- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Qui potuit igitur divinius et utilitates conplecti maritimas Romulus et vitia vitare, quam quod urbem perennis amnis et aequabilis et in mare late influentis posuit in ripa? quo posset urbs et accipere a mari quo egeret, et reddere quo redundaret, eodemque ut flumine res ad victum cultumque maxime necessarias non solum mari absorberet, sed etiam invectas acciperet ex terra, ut mihi iam tum divinasse ille videatur hanc urbem sedem aliquando et domum summo esse imperio praebituram; nam hanc rerum tantam potentiam non ferme facilius alia ulla in parte Italiae posita urbs tenere potuisset. Urbis autem ipsius nativa praesidia quis est tam neclegens qui non habeat animo notata planeque cognita? cuius is est tractus doctusque muri cum Romuli tum etiam reliquorum regum sapientia definitus, ex omni parte arduis praeruptisque montibus ut unus aditus, qui esset inter Esquilinum Quirinalemque montem, maximo aggere obiecto fossa cingeretur vastissima, atque ut ita munita arx circuitu arduo et quasi circumciso saxo niteretur, ut etiam in illa tempestate horribili Gallici adventus incolumis atque intacta permanserit. locumque delegit et fontibus abundantem et in regione pestilenti salubrem; colles enim sunt, qui cum perflantur ipsi tum adferunt umbram vallibus
E avrebbe forse Romolo potuto più divinamente assicurassi i vantaggi della città marittima ed evitarne, nello stesso tempo, le debolezze, di quel che fece quando pose la città sulla riva 'un fiume perenne e senza cascate e versantesi nel mare con una larga foce? E questo fece Perché la città potesse ricevere dal mare tutto quel che le bisognasse e rendere al mare tutto il sovrabbondante; e in modo che il fiume non solo servisse per l'importazione delle cose Necessarie alla vita e alla civiltà dal mare, ma ricevesse anche le cose trasportate per terra. Tanto é perfetta la cosa che io oso perfino credere che Romolo prevedesse già che questa città sarebbe stata un giorno la sede e il centro d'un immenso impero. Né nessun'altra parte d'Italia una città avrebbe potuto assurgere a tanta potenza. E a chi mai, per quanto superficiale, possono essere sfuggite e rimanere ignote le difese naturali della città stessa? Per la avvedutezza tanto di Romolo quanto degli altri re. la cinta delle mura, congiungendo da ogni parte alture impervie, fu tale che l'unico passaggio che s'apriva, fra L''Esquilino e il Quirinale, fosse sbarrato da un'enorme muraglia cinta da un vasto fossato, e che la nostra rocca, circondata da precipizi e quasi minacciosa per le sue rocce tagliate a picco, potesse rimanere incolume e intatta anche in un così orribile frangente come l'invasione gallica. E il luogo scelto abbondava anche di sorgenti ed era salubre in una regione malsana. Ci sono infatti colli che facilitano il ricambio dell'aria e, nello stesso tempo, recano l'ombra alle valli.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Tanta vis honesti, ut speciem utilitatis obscuret
Autore: Cicerone
Themistocles post victoriam eius belli quod cum Persis fuit dixit in contione se habere consilium rei publicae salutare sed id sciri non opus esse; postulavit ut aliquem populus daret quicum communicaret; datus est Aristides. Huic ille classem Lacedaemoniorum quae subducta esset ad Gytheum clam incendi posse quo facto frangi Lacedaemoniorum opes necesse esset. Quod Aristides cum audisset in contionem magna exspectatione venit dixitque perutile esse consilium quod Themistocles adferret sed minime honestum. Itaque Athenienses quod honestum non esset id ne utile quidem putaverunt totamque eam rem quam ne audierant quidem auctore Aristide repudiaverunt
Temistocle dopo la vittoria nella guerra contro i Persiani disse nell'assemblea di avere un consiglio salutare per lo Stato ma che non era opportuno venisse conosciuto: chiese che il popolo gli desse qualcuno da rendere partecipe di tale consiglio: venne designato Aristide. Egli gli disse che si poteva incendiare di nascosto la flotta spartana all'ancora a Giteo cosa che avrebbe inevitabilmente infranto le risorse degli Spartani. Dopo che Aristide ebbe udito ciò si recò nell'assemblea tra l'aspettazione generale e disse che il consiglio di Temistocle era utilissimo ma per nulla onesto. Così gli Ateniesi non ritennero neanche utile ciò che non era onesto e dietro consiglio di Aristide rifiutarono un progetto che neppure conoscevano.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 5
Exposui fere non philosophorum iudicia, sed delirantium somnia. Nec enim multo absurdiora sunt ea, quae poetarum vocibus fusa ipsa suavitate nocuerunt, qui et ira inflammatos et libidine furentis induxerunt deos feceruntque, ut eorum bella, proelia, pugnas, vulnera videremus, odia, praeterea discidia, discordias, ortus, interitus, querellas, lamentationes, effusas in omni intemperantia libidines, adulteria, vincula, cum humano genere concubitus mortalisque ex inmortali procreatos Cum poetarum autem errore coniungere licet portenta magorum Aegyptiorumque in eodem genere dementiam, tum etiam vulgi opiniones, quae in maxima inconstantia, veritatis ignoratione versantur. Ea qui consideret, quam inconsulte ac temere dicantur, venerari Epicurum et in eorum ipsorum numero, de quibus haec quaestio est, habere debeat. Solus enim vidit primum esse deos, quod in omnium animis eorum notionem inpressisset ipsa natura
Quelle che ho esposto sono più farneticazioni di uomini in preda al delirio che meditate conclusioni di pensatori. Non molto più assurdi sono, del resto, i racconti diffusi dalla voce dei poeti il cui deleterio effetto fu vieppiù accentuato dal fascino insito nello stesso linguaggio poetico. Sono essi che ci hanno rappresentato gli dèi infiammati dall'ira e sconvolti dalla passione, che ci hanno fatto assistere alle loro guerre, ai loro combattimenti, alle loro lotte, ai loro ferimenti, che ce ne hanno descritti persino gli odi, le inimicizie e le discordie, le nascite e le morti, i lamenti e le recriminazioni, le passioni aperte ad ogni eccesso, gli adulteri e gli imprigionamenti, l'unione con esseri mortali e la conseguente nascita di esseri mortali da un immortale. Sullo stesso piano vanno poste le portentose dottrine dei magi e le insulsaggini degli Egiziani nonché le opinioni del volgo che, ignorando la verità, si dibatte in tutta una serie di incoerenti ed inconsistenti credenze. Chi ben considerasse con quanta leggerezza e con quanta sconsideratezza si sostengono dottrine del genere, dovrebbe mettere Epicuro nel novero di quegli esseri dei quali ci stiamo ora occupando. Egli solo vide, per la prima volta, che gli dèi esistono, poiché è stata proprio la natura ad imprimere nella mente di ogni uomo la nozione degli dèi
Un buon oratore è preferibile a un buon comandante - Versione di latino di Cicerone dal libro Tandem
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Testo latino Plus dignitatis attulit populo Romano ille qui genuit in hac urbe dicendi copiam ("l'eloquenza"), quam illi qui Ligurum castella expugnaverunt: ex quibus multi sunt, ut scitis, triumphi. Verum quidem si audire ("prestare attenzione") volumus, multo magnus orator praestat minutis imperatoribus. "At prodest plus imperator. " Quis negat? Sed tamen malim ("preferireri") mihi L. Crassi unam pro M'. Curio dictionem quam castellanos triumphos duo. "At plus interfuit rei publicae castellum capi Ligurum, quam bene defendi causam M'. Curi". Credo; sed Atheniensium quoque plus interfuit firma tecta in domiciliis habere, quam Minervae signum ex ebore pulcherrimum; tamne ego me Phidiam esse mallem ("preferirei") quam vel optimum ("per quanto eccellente") fabrum tignuarium. Quare ponderandum est ("bisogna valutare") non quantum quisque prosit, sed quanti quisque sit; praesertim cum pauci pingere egregie possint aut fingere, operarii autem aut baiuli deesse non possint.
Egli Apportò più prestigio al popolo romano chi dette vita all'eloquenza nell'urbe di quelli che espugnarono i castelli dei liguri tra i quali molti, come sapete sono trionfi. Se invero volessimo ascoltare la verità un grande oratore è superiore di molto a condottieri di poco valore. Ma un comandante è più utile. Chi lo nega? Ma nondimeno preferirei, per me, una orazione di L. Crasso in difesa di M. Curio che due trionfi sugli abitanti dei castelli liguri. Ma è di maggior interesse per lo Stato che venga preso un castello dei Liguri che non l'essere ben difesa la causa di M. Curio. Lo credo; ma anche avere tetti solidi sulla casa è di maggior interesse per gli Ateniesi di quanto lo sia la bellissima statua di avorio di Minerva, nondimeno io preferirei essere Fidia che un carpentiere per quanto eccellente. Per la qual cosa bisogna valutare non quanto uno si di giovamento ma di qual valore egli sia; soprattutto poiché possono dipingere o scolpire egragiamente ma non possono mancare invece operai o facchini.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Ad Familiares, XIV, 4 Ego minus saepe do ad vos litteras, quam possum, propterea quod cum omnia mihi tempora sunt misera, tum vero, cum aut scribo ad vos aut vestras lego, conficior lacrimis sic, ut ferre non possim. Quod utinam minus vitae cupidi fuissemus! certe nihil aut non multum in vita mali vidissemus. Quod si nos ad aliquam alicuius commodi aliquando recuperandi spem fortuna reservavit, minus est erratum a nobis; si haec mala fixa sunt, ego vero te quam primum, mea vita, cupio videre et in tuo complexu emori, quoniam neque di, quos tu castissime coluisti, neque homines, quibus ego semper servivi, nobis gratiam rettulerunt. Nos Brundisii apud M. Laenium Flaccum dies XIII fuimus, virum optimum, qui periculum fortunarum et capitis sui prae mea salute neglexit neque legis improbissimae poena deductus est, quo minus hospitii et amicitiae ius officiumque praestaret: huic utinam aliquando gratiam referre possimus! habebimus quidem semper. Brundisio profecti sumus a. d. II K. Mai. : per Macedoniam Cyzicum petebamus. O me perditum! O afflictum! Quid enim? Rogem te, ut venias? Mulierem aegram, et corpore et animo confectam. Non rogem? Sine te igitur sim? Opinor, sic agam: si est spes nostri reditus, eam confirmes et rem adiuves; sin, ut ego metuo, transactum est, quoquo modo potes ad me fac venias. Unum hoc scito: si te habebo, non mihi videbor plane perisse. Sed quid Tulliola mea fiet? iam id vos videte: mihi deest consilium. Sed certe, quoquo modo se res habebit, illius misellae et matrimonio et famae serviendum est. Quid? Cicero meus quid aget? iste vero sit in sinu semper et complexu meo. Non queo plura iam scribere: impedit maeror. Tu quid egeris, nescio: utrum aliquid teneas an, quod metuo, plane sis spoliata. Pisonem, ut scribis, spero fore semper nostrum. De familia liberanda nihil est quod te moveat: primum tuis ita promissum est, te facturam esse, ut quisque esset meritus; est autem in officio adhuc Orpheus, praeterea magno opere nemo; ceterorum servorum ea causa est, ut, si res a nobis abisset, liberti nostri essent, si obtinere potuissent, sin ad nos pertineret, servirent praeterquam oppido pauci. Sed haec minora sunt. Tu quod me hortaris, ut animo sim magno et spem habeam recuperandae salutis, id velim sit eiusmodi, ut recte sperare possimus. Nunc miser quando tuas iam litteras accipiam? quis ad me perferet? quas ego exspectassem Brundisii, si esset licitum per nautas, qui tempestatem praetermittere noluerunt. Quod reliquum est, sustenta te, mea Terentia, ut potes. Honestissime viximus, floruimus: non vitium nostrum, sed virtus nostra nos afflixit; peccatum est nullum, nisi quod non una animam cum ornamentis amisimus; sed, si hoc fuit liberis nostris gratius, nos vivere, cetera, quamquam ferenda non sunt, feramus. Atqui ego, qui te confirmo, ipse me non possum. Clodium Philetaerum, quod valetudine oculorum impediebatur, hominem fidelem, remisi. Sallustius officio vincit omnes. Pescennius est perbenevolus nobis, quem semper spero tui fore observantem. Sicca dixerat se mecum fore, sed Brundisio discessit. Cura, quoad potes, ut valeas et sic existimes, me vehementius tua miseria quam mea commoveri. Mea Terentia, fidissima atque optima uxor, et mea carissima filiola et spes reliqua nostra, Cicero, valete. Pr. K. Mai. Brundisio.
Vi scrivo meno di quanto potrei, perché, se ogni istante è miserabile per me, quando poi scrivo a voi o leggo le vostre lettere, allora mi struggo in lacrime, da non poter resistere. Oh, se avessi meno desiderato la vita! Non avrei certamente veduto alcuno o molti mali nella vita stessa. Se dunque la fortuna mi ha risparmiato per qualche speranza di ricuperare prima o poi un poco di felicità, il mio errore non è stato grande; ma se queste sventure sono definitive, desidero vederti al più presto, o vita mia, e fra le tue braccia morire, dal momento che né gli dei, da te purissimamente onorati, né gli uomini, da me sempre serviti, ci contraccambiarono. Sono rimasto a Brindisi, presso Marco Lenio Flacco, tredici giorni. Persona ottima, egli trascurò, per salvarmi, il rischio di perdere i bene e la testa, e non si lasciò dissuadere dalla pena che commina una legge iniquissima, dal compiere i sacri doveri dell'ospitalità e dell'amicizia. Magari un giorno possa io contraccambiargli il beneficio! La riconoscenza sarà comunque eterna. Partii da Brindisi il 30 aprile, diretto a Cizico attraverso la Macedonia. Sono un uomo rovinato, un uomo abbattuto! Come potrei chiederti di raggiungermi, donna malata e stremata nelle forze fisiche e morali? Non te lo chiederò? Rimarrò dunque senza di te? Penso di fare così: se esistono speranze di un mio ritorno, rafforzale e datti da fare in questo senso; se, come temo, la partita è chiusa, cerca di raggiungermi a qualsiasi costo. Questo solo sappi bene: se ti avrò con me, non mi sembrerà di aver perso tutto. Ma che avverrà della mia piccola Tullia? Vedete ormai voi, io non so che ben fare. In ogni caso, è certo che quella poverina deve tener conto sia del suo matrimonio che della sua reputazione. E poi, che farà il mio Cicerone? Egli sì vorrei fosse sempre sulle mie ginocchia, fra le mie braccia. Non posso scrivere oltre, a questo punto; me lo impedisce lo sconforto. Cosa tu faccia lo ignoro, se possiedi qualcosa o, come temo, sia stata spogliata di tutto Pisone, come scrivi, spero sarà sempre dei nostri. Quanto alla liberazione degli schiavi, non c'è motivo di preoccuparti. Anzitutto ai tuoi fu promesso che avresti agito verso ciascuno secondo i suoi meriti, e ligio al suo dovere è tuttora Orfeo, nessun altro assolutamente. Quanto ai rimanenti servi, la cosa sta così: che se ci fossero alienati, divengano nostri liberti, qualora possano ottenerlo; se dipendessero ancora da noi, ci servano, a eccezione di pochissimi. Ma queste sono faccende di minor conto. Quanto alle tue esortazioni di confidare e sperare di riprender vita, vorrei fosse cosa in cui potessimo sperare legittimamente. Ora, infelice, quando più riceverò una tua lettera? Chi me la porterà? L'avrei aspettata a Brindisi, se non l'avessero permesso i marinai, mentre non vollero lasciarsi sfuggire il bel tempo. Per il resto, vivi, o mia Terenzia, col medesimo decoro, come puoi fare. Siamo vissuti floridamente, fummo abbattuti non da una colpa, ma da un merito: nessuna colpa abbiamo commesso, tranne quella di non aver abbandonato la vita insieme ai suoi ornamenti. Ma se fu più gradevole ai nostri figli che noi vivessimo, sopportiamo tutto il resto, per quanto sia insopportabile! Eppure io, che cerco di farti coraggio, non posso darne a me stesso. Ho rimandato indietro Clodio Filetero, elemento fedele, perché angustiato dal male agli occhi. Sallustio supera tutti in zelo; Pescennio è devotissimo a me, e spero sarà sempre riguardoso verso di te. Sicca mi aveva promesso di stare con me, ma poi è partito da Brindisi. Cerca, come puoi, di star sana e, credi che io mi turbo più per la tua infelicità che per la mia. Terenzia mia, fedelissima e ottima moglie, e mia carissima figliola, e tu, speranza mia superstite, Cicerone, state bene. Da Brindisi il 30 aprile.