuovo interrogò: “ e costoro, che vedete stare davanti a me, cosa sono? Il medesimo bugiardo rispose: “questi sono i tuoi amici che eseguono ogni compito militare”. E a questa risposta, quello, che fu lodato nella menzogna assieme alla sua popolazione, ordinò che l’uomo fosse premiato, poiché adulò ed ingannò tutti quelli. L’uomo sincero invece diceva tra se queste cose: “ se costui, che è bugiardo e mente ogni cosa, è stato così accolto e anche premiato, cosa riceverò io se parlerò con verità?” Mentre esaminava queste cose con se stesso, dice quella scimmia, quella che voleva essere detta capo: “di tu, che cosa sono io e costoro che vedi davanti a me?”. Ma quello, che amava la verità e soleva parlare vero, rispose: “tu sei scimmia e tutti costoro simili sono a te simile”. All’istante quello, poiché avava detto il vero, fu fatto a pezzi con i denti e con le unghia. {/imgscramble