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Sed omne, quod est honestum, id quattuor partium oritur ex aliqua. Aut enim in perspicientia veri sollertiaque versatur aut in hominum societate tuenda tribuendoque suum cuique et rerum contractarum fide aut in animi excelsi atque invicti magnitudine ac robore aut in omnium, quae fiunt quaeque dicuntur ordine et modo, in quo inest modestia et temperantia. Quae quattuor quamquam inter se colligata atque implicata sunt, tamen ex singulis certa officiorum genera nascuntur, velut ex ea parte, quae prima discripta est, in qua sapientiam et prudentiam ponimus, inest indagatio atque inventio veri, eiusque virtutis hoc munus est proprium. Ut enim quisque maxime perspicit, quid in re quaque verissimum sit quique acutissime et celerrime potest et videre et explicare rationem, is prudentissimus et sapientissimus rite haberi solet. Quocirca huic quasi materia, quam tractet et in qua versetur, subiecta est veritas. Reliquis autem tribus virtutibus necessitates propositae sunt ad eas res parandas tuendasque, quibus actio vitae continetur, ut et societas hominum coniunctioque servetur et animi excellentia magnitudoque cum in augendis opibus utilitatibusque et sibi et suis comparandis, tum multo magis in his ipsis despiciendis eluceat. Ordo autem et constantia et moderatio et ea, quae sunt his similia, versantur in eo genere ad quod est adhibenda actio quaedam, non solum mentis agitatio. Is enim rebus, quae tractantur in vita, modum quendam et ordinem adhibentes, honestatem et decus conservabimus.
Eccoti, o Marco, figliuol mio, la forma ideale e, direi quasi, la sembianza pura dell'onesto, " quella che, se la si scorgesse coi nostri occhi, accenderebbe in noi", come dice Platone, " un meraviglioso amore per la sapienza". Ma ogni atto onesto scaturisce da una di queste quattro fonti: o consiste nell'accurata e attenta indagine del vero; o nella conservazione della società umana, dando a ciascuno il suo e rispettando lealmente i patti; o nella grandezza e saldezza d'uno spirito sublime e invitto; o, infine, nell'ordine e nella misura di tutti i nostri atti e di tutti i nostri detti; e in ciò consiste appunto la moderazione e la temperanza. E benché queste quattro virtù siano in stretta connessione tra loro, tuttavia da ciascuna di esse nasce un particolare tipo di dovere, come, per esempio, quella virtù che ho distinta per prima e in cui poniamo la sapienza e la saggezza, la quale comporta, come suo proprio e speciale compito, la ricerca e la scoperta della verità. Difatti, chi più si addentra con gli occhi della mente nella segreta verità delle cose; chi con più acume e con più prontezza può non solo penetrarne, ma anche spiegarne le intime ragioni, questi di solito è giustamente considerato il più prudente e il più saggio. Costui perciò ha in suo potere la verità, quasi come materia ch'egli debba trattare e di cui occuparsi. Le altre tre virtù hanno il compito di procurare e salvaguardare quelle cose da cui dipende la vita pratica, perché da un lato il legame sociale tra gli uomini si mantenga saldo, dall'altro l'eccellenza e la grandezza dell'animo risplenda in tutta la sua luce, non solo nell'accrescere potenza e vantaggi a sé e ai propri cari, ma anche, e molto più, nel disprezzar tali cose. Allo stesso modo, l'ordine, la coerenza, la moderazione e le altre simili virtù sono di natura tale che esigono non solo un'attività intellettuale, ma anche un'attività pratica. Se dunque alle operazioni della vita comune conferiamo una certa misura e un certo ordine, ecco, noi preserviamo ad un tempo l'onestà e la dignità.
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Tullio saluta la sua Terenzia e la sua Tullia
Autore: Cicerone
Tullus Terentiae et Tulliae suis
Ego minus saepe do ad vos litteras... filiola et spes relinqua nostra. Cicero, valete
Tullio saluta la sua Terenzia e la sua Tullia Io vi mando lettere meno spesso di quanto posso, per il fatto che, se tutti i momenti sono per me tristi, soprattutto quando scrivo a voi o leggo le vostre lettere mi sciolgo talmente in lacrime da non poter resistere. Oh se fossimo stati meno desiderosi di vivere! Certamente non avremmo visto in vita nulla di (tanto) male o non molto. Io mi trattenni a Brindisi per tredici giorni presso M. Lenio Fiacco, ottimo uomo, che per la mia salvezza trascurò il pericolo della sua (stessa) vita: volesse il cielo che un giorno potessimo rendere a costui la ricompensa!
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Ex iis litteris, quas Atticus a te missas mihi legit, quid ageres et ubi esses cognovi; quando autem te visuri essemus nihil sane ex iisdem litteris potui suspicari. In spem tamen venio adpropinquare tuum adventum: qui utinam mihi solacio sit! Etsi tot tantisque rebus urgemur , aut tu potes me aut ego te fortasse aliqua re iuvare. Scito enim me, postquam in urbem venerim, redisse cum veteribus amicis, id est cum libris nostris, in gratiam; etsi non idcirco eorum usum dimiseram quod iis suscenserem, sed quod eorum me sudpudebat. Videbar enim mihi, cum me in res turbulentissimas infidelissimis sociis demisissem, praeceptis illorum non satis paruisse. Ignoscunt mihi, revocant in consuetudinem pristinam, teque, quod in ea permanseris, sapientiorem quam me dicunt fuisse.
Da quelle lettere che, mandate da te, Attico mi ha letto, ho appreso cosa facevi e dove ti trovavi; quando, poi, ti avremmo visto, non potei certo supporlo dalle stesse lettere. Tuttavia nutro la speranza che sia vicino il tuo arrivo: voglia il cielo che esso mi sia di conforto! Sebbene siamo oppressi da tanti e tanto grandi fatti, tu puoi forse favorirmi, opuure io in qualche cosa te. Sappi, infatti, che, da quando sono arrivato a Roma, fatto pace con i vecchi amici, cioè con i nostri libri; per quanto avessi tralasciato il loro uso non per questa ragione, perché ero infuriato con loro, ma perché un poco me ne vergognavo. Infatti, mi parevai, poiché mi ero coinvolto in faccende moto agitate per compagni molto sleali, di non obbedire abbastanza agli insegnamenti di quelli. Mi perdonano, (e) richiamano all’antica dimestichezza, e dicono che fosti più assennato di me, perché restasti con essa.
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Cum illo vero quis neget actum esse praeclare? Nisi enim, quod ille minime putabat, immortalitatem optare vellet, quid non adeptus est quod homini fas esset optare? qui summam spem civium, quam de eo iam puero habuerant, continuo adulescens incredibili virtute superavit, qui consulatum petivit numquam, factus consul est bis, primum ante tempus, iterum sibi suo tempore, rei publicae paene sero, qui duabus urbibus eversis inimicissimis huic imperio non modo praesentia verum etiam futura bella delevit. Quid dicam de moribus facillimis, de pietate in matrem, liberalitate in sorores, bonitate in suos, iustitia in omnes? nota sunt vobis. Quam autem civitati carus fuerit, maerore funeris indicatum est. Quid igitur hunc paucorum annorum accessio iuvare potuisset? Senectus enim quamvis non sit gravis, ut memini Catonem anno ante quam est mortuus mecum et cum Scipione disserere, tamen aufert eam viriditatem in qua etiam nunc erat Scipio.
Ma a lui chi mai potrebbe dire che non gli sia andata nel migliore dei modi? A meno che infatti volesse desiderare l'immortalità, al che non pensava di certo, quale cosa non ottenne, che fosse lecito a un uomo desiderare? Egli che sùbito, giovinetto, con l'incredibile suo valore superò l'immensa speranza che i suoi concittadini avevano riposto in lui fin da fanciullo; egli che non si candidò mai al consolato, e fu fatto console due volte, la prima innanzi tempo, la seconda a suo tempo, quanto a lui, ma quanto alla repubblica, direi, troppo tardi; egli che, distrutte due Città nemicissime a questo impero nostro, spense non solamente le presenti guerre, ma anche le future. Che dirò dei suoi modi amabilissimi, della sua devozione verso la madre, delle sue liberalità verso le sorelle, della sua bontà verso i suoi, della sua giustizia verso tutti? Sono cose a voi note. Quanto poi fosse caro alla città, lo si poté giudicare dal dolore manifestato nei suoi funerali. Che cosa dunque gli avrebbe giovato l'aggiunta di altri pochi anni? La vecchiezza difatti, quantunque non sia greve, come io mi ricordo che Catone un anno prima di morire sostenne con me e con Scipione tuttavia toglie quel fresco vigore in cui Scipione era ancora.
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Ego autem tibi, Piso, assentior usu hoc venire, ut acrius aliquanto et attentius de claris viris locorum admonitu cogitemus. Scis enim me quodam tempore Metapontum venisse tecum neque ad hospitem ante devertisse, quam Pythagorae ipsum illum locum, ubi vitam ediderat, sedemque viderim. Hoc autem tempore, etsi multa in omni parte Athenarum sunt in ipsis locis indicia summorum virorum, tamen ego illa moveor exhedra. Modo enim fuit Carneadis, quem videre videor - est, enim nota imago -, a sedeque ipsa tanta ingenii, magnitudine orbata desiderari illam vocem puto. Tum Piso: Quoniam igitur aliquid omnes, quid Lucius noster? inquit. An eum locum libenter invisit, ubi Demosthenes et Aeschines inter se decertare soliti sunt? Suo enim quisque studio maxime ducitur. Et ille, cum erubuisset: Noli, inquit, ex me quaerere, qui in Phalericum etiam descenderim, quo in loco ad fluctum alunt declamare solitum Demosthenem, ut fremitum assuesceret voce vincere. Modo etiam paulum ad dexteram de via declinavi, ut ad Pericli sepulcrum accederem. Quamquam id quidem, infinitum est in hac urbe; quacumque enim ingredimur, in aliqua historia vestigium ponimus.
Io poi sono d’accordo con te, Pisone, che ci succede di pensare alquanto più intensamente ed attentamente ai personaggi illustri per il ricordo suscitato dai luoghi. Tu sai infatti che tempo addietro son venuto con te a Metaponto, e non sono andato ad alloggiare dal(mio) ospite prima che abbia visitato quello stesso luogo di Pitagora dove era morto ed aveva avuto la sua dimora. Inoltre in questo tempo, anche se ci sono molte tracce in ogni parte di Atene e negli stessi luoghi di persone eccelse, tuttavia mi commuove quella sala di riunione. Poco tempo fa infatti essa fu di Carneade, che mi sembra di vederlo, infatti è noto il suo volto, e credo che quella voce sia desiderata proprio dallo stesso luogo, privato di tanta grandezza di ingegno. Allora Pisone: - Tutti dunque (hanno detto)qualche cosa: e il nostro Lucilio? Forse ha visitato volentieri il luogo dove Demostene ed Eschine sollevano competere a vicenda? Ciascuno infatti è soprattutto attratto dalle proprie inclinazioni. Ed egli essendo arrossito disse: - Non domandarlo a me che sono perfino sceso al porto Falero, in quel punto dove dicono che Demostene solleva declamare rivolto ai flutti per abituarsi a superare con la voce il mormorio del mare. Poco fa anche ho deviato un pò a destra della strada per avvicinarmi al sepolcro di Pericle. Per quanto, ciò capita infinite volte in questa città: dovunque passiamo, mettiamo il piede su qualche cosa di storico.