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Olim Pavo ad Iunonem venit, dolens quod luscinii cantus sibi non tribuerat: "Luscinius est cunctis avibus admirabilis, ipse contra derideor simul ac vocem emitto". Tunc consolandi gratia dixit dea: "Sed forma vincis et magnitudine: nitor smaragdi in collo tuo praefulget et pictis plumis gemmeam caudam explicas". "Quo - inquit - fata mihi dederunt mutam speciem, si vincor sono?" Respondit dea: "Fatorum arbitrio partes vobis datae sunt: tibi forma, vires aquilae, luscinio melos, augurium corvo, laeva omina cornici. Omnesque propriis dotibus contentae sunt. Noli adfectare quod tibi datum non est, ne delusa spes ad querelam recidat".
Traduzione
Una volta un pavone andò da Giunone, lamentandosi che non gli avesse attribuito il canto dell'usignolo: "L’usignolo è ammirevole per tutti gli uccelli, io invece vengo deriso non appena tiro fuori la voce!" Allora la dea, per consolare (l'usignolo), disse: "Ma tu (lo) superi in bellezza e in grandezza; lo splendore dello smeraldo rifulge sul tuo collo, e dispieghi con le piume variopinte una coda tempestata di gemme". "A che scopo", disse, "il destino mi ha dato una muta bellezza, se sono inferiore nel canto?" La dea rispose: "Le parti vi sono state assegnate ad arbitrio del fato: a te la bellezza, la forza1 all'aquila, all'usignolo la melodiosità, la profezia al corvo, i presagi sfavorevoli alla cornacchia. E tutti sono contenti delle proprie doti. Non pretendere quello che non ti è stato dato, perché la speranza delusa non ritorni in lamento".
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Duo cum incidissent in latronem milites, unus profugit, alter autem restitit et vindicavit sese forti dextera. Latrone excusso timidus accurrit comes stringitque gladium, dein reiecta paenula"Cedo" inquit "illum; iam curabo sentiat quos attemptarit. " Tunc qui depugnaverat: "Vellem istis verbis saltem adiuvisses modo; constantior fuissem vera existimans. Nunc conde ferrum et linguam pariter futilem. Ut possis alios ignorantes fallere, ego, qui sum expertus quantis fugias viribus, scio quam virtuti non sit credendum tuae. " Illi adsignari debet haec narratio, qui re secunda fortis est, dubia fugax.
Due soldati imbattutisi in un bandito, uno fuggì, l'altro però si fermò e si vendicò con la sua forte destra. Abbattuto il bandito, il compagno accorre timido stringe la spada, poi gettata dietro la mantellina: "Dallo qua, disse; ormai baderò che capisca chi abbia attentato. " Allora chi aveva lottato: "Avrei voluto che avessi aiutato almeno con codeste parole; sarei stato più sicuro pensandole vere. Ora nascondi il ferro e la lingua similmente futile. Che tu possa ingannare altri che non sanno, io, che ho sperimentato con qunte grando forze tu fugga,
so quanto non sia da credere al tuo valore. " Questo racconto deve essere asseganto a colui,
che è forte in una cosa favorevole, nella dubbia fuggitivo
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Una volta un porcellino si intrufolò in un gregge di pecore e si mise a pascolare con loro. Il pastore, vedendo il prcellino, lo prese e allora il porcellino iniziò a urlare e a dimenarsi. Le pecore, sentendo le sue forti grida, lo rimprovarerono dicendo: "perchè urli? noi non urliamo mai anche se li pastore ci prende spesso. " Ma il porcellino disse; : "Il pastore (vi) prende per la lana o per il latte, ma (prende) me per la mia carne. La favola dimostra che hanno ragione di coloro che corrono il pericolo di perdere la vita e non coloro che (corrono il pericolo di perdere) i propri averi.
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Olim rusticus urbanum murem mus paupere fertur accepisse cavo, veterem vetus hospes amicum asper et attentus quaesitis, ut tamen artum solveret hospitiis animum. Quid multa? Neque ille sepositi ciceris nec longae invidit avenae; aridum et ore ferens acinum semesaque lardi frusta dedit, cupiens varia fastidia cena vincere tangentis male singula dente superbo, cum pater ipse domus, palea porrectus in horna, esset ador loliumque, dapis meliora reliquens. Tandem urbanus ad hunc: “Quid te iuvat, inquit, amice, praerupti nemoris patientem vivere dorso? Vis tu homines urbemque feris praeponere silvis? Carpe viam, mihi crede, comes, terrestria quando mortales animas vivunt sortita, neque ulla est aut magno aut parvo leti fuga: quo bone, circa, dum licet, in rebus iucundis vive beatus, vive memor quam sis aevi breis. “Haec ubi dicta agrestem pepulerre, domo levis exsilit; inde ambo propositum peragunt iter, urbis aventes moenia nocturni subrepere.
Si racconta che una volta un topo di campagna ospitò nella sua povera tana un topo di città, da vecchio ospite che accoglieva un vecchio amico, duro e attento alle cose guadagnate, che tuttavia scioglieva il suo animo gretto all’ospitalità. Perchè dire di più? E quello non lesinò né i ceci scelti né l’avena dalle lunghe spighe; e portandoli in bocca gli diede chicco d’uva secco e pezzetti di lardo mezzo rosicchiati, desiderando vincere con una cena varia la riluttanza dell’ospite che a mala pena assaggiava le singole vivande con dente schizzinoso, mentre lo stesso padrone di casa mangiava sdraiato sulla paglia nuova il farro e il loglio, lasciando il meglio delle vivande. Alla fine il topo di città gli domandò: ”Che gusto trovi, o amico, a vivere sopportando la povertà sulle pendici di questo bosco scosceso? Vuoi anteporre alle foreste inospitali uomini e città? Dammi retta, mettiti in cammino con me, amico, visto che le creature terrestri vivono avendo avuto in sorte anima mortale e che non c’è alcuna via di scampo alla morte, per il piccolo o per il grande: perciò, mio caro, finché è possibile, vivi felice tra le cose piacevoli, vivi memore di quanto tu sia di vita breve. Allorchè queste parole colpirono il topo di campagna, egli balzò fuori lesto dalla tana; quindi entrambi intrapresero il cammino deciso, desiderando insinuarsi nottetempo nelle mura della città.
Altra stesura favola originale
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Contro i potenti nessuno è protetto a sufficienza; se poi si aggiunge un consigliere malefico, va in rovina tutto ciò che forza e perversità attaccano. L'aquila portò in alto una tartaruga. Ma questa aveva nascosto il corpo nella sua casa di corno e così rintanata non poteva essere lesa in alcun modo. Giunge, fendendo l'aria, la cornacchia, e volandole accanto, dice: «È certo una preda bella grassa quella che hai arraffato con gli artigli; ma se non ti mostrerò che cosa devi fare, ti stancherà inutilmente con il suo notevole peso». Avuta la promessa di una parte, consiglia di rompere su una roccia la dura corazza, lasciandola cadere dall'alto del cielo; dopo averla così fracassata, avrebbe potuto cibarsi facilmente. Persuasa da queste parole, l'aquila seguì i consigli e divise generosamente il pasto con la sua maestra. Così quella che era stata protetta dal dono di natura, impari contro due, perì miseramente.