- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Fedro
- Visite: 4
Simonides, qui scripsit egregia carmina, quo facilius paupertatem sustinēret, circum ire coepit nobiles Asiae urbes, laudem victorum canens mercede accepta. Hoc genere quaestus postquam locuples factus est, redire in patriam voluit cursu pelagio; erat autem, ut aiunt, natus in Cia insula: ascendit igitur navem, quam tempestas horrida simul et vetustas medio mari dissolverunt. Hi zonas, ili res pretiosas colligunt, subsidium vitae. Quidam curiosior: « Simonide, tu nihil ex opibus tuis sumis?». «Mecum», inquit poeta, «mea cuncta sunt ». Tunc pauci enătant, quia plures, onĕre degravati, periĕrant. Predones adsunt et quod quisque extuluit rapiunt. Forte prope antiqua urbs Clazomenae fuit, quam petiērunt naufragi. Hic litterarum quidam studio deditus, qui saepe Simonidis versus legĕrat eratque absentis admirator maximus, eum ab ipso sermone cognitum cupidisse ad se recēpit ac veste, nummis, familia exornavit. Ceteri tabulam suam portant rogantes victum. Quos casu obvios Simonides ut vidit: «Dixi», inquit, «mea mecum esse cuncta; quod vos rapuistis, autem, periit».
Simonide, che scrisse straordinarie poesie, per sopportare più facilmente la povertà, cominciò ad andare in giro per famose città dell’Asia, cantando dietro compenso l’elogio dei vincitori. Dopochè diventò ricco con questo genere di guadagno, desiderò tornare in patria per mezzo di viaggio marittimo; era infatti, come dicono, nato nell’isola di Ceo: dunque salì sulla nave, che una spaventosa tempesta e la vecchiaia in mezzo al mare sfasciarono. Alcuni legano insieme le borse del denaro, altri come aiuto per la vita legano cose preziose. Qualcuno alquanto curioso: «Simonide, tu nessuna tra le ricchezze tue prendi?». «Con me» disse il poeta «ho tutte le mie cose». Allora pochi si misero in salvo a nuoto, poiché la maggior parte, gravati dal fardello, perirono. I predoni vennero poi a rapinarli. Per caso c’era nelle vicinanze l’antica città di Cazomene, verso la quale i naufraghi si diressero. Qui un tale dedito allo studio delle lettere, il quale spesso aveva letto i verso di Simonide ed era un grandissimo ammiratore da lontano, lo accolse presso di se dopo averlo conosciuto dallo stesso sermone e ardentemente lo fornì di vesti, di denaro, di servi. Gli altri portarono la loro tavoletta dipinta chiedendo nutrimento e Simonide non appena vide questi che per caso gli venivano incontro disse: «Dissi che avevo con me tutte le mie cose; ciò che voi avete rubato, invece, è andato perduto ».
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Fedro
- Visite: 4
IN REBUS SUIS, UT PHAEDRI FABULA DOCET, DOMINUS MAGNAM DILIGENTIAM PONIT. OLIM VENATORES COMPREHENSURI ERANT CERVUM, QUEM CANES E SILVAE LATIBULIS EXCITAVERANT. FERA, DUM PER AGROS FUGI, MAGNO TERRORE IMPULSA, VILLAM PROPINQUAM PETIT ET IN BOVILE SE CONFUGIT. BOVES CERVO LATENTI SIC DICUNT: "MISER CERVE, CUR ULTRO AD MORTEM CURRERE VOLUISTI? NAM DOMUS HOMINUM NON PERFUGIAM, SED PERNICIES TIBI ERIT". AT CERVUS SUPPLICI VOCE: "VOS ORO, AMICI, -INQUIT-MIHI AUXILIUM FERTE; MOX, OCCASIONE DATA, CELERI CURSU IN SILVAS REDIBO". ITAQUE TOTUM DIEM CERVUS SOLLICITUS IN BOVILI LATET; SUB VESPERUM PRIMUM VENIT BUBULCUS, FRONDEM BUBUS LATURUS, SED EUM NON VIDET, DEINDE EUNT REDEUNTQUE OMNES VIRI RUSTICI, SED FERAM NON CERNUNT, DENIQUE TRANSIT ETIAM VILICUS, SED NIHIL ANIMADVERTIT. TUM CERVUS LAETUS BUBUS PRO HOSPITIO GRATIAS ACTURUS EST, CUM UNUS EORUM SIC EUM MONET : "SALUTEM TUAM CERTE VOLUMUS, SED SI DOMINUS, QUI CENTUM OCULOS HABET, VENERIT, VITA TUA IN MAGNO PERICULO ERIT" DUM EA DICIT, DOMINUS, E CENA REDIENS, AD PRAESEPE ACCEDIT, OPERA SERVORUM INSPECTURUS. ET DUM MAGNA CUM CURA OMNIA RECENSET, ALTA CERVI CORNUA VIDET STATIMQUE, SERVIS CONVOCATIS: "FERAM OCCIDITE INQUIT EIUSQUE CORPUS AUFERTE"
Nelle sue faccende, come insegna la favola di Fedro, il padrone pone molta attenzione. Una volta dei cacciatori stavano per catturare un cervo, che i cani avevano fatto uscire dalle tane nella foresta. L' animale, fuggendo per i campi, preso da un grande terrore, si dirige verso la vicina casa di campagna, e si rifugia nella stalla dei buoi. I buoi dicono così al cervo che si stava nascondendo: "O misero cervo, perché volesti correre senza motivo verso la morte? Infatti la casa degli uomini non sarà per te un rifugio, ma un pericolo". E il cervo risponde con voce supplichevole: "Vi prego, amici, aiutatemi; presto, alla prima occasione, tornerò nei boschi con una veloce corsa". Perciò il cervo sta tutto il giorno nel bovile; verso la prima sera viene il bovaro, per portare ai buoi del fogliame, ma non lo vede, dopo vanno e ritornano tutte le persone della campagna, ma non si accorgono dell' animale, poi passa anche il fattore, ma non si accorge di niente. Allora il cervo lieto coi buoi per il rifugio sta per ringraziarli, quando uno di loro così lo avverte: "Certamente noi vogliamo la tua salvezza, ma se il padrone, che ha cento occhi, verrà, la tua vita sarà in grave pericolo". Appena detto, il padrone, tornando dalla cena, entra nella stalla, per esaminare i lavori dei servi. E allora passa in rassegna tutto con molta cura, vede subito le alte corna del cervo e dopo aver chiamato i servi dice: "Uccidete l' animale, e portate via il suo corpo".
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Fedro
- Visite: 4
Le rane, che vagavano libere nei (loro) stagni, con gran chiasso chiesero a Giove un re che reprimesse con la forza i (loro) costumi sregolati. Il padre degli dèi rise e diede loro un piccolo travicello che, (appena) gettato, atterrì con il movimento improvviso dell'acqua e con il (suo) tonfo la pavida razza (delle rane). Mentre le rane giacevano immerse nel pantano da un bel po' di tempo, per caso una, in silenzio, tira su la testa dallo stagno, ed esaminato il re chiama (a raccolta) tutte (le altre). Quelle, abbandonato (ogni) timore, a gara si avvicinano nuotando, e la folla sfacciata salta sopra il (pezzo di) legno. Dopo averlo infangato con ogni (tipo di) oltraggio, chiesero a Giove un altro re, dicendo che quello che era stato dato (loro) era un incapace. Allora Giove mandò loro un serpente, che con i (suoi) denti aguzzi cominciò ad afferrar(le) a una a una. Inette (a difendersi), le rane cercano invano di sfuggire alla morte; la paura toglie (loro) la voce. Dunque, di nascosto, affidano a Mercurio l'incarico di pregare Giove che soccorra le sventurate. Allora il dio risponde: «Dal momento che non avete voluto sopportare il vostro bene, (adesso) sopportate il male».
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Fedro
- Visite: 4
Un pipistrello, caduto per terra, fu afferrato da una donnola e, mentre stava per esser ucciso, la pregava di risparmiarlo. Quella dichiarò che non poteva lasciarlo andare, perché essa era per natura nemica di tutti gli uccelli. Allora il pipistrello spiegò che esso non era un uccello, ma un topo, e così fu lasciato andare. Più tardi cadde di nuovo, fu preso da un’altra donnola, e pregò anche quella di non divorarlo. Quella rispose che essa odiava tutti i topi, e il pipistrello, dichiarando che non era un topo bensì un uccello, se la cavò di nuovo. Ecco come fu che, con un cambiamento di nome, il pipistrello riuscì a sfuggire due volte alla morte.
La favola mostra che non bisogna ricorrere sempre agli stessi espedienti, ma riflettere come si possa sottrarsi ai pericoli adattandosi alle circostanze
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Fedro
- Visite: 4
Era scoppiata la guerra tra i topi e le donnole. I topi che venivano sempre sconfitti, fecero una riunione tutti insieme e conclusero che la causa dei loro insuccessi era la mancanza di un capo. Di conseguenza, dopo aver scelto alcuni di loro, per alzata di mano li nominarono strateghi. Costoro, per distinguersi dagli altri, fabbricarono delle corna e se le applicarono. Ma, quando divampò la battaglia, i topi, sbaragliati in massa, cercarono rifugio nei buchi e, mentre tutti gli altri vi si insinuarono facilmente, i capi non riuscirono a infilarsi per colpa delle corna. E così vennero catturati e divorati. Nello stesso modo la vanagloria è per molti fonte di guai”.