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P. Considius, rei militaris peritus, in exercitu L. Sullae et postea in M. Crassi fuerat : is cum exploratoribus praemittitur. Prima luce, cum summus mons a Labieno teneretur, Caesar ab hostium castris non longius mille et quingentis passibus abesset neque, ut postea ex captivis comperit, aut eius adventus aut Lbiani cognitus esset, Considius ad eum accurrit, dicit montem ab hostibusteneri : id se a Gallicis armis atque insignibus cognovisse. Caesar suas copias in proximum collem ubducit, aciem instruit. Labienus, ut erat ei praeceptum a Caesare, in monte nostros exspectabat proelioque abstinebat. Multo denique die per exploratores Caesar cognovit et montem ab suis teneri et Hlvetios castra movisse et Considium timore perterritum esse : eum quod non viderat, pro viso sidi renuntiavisse. Eo die consueto intervallo hostes sequitur(6) et milia passuum tria ab eorum castris castra ponit.
Publio Considio, esperto di arti militari, era stato nell'esercito di L. Silla e dopo in (quello) di M. Crasso; egli è stato mandato con gli esploratori. Sul fare del giorno, poiché il monte più alto è stato occupato da Labieno, Cesare poiché era lontano non più di 1500 passi dall'accampamento dei nemici e, come dopo viene a sapere dai prigionieri, poiché non è stato conosciuto né dal suo arrivo né da Labieno, Consedio accorre da lui, dice che il monte era occupato dai nemici; ciò lo era venuto a sapere dalle truppe e dalle insegne galliche. Cesare ritirò le sue truppe sul colle più vicino, dispone l'esercito in ordine di battaglia. Labieno, come egli aveva il comando da Cesare, aspettava i nostri sul monte e si asteneva dalla battaglia. Dunque a giorno inoltrato venne a sapere attraverso gli esploratori che il monte era occupato dai suoi e gli Elvezi levavano il campo e Consedio era spaventato dal timore, egli ciò che non aveva visto, aveva riportato come da lui visto. Quel giorno insegue i nemici con la solita distanza e pone l'accampamento a 3000 passi dal loro accampamento.
versione da altri libri di testo
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Ea animi elatio, quae cernitur in periculis et laboribus, si iustitia vacat pugnatque non pro salute communi, sed pro suis commodis, in vitio est. Non modo enim id virtutis non est, sed est potius inmanitatis omnem humanitatem repellentis. Quocirca nemo, qui fortitudinis gloriam consecutus est insidiis et malitia, laudem est adeptus: nihil honestum esse potest quod iustitia vacat. Praeclarum igitur illud Platonis: «Non – inquit – solum scientia, quae est remota ab iustitia, calliditas potius quam sapientia est appellanda, verum etiam animus paratus ad periculum, si sua cupiditate, non utilitate communi impellitur, audaciae potius nomen habeat quam fortitudinis». Itaque viros fortes et magnanimos, eosdem bonos et simplices, veritatis amicos minimeque fallaces esse volumus. Sed illud odiosum est, quod in hac elatione et magnitudine animi facillime pertinacia et nimia cupiditas principatus innascitur.
Ma quella grandezza d'animo che si manifesta nei pericoli e nelle difficoltà, se manca di giustizia e combatte, non per il pubblico bene, ma per i suoi particolari interessi, è in colpa: perché l'egoismo non solo è estraneo alla virtù, ma piuttosto è proprio della brutalità, che esclude e respinge ogni gentilezza umana. Pertanto gli Stoici ben definiscono la fortezza, quando affermano che essa è quella virtù che combatte in difesa della giustizia. Nessuno, perciò, che abbia conseguito fama di fortezza con inganni e con malizia, ha mai ottenuto una vera gloria: non c'è onestà se non c'è giustizia. Bellissima, dunque, quella frase di Platone: " Non solo quel sapere, che è disgiunto da giustizia, va chiamato furfanteria piuttosto che sapienza, ma anche il coraggio che affronta i pericoli, se è mosso, non dal bene comune, ma da un suo personale interesse, abbia il nome di audacia piuttosto che di fortezza". Noi vogliamo pertanto che gli uomini forti e coraggiosi siano, nel medesimo tempo, buoni e schietti, amanti della verità e alieni da ogni impostura: qualità queste che scaturiscono dall'intima essenza della giustizia Ma è ben penoso vedere come in seno a questa elevatezza e grandezza d'animo nasca assai facilmente l'ostinazione e un'eccessiva bramosia di primato.
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Apud Graecos incredibilis consilii atque ingenii fuisse Themistocles Atheniensis dicitur. De quo mihi venit in mentem praeclarae illius vocis qua respondit, cum olim ad eum accessisset homo quidam, magna quidem doctrina sed magna etiam animi levitate, qui ei artem memoriae, quae in Graecia tum plurimi existimabatur, pollicitus est. Cum Themistocles quaesivisset quid utilitatis illa ars afferre posset, respondit ille doctor eam efficere ut homines, qui eam consecuti essent, omnia semper meminisse possent. Tunc ei respondit Themistocles: . Quantum sapientiae in his verbis!Quam acris ingenii fuit ille homo!Arbitrabatur enim multas esse vel iniurias vel contumelias, quarum oblivisci utilius homini esset, multasque etiam res adversas quarum reminisci pergrave est. Pluris enim a sapiente existimatur iniuriarum et rerum adversarum oblivio quam memoria, neque utilius interest veterum casuum, ut ait Vergilius poeta.
Presso i Greci (visse) Temistocle, l' ateniese, (che) a quanto si dice, ebbe incredibile buon senso ed intelligenza. Riguardo quest'uomo mi sovviene alla memoria quella risposta, rimasta molto famosa, ch'egli diede una volta, ad un tizio che - molto colto ma anche piuttosto banale - presentatosi gli promise (di erudirlo nella) l'arte della memoria, che a quel tempo, in Grecia, godeva di un grande prestigio. Quando Temistocle (lo) interrogò sull'utilità ricavabile da tale arte, quel maestro di sapienza (gli) rispose che quella (arte)] rendeva coloro che l'avessero seguita abili a ricordare ogni cosa, e in ogni momento. Al che Temistocle gli ribatté: "Mi faresti un piacere di gran lunga maggiore, se mi insegnassi a dimenticare, piuttosto che a ricordare, ciò che desidererei non ricordare". Che profondità di giudizio si celava in queste parole! Di quanto acuto ingegno fu dotato quell'uomo! Riteneva che molti sono gli oltraggi e i torti, che sarebbe più utile all'uomo dimenticare, e che inoltre molti sono gli affronti, il ricordare i quali è cosa molto gravosa. Il sapiente preferisce la dimenticanza degli oltraggi e delle offese, piuttosto che il ricordo, e che non porta alcuna utilità "rinnovare l'ineffabile dolore", come dice il poeta Virgilio.
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Cyrenaeus Theodorus, non ignobilis famae philosophus, maxime mirandus est. Cum eum Lysimachus rex capitis damnavisset et crucem minaretur: ''Ista -inquit- horribilia purpuratis tuis minitare. Theodori quidem nihil interest utrum humi an sublimis putescat''. Socrates, cum de animorum immortalitate disputavisset et iam moriendi tempus urgueret, rogatus a Critone quomodo sepeliri vellet, ''Multum operae meae -inquit- frustra consumpsi. Nam Critoni nostro non persuasi me hinc advolaturum neque mei quicquam in terra relicturum. Veruntamen, optime Crito, si mei aliquid adsequi potueris, sepelito ut tibi videbitur. Sed, mihi crede et tibi persuasum habe, nemo vestrum me, cum hinc excessero, consequetur''.
Teodoro Cireneo filosofo di chiara fama, si deve ammirare moltissimo si deve ammirare Teodoro cireneo, Dopo che il re Lisimaco lo aveva condannato a morte e minacciava di crociffiggerlo, disse: ''Minaccia queste cose orribili ai tuoi cortigiani (verbo all'imperativo). Certamente a Teodoro non interessa nulla di marcire in terra o in aria''. Socrate, mentre discuteva dell'immortalità delle anime e incalzando il tempo di morire, domandato da Critone in che modo volesse essere seppellito, disse: ''Ho consumato invano molto della mia opera. Infatti non sono riuscito a convincere il nostro Critone che me ne volerò via da qui e che non resterà in terra qualcosa di me. Ma tuttavia, ottimo Critone (Critone è vocativo), se tu potrai ottenere qualcosa di me, seppelliscimi come ti sembrerà opportuno. Ma credi a me e persuaditi, nessuno di voi mi raggiungerà, quando mi sarò allontanato da qui''.
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Fit obviam Clodio ante fundum eius, hora fere undecima aut non multo secus. Statim complures cum telis in hunc faciunt de loco superiore impetum; adversi raedarium occidunt. Cum autem hic de raeda, reiecta paenula, desiluisset seque acri animo defenderet, illi qui erant cum Clodio, gladiis eductis, partim recurrere ad raedam ut a tergo Milonem adorirentur, partim, quod hunc iam interfectum putarent, caedere incipiunt eius servos qui post erant; ex quibus qui animo fideli in dominum fuerunt, partim occisi sunt, partim, cum ad raedam pugnari viderent, domino succurrere prohiberentur, et Milonem occisum putarent, fecerunt id servi Milonis, nec imperante nec sciente nec praesente domino.
Milone si imbatte in Clodio davanti al suo podere, circa all'undicesima ora (cinque del pomeriggio) o non molto diversamente. Subito parecchi uomini lo assalgono (letteralm. fanno impeto contro di lui) con frecce da un luogo piu` alto; attaccando di fronte uccidono il vetturino. Dopo che questo, gettato indietro il mantello, fu saltato giu` dalla carrozza e mentre si difendeva con animo risoluto, quelli che erano con Clodio, estratte le spade, una parte iniziano a ritornare alla carrozza per assalire Milone alle spalle, una parte, poiche` reputavano questo gia` ucciso, iniziano a uccidere i suoi servi che erano dietro; di quelli, coloro che furono di animo fedele al signore, una parte furono uccisi, una parte, vedendo che si stava combattendo presso la carrozza, essendo impediti a venire in aiuto del signore, e ritenendo che Milone fosse stato ucciso, i servi di Milone fecero cio`, ne` comandandolo il signore, ne` conoscendolo, ne` essendo egli presente.