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Quam ob rem id primum videamus, si placet, quatenus amor in amicitia progredi debeat. Numne, si Coriolanus habuit amicos, ferre contra patriam arma illi cum Coriolano debuerunt?...
Perciò vediamo innanzitutto, se vi piace, fino a che punto debba spingersi l'amore nell'amicizia. Forse che, se Coriolano ebbe degli amici, quelli dovettero prendere le armi con Coriolano contro la patria? Vedevo Tiberio Gracco, mentre tormentava lo Stato, abbandonato da Q. Tuberone e da amici coetanei. Ma C. Blocco Cumano, quando venne da me a pregarmi di perdonarlo, adduceva questa scusa, che egli aveva tanto stimato Tiberio Gracco da reputare di dover fare qualsiasi cosa egli volesse. Allora io: "Anche se voleva che tu dessi fuoco al Campidoglio?" "Mai avrebbe voluto ciò - disse - ma se l'avesse voluto avrei obbedito". Sentite che parole scellerate! Non c'è alcuna giustificazione di una colpa, se hai sbagliato a causa di un amico; se infatti è stata la tua fede nella virtù la conciliatrice dell'amicizia è difficile mantenere l'amicizia se ti allontani dalla virtù. Se decidessimo che è giusto concedere agli amici qualsiasi cosa vogliono, o ottenere da loro qualsiasi cosa vogliamo, dovremmo essere dei saggi provetti per riuscirvi senza inconvenienti.
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Ego vero, Servi, vellem, ut scribis, in meo gravissimo casu affuisses; quantum enim praesens me adiuvare potueris et consolando et prope aeque dolendo, facile ex eo intelligo, quod litteris lectis aliquantum acquievi, nam et ea scripsisti, quae levare luctum possent, et in me consolando non mediocrem ipse animi dolorem adhibuisti: Servius tamen tuus omnibus officiis, quae illi tempori tribui potuerunt, declaravit et quanti ipse me faceret et quam suum talem erga me animum tibi gratum putaret fore; cuius officia iucundiora scilicet saepe mihi fuerunt, numquam tamen gratiora. Me autem non oratio tua solum et societas paene aegritudinis, sed etiam auctoritas consolatur; turpe enim esse existimo me non ita ferre casum meum, ut tu, tali sapientia praeditus, ferendum putas; sed opprimor interdum et vix resisto dolori, quod ea me solatia deficiunt, quae ceteris, quorum mihi exempla propono, simili in fortuna non defuerunt: nam et Q. Maximus, qui filium consularem, clarum virum et magnis rebus gestis, amisit, et L. Paullus, qui duo septem diebus, et vester Gallus et M. Cato, qui summo ingenio, summa virtute filium perdidit, iis temporibus fuerunt, ut eorum luctum ipsorum dignitas consolaretur ea, quam ex re publica consequebantur; mihi autem amissis ornamentis iis, quae ipse commemoras quaeque eram maximis laboribus adeptus, unum manebat illud solatium, quod ereptum est: non amicorum negotiis, non rei publicae procuratione impediebantur cogitationes meae, nihil in foro agere libebat, aspicere curiam non poteram, existimabam, id quod erat, omnes me et industriae meae fructus et fortunae perdidisse: sed, cum cogitarem haec mihi tecum et cum quibusdam esse communia, et cum frangerem iam ipse me et cogerem illa ferre toleranter, habebam, quo confugerem, ubi conquiescerem, cuius in sermone et suavitate omnes curas doloresque deponerem: nunc autem hoc tam gravi vulnere etiam illa, quae consanuisse videbantur, recrudescunt; non enim, ut tum me a re publica maestum domus excipiebat, quae levaret, sic nunc domo maerens ad rem publicam confugere possum, ut in eius bonis acquiescam. Itaque et domo absum et foro, quod nec eum dolorem, quem ad re publica capio, domus iam consolari potest nec domesticum res publica. Quo magis te exspecto teque videre quam primum cupio— maior enim levatio mihi afferri nulla potest quam coniunctio consuetudinis sermonumque nostrorum—; quamquam sperabam tuum adventum—sic enim audiebam— appropinquare. Ego autem cum multis de causis te exopto quam primum videre, tum etiam, ut ante commentemur inter nos, qua ratione nobis traducendum sit hoc tempus, quod est totum ad unius voluntatem accommodandum et prudentis et liberalis et, ut perspexisse videor, nec a me alieni et tibi amicissimi; quod cum ita sit, magnae tamen est deliberationis, quae ratio sit ineunda nobis non agendi aliquid, sed illius concessu et beneficio quiescendi. Vale.
CICERONE A SERVIO SULPICIO
E vero, Servio, vorrei - come mi scrivi tu - che mi fossi stato vicino nella gravissima mia sventura. Quanto infatti avresti potuto aiutarmi con la tua presenza, al tempo stesso consolandomi e soffrendo - posso dirlo - come io soffrivo, lo capisco facilmente anche solo dal fatto che, letta la tua lettera, ho provato un qualche sollievo. Hai scritto parole che realmente potrebbero rasciugare il pianto e nelle tue parole di conforto hai dimostrato tu stesso di avere il cuore non poco afflitto. Il tuo figliolo Servio, tuttavia, con tutte le premure che potevano offrirsi in quella circostanza, ha dimostrato insieme di avere per me una grande considerazione e di sapere quanto questi gesti di simpatia nei miei confronti sarebbero stati graditi a te: le sue premure, perciò, che sempre mi sono state care, mai mi hanno fatto piacere più grande. Mi confortano poi non solamente il tuo discorso e quella che può definirsi una reale partecipazione al mio tormento, ma altresì la forza di suggestione che spira nel tuo parlare: credo davvero una vergogna non sopportare il mio lutto nel modo che tu, così ricco di vera umanità, ritieni che invece vada sopportato. Ma talvolta il cuore mi si stringe e mi pare quasi di non resistere al dolore. Mancano a me quelle consolazioni a cui invece altri - che propongo a me stesso come esempi di dignità - colpiti da simile destino poterono fare ricorso.
E infatti, sia Q. Fabio Massimo il Temporeggiatore, che perse un figlio di rango consolare, al culmine di una gloriosa carriera; sia L. Emilio Paolo il vincitore di Pidua, che nel giro di sette giorni ne perse due; sia il vostro avo Sulpicio Gallo, sia Marco Catone il Censore, a cui scomparve un figlio dalle virtù eccelse e di grande rigore morale, vissero in tempi tali che la loro disgrazia poté trovare ideale compenso nella posizione onorevole che occupavano in seno allo stato. A me invece, privato di quelle distinzioni che tu stesso rievochi e che mi ero conquistato a prezzo di molto sudore, conforto unico ai mali restava quello che mi è stato strappato. Non c'erano le relazioni con gli amici, non c'era l'impegno della vita politica a impedire che ripiombassi nei pensieri più cupi; non c'era il gusto della mia attività professionale; la vista della sede del senato mi era intollerabile: ero convinto di aver perduto tutti i frutti del mio lavoro e dei miei successi. Ma quando riflettevo che dividevo la mia desolazione con te e con qualche altro, quando cercavo di strapparmi alla mia apatia e mi costringevo a farmi una ragione di tutto ciò, avevo dove rifugiarmi e dove trovare pace, avevo una persona che mi permetteva di deporre nella sua affettuosa conversazione tutte le mie tristezze e le mie malinconie. E ora, a causa di questa ferita così crudele, anche le piaghe che parevano cicatrizzate riprendono a sanguinare. Non come allora, quando le accoglienti pareti della mia casa erano rimedio sicuro alle delusioni politiche, posso ora viceversa lasciare tra esse il mio dolore e cercare rifugio e distensione nella vista della felicità pubblica. Così mi sento estraneo tanto alla mia casa quanto al foro, giacché né la mia casa è in grado oramai di acquietare il dolore che mi provocano le condizioni della patria, né queste possono consolare il dolore privato.
Ecco perché con tanta ansia aspetto te e desidero vederti al più presto. Nessun maggiore sollievo potrà essermi arrecato della ripresa delle nostre abitudini e dei nostri colloqui di sempre: pensare che mi aspetto imminente il tuo ritorno - così ho sentito dire)! Alle molte ragioni poi che mi spingono a desiderarti vicino, aggiungo anche il bisogno di riflettere prima tra di noi sul comportamento da scegliere per trascorrere questo periodo, che è tutto quanto da confermare alla volontà di una sola persona: persona certo accorta, generosa, e, come mi pare di aver colto, non a me contraria e comunque a te amicissima. Stando così le cose, c'è però da meditare bene sulla linea di condotta da assumere, non già per riprendere una qualsiasi attività bensì invece per ottenere dalla sua benevolenza le garanzie di una vita serena.
Io davvero, Servio, vorrei, come scrivi, che tu fossi stato con me nella mia gravissima disgrazia. Quanto avresti potuto infatti aiutarmi con la tua presenza confortandomi e soffrendo quasi con me lo capisco facilmente dal fatto che ho trovato alquanto sollievo una volta lette le lettere. Infatti hai scritto parole tali da poter alleviare il mio lutto e consolandomi hai dimostrato tu stesso un grande dolore dell'animo. Tuttavia il tuo Servio dimostrò con tutte le premure che si poterono accordare in quel frangente quanto mi tenesse in considerazione e quanto pensava che ti sarebbe stata gradita una tale disposizione d\animo nei miei confronti. E le sue premure mi furono spesso certamente assai bene accette, tuttavia mai più gradite. Mi procurano conforto non solo le tue parole e la tua partecipazione al mio dolore, ma anche la tua autorevolezza. Ritengo infatti vergognoso che io non sopporti così la mia disgrazia come tu dotato di tale saggezza pensi che si debba sopportare. Ma sono talvolta oppresso e a stento resisto al dolore, poiché mi mancano quelle consolazioni che non mancarono in una simile circostanza ad altri, la cui condotta esemplare mi è presente. Infatti sia Quinto Massimo che perse il figlio ex console, uomo famoso anche per le grandi imprese, sia Lucio Paolo, che in sette giorni ne perse due, sia il vostro Gallo, sia Marco Catone, che perse un figlio di sommo ingegno e virtù vissero in tempi tale che il prestigio degli stessi consolò il loro dolore, cose che scaturivano dallo stato. Ma a me, perduti quegli onori che tu stesso menzioni e che avevo ottenuto grazie a grandissime fatiche, rimaneva quel solo conforto che mi è stato sottratto. Non ostacolavano il corso dei miei pensieri né gli affari degli amici né le cure dello stato, non mi piaceva fare niente nel foro, non potevo rivolgere l'attenzione alla curia, pensavo, cosa che effettivamente era, di aver perso tutti i vantaggi della mia attività e della sorte. Ma mentre pensavo di avere in comune queste cose con te e con alcuni e mentre mi dominavo da me stesso e mi costringevo a sopportarle con pazienza, avevo dove rifugiarmi, dove trovare riposo, qualcuno nella cui dolce conversazione riversare tutti gli affanni e i dolori. Ma ora per questa così profonda ferita anche tutte quelle che sembravano aver cominciato a risanarsi tornano a sanguinare. Infatti, come allora dalla vita pubblica accoglieva me triste una casa che mi offriva conforto, così ora da casa afflitto non posso rifugiarmi nello stato in modo da trovare pace nei suoi vantaggi. Pertanto sono distante da casa e dallo stato, poiché né la casa può ormai consolare quel dolore che ricevo dalla vita pubblica, né lo stato quello familiare. Tanto più ti aspetto e desidero vederti quanto prima. Nessun maggior sollievo mi si può arrecare che il vincolo della nostra amicizia e dei nostri discorsi; pertanto spero che il tuo arrivo si avvicini (così infatti sento dire). Ma io desidero vederti quanto prima sia per molte ragioni sia anche affinché riflettiamo prima tra noi in quale modo dobbiamo trascorrere questo periodo di tempo, cosa che è da conformare alla volontà di uno solo, saggio e liberale e, come mi pare d'aver visto chiaramente, senza ostilità nei miei riguardi e pieno di amicizia nei tuoi. Stando così le cose, tuttavia dobbiamo vagliare quale condotta adottare non per fare qualcosa, ma per stare tranquillo grazie al suo favore e alla sua benevolenza. Stammi bene.
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Omnia autem quae secundum naturam fiunt sunt habenda in bonis. Quid est autem tam secundum naturam quam senibus emori? Quod idem contingit adulescentibus adversante et repugnante natura. Itaque adulescentes mihi mori sic videntur, ut cum aquae multitudine flammae vis opprimitur, senes autem sic, ut cum sua sponte nulla adhibita vi consumptus ignis exstinguitur; et quasi poma ex arboribus, cruda si sunt, vix evelluntur, si matura et cocta, decidunt, sic vitam adulescentibus vis aufert, senibus maturitas; quae quidem mihi tam iucunda est, ut, quo propius ad mortem accedam, quasi terram videre videar aliquandoque in portum ex longa navigatione esse venturus.
Tutte le cose che avvengono secondo natura sono da considerarsi tra le cose buone. Che cos'è infatti così secondo natura come la morte dei vecchi? Ma questa stessa cosa capita ai giovani pur opponendosi e combattendo contro natura. Perciò mi sembra che i giovani muoiano così come la forza della fiamma è soffocata da una grande quantità d'acqua, mentre i vecchi (si consumano) di propria volontà, senza alcuna violenza, così come il fuoco una volta consumato si spegne. E come i frutti, se sono acerbi, a fatica sono strappati via dagli alberi, mentre se sono perfettamente maturi cadono, così la forza strappa via la vita ai giovani e l'età matura ai vecchi. E questa cosa mi è tanto gradita che, quanto più mi avvicino alla morte, mi sembra quasi di vedere la terra e di essere in procinto di giungere in porto dopo una lunga navigazione.
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Ego ne utilem quidem arbitror esse nobis futurarum rerum scientiam .... Certe igitur ignoratio futurorum malorum utilior est quam scientia
Io ritengo che la conoscenza del futuro non ci sia nemmeno utile. Quale sarebbe stata, infatti, la vita di Priamo, se avesse saputo da giovane quali vicende avrebbe provato in vecchiaia? Tralasciamo i miti, consideriamo i più recenti. Nell’opera «Sulla consolazione» raccolsi le morti più brutali dei cittadini più illustri della nostra città. Ebbene? Per non parlare dei predecessori, credi forse che a Marco Crasso sarebbe stato utile, quand’era al culmine della potenza e della ricchezza, sapere che, dopo l’uccisione del figlio Publio e la distruzione dell’esercito, sarebbe dovuto morire egli stesso, al di là dell’Eufrate, con infamia e disonore? O sei forse del parere che Gneo Pompeo si sarebbe rallegrato dei suoi tre consolati, dei tre trionfi, della gloria di imprese colossali, se avesse saputo che in Egitto, da solo, dopo aver perso l’esercito, sarebbe stato assassinato e che, in vero, dopo la sua morte ci sarebbero state conseguenze, che non riesco a riferire senza lacrime? Riteniamo, orbene, che Cesare, se avesse conosciuto tramite la divinazione che in quel senato, che lui stesso aveva occupato per la maggior parte con della sua fazione, nella curia Pompea, di fronte alla statua dello stesso Pompeo, mentre tanti suoi centurioni guardavano, sarebbe giaciuto, assassinato da cittadini celeberrimi, parte dei quali da lui ricoperti di ogni onore, così che al suo cadavere non si sarebbe accostato alcuno, non solo dei (propri) sostenitori, ma neppure dei (propri) servitori, con quale afflizione d’animo sarebbe vissuto? È certamente più utile, insomma, rimanere all’oscuro dei mali futuri che averne conoscenza.
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Est adulescentis maiores natu vereri exque iis deligere optimos et probatissimos, quorum consilio atque auctoritate nitatur; ineuntis enim aetatis inscitia senum constituenda et regenda prudentia est. Maxime autem haec aetas a libidinibus arcenda est exercendaque in labore patientiaque et animi et corporis, ut eorum et in bellicis et in civilibus officiis vigeat industria. Atque etiam cum relaxare animos et dare se iucunditati volent, caveant intemperantiam, meminerint verecundiae, quod erit facilius, si in eiusmodi quidem rebus maiores natu nolent interesse. Senibus autem labores corporis minuendi, exercitationes animi etiam augendae videntur, danda vero opera, ut et amicos et iuventutem et maxime rem publicam consilio et prudentia quam plurimum adiuvent. Nihil autem magis cavendum est senectuti quam ne languori se desidiaeque dedat; luxuria vero cum omni aetati turpis, tum senectuti foedissima est.
Le diverse età non hanno gli stessi doveri: altri sono i doveri dei giovani, altri quelli dei vecchi. A proposito di questa distinzione conviene perciò dire qualche cosa. E' dovere del giovane rispettare gli anziani, scegliendo tra essi i più specchiati e stimati, per appoggiarsi al loro autorevole consiglio; perché l'inesperienza giovanile ha bisogno di essere sorretta e guidata dalla saggezza dei vecchi. E soprattutto bisogna tener lontani i giovani dai piaceri sensuali, ed esercitarli nel tollerare le fatiche e i travagli dell'animo e del corpo, sì che possano adempiere con vigorosa energia i loro doveri militari e civili. E anche quando vorranno allentare lo spirito e abbandonarsi alla letizia, si guardino dall'intemperanza e si ricordino del pudore; cosa che riuscirà loro tanto più facile se non impediranno che a ricreazioni di tal genere assistano gli anziani. Quanto ai vecchi, essi dovranno diminuire le fatiche del corpo e aumentare gli esercizi della mente; e dovranno impegnarsi ad aiutare con consigli e saggezza quanto più è possibile gli amici, la gioventù e, soprattutto, la patria. D'altra parte, non c'è cosa da cui la vecchiaia debba più rifuggire che dall'abbandonarsi a una torpida inerzia; e la lussuria, se è brutta in ogni età, nella vecchiaia è suprema vergogna