- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
At vero postea tot leges et proxumae quaeque duriores, tot rei, tot damnati, tantum bellum propter iudiciorum metum excitatum, tanta sublatis legibus et iudiciis expilatio direptioque sociorum, ut inbecillitate aliorum, non nostra virtute valeamus. Laudat Africanum Panaetius, quod fuerit abstinens. Quidni laudet? Sed in illo alia maiora; laus abstinentiae non hominis est solum, sed etiam temporum illorum. Omni Macedonum gaza, quae fuit maxima, potitus Paulus; tantum in aerarium pecuniae invexit, ut unius imperatoris praeda finem attulerit tributorum. At hic nihil domum suam intulit praeter memoriam nominis sempiternam. Imitatus patrem Africanus nihilo locupletior Carthagine eversa. Quid? qui eius collega fuit in censura, L. Mummius, num quid copiosior, cum copiosissimam urbem funditus sustulisset? Italiam ornare quam domum suam maluit; quamquam Italia ornata domus ipsa mihi videtur ornatior.
Ma dopo, in verità, tante furono le leggi e le più recenti anche più severe, tanti i colpevoli, tanti i condannati, tanto grave la guerra italica scoppiata per la paura dei processi, e tante le spoliazioni e le estorsioni degli alleati, essendo state abrogate le leggi ed i tribunali, che siamo salvi per la debolezza degli altri, non per il nostro valore. Panezio loda l'Africano per il fatto che fu disinteressato. Ma perché mai? In lui ci furono altre doti maggiori. La lode di integrità non è solo propria di quell'uomo, ma anche di quei tempi. Paolo s'impadronì di tutto il tesoro dei Macedoni, che era enorme, e versò nell'erario tanto denaro che il bottino di un solo generale permise di mettere fine alle tasse; ma egli non portò niente a casa sua, tranne il ricordo eterno del nome. L'Africano imitò il padre, e, abbattuta Cartagine, non fu per niente piu ricco. E che? Colui che fu suo collega nella pretura, Lucio Mummio, forse che diventò più ricco dopo aver distrutto sin dalle fondamenta una città ricchissima? Preferì abbellire l'Italia piuttosto che la sua casa; benché, abbellita l'Italia, la sua stessa casa mi sembra più ornata.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Admirabilitatem caelestium rerum atque terrestrium non intellegimus. Maris pulchritudo, species universi, multitudo et varietas insularum, amoenitas orarum ac litorum mira sunt. Multa sunt genera partim sublimarum, partim fluitantium et innatantium beluarum, partim ad saxa nativis testis inhaerentium. Mari finitimus aer terram imbribus fecundat, ventus efficit et annuas frigorum calorumque varietates, volatus alitum sustinet; sine aere animantium vita in terra non est. Cuncta autem aether circumfundit; aethera verbo Graeco altum aera appellamus. Sol et omnia astra in aethere sunt; solis magnitudo terrae magnitudinem magnopere superat; sol diem noctemque conficit; suo autem cursu et veris et aestatis et autumni et hiemis causa est. Natura rerum hominum admirationem movet; at omnia videmus atque obstupescimus, sed raro rerum causas inquirimus; ideo solis astrorumque motus et ceterarum rerum causas ignoramus
Non riusciamo a comprendere la grandezza stupefacente delle cose celesti e terrestri. La bellezza del mare, lo spettacolo dell'universo, la moltitudine e la varietà delle isole, l'amenità delle spiagge e dei litorali sono cose meravigliose. Molte sono le specie degli animali, alcuni dei quali volano, altri galleggiano e nuotano, altri coi gusci naturali stanno attaccati agli scogli. Il clima delle zone vicine al mare rende fertile la terra con le piogge, il vento determina le variazioni annuali di caldo e freddo, sostiene i voli degli uccelli; senza aria sulla terra non sarebbe possibile la vita degli esseri viventi. L'etere, poi, avvolge tutto quanto; chiamiamo l’aria degli strati più alti col termine greco, etere. Il sole e tutti gli astri stanno nell'etere: la grandezza del sole di gran lunga supera quella della terra; il sole determina il dì e la notte; col suo movimento è inoltre causa della primavera, dell'estate, dell'autunno e dell'inverno. La natura delle cose desta l'ammirazione degli uomini; eppure osserviamo tutto e di tutto ci stupiamo, ma raramente ci chiediamo le cause delle cose; perciò ignoriamo i movimenti del sole e degli astri e le cause di tutte le altre cose.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Est maritimis urbibus quaedam corruptela ac mutatio morum; admiscentur enim novis sermonibus ac disciplinis, et inportantur non merces solum adventiciae sed etiam mores, ut nihil possit in patriis institutis manere integrum. iam qui incolunt eas urbes, non haerent in suis sedibus, sed volucri semper spe et cogitatione rapiuntur a domo longius, atque etiam cum manent corpore, animo tamen exulant et vagantur. nec vero ulla res magis labefactatam diu et Carthaginem et Corinthum pervertit aliquando, quam hic error ac dissipatio civium, quod mercandi cupiditate et navigandi et agrorum et armorum cultum reliquerant. Cool multa etiam ad luxuriam invitamenta perniciosa civitatibus subpeditantur mari, quae vel capiuntur vel inportantur; atque habet etiam amoenitas ipsa vel sumptuosas vel desidiosas inlecebras multas cupiditatum.
Le citta di mare hanno anche facili costumi la corruzione e il mutamento di costumi sono mescolati infatti a nuove lingue e modi di vivere e sono introdotte non solo merci ma anche costumi stranieri, cosicché nulla può rimanere integro nelle tradizioni degli avi. Ormai coloro che abitano quelle città, non restano fissi nelle loro abitazioni, ma vengono sempre portati via alquanto lontano da casa da una effimera speranza e pensiero e anche quando vi rimangono nel corpo, tuttavia vivono in esilio con l’animo ed errano. In verità nessuna cosa distrusse Cartagine e Corinto, a lungo indebolite, più di questo errare e dispersione dei cittadini, poiché per il desiderio di trafficare e di navigare avevano lasciato il culto dei campi e delle armi. Sono anche procurate dal mare molte attrattive alla lussuria dannose per le città, le quali o sono prese o sono importate; e anche la stessa amenità possiese molti incitamenti di desideri o fastosi o oziosi
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 3
Romulus, patre Marte natus, cum Remo fratre dicitur ab Amulio, rege Albano, ob timorem infausti oraculi, apud Tiberim expositus esse. Quo in loco cum sustentatus esset silvestris beluae uberibus pastoresque eum sustulissent et in agresti cultu laboreque aluissent, perhibetur corporis viribus et animi ferocitate tantum ceteris praestisse ut omnes, qui tum eos agros incolebant, aequo animo libenterque illi parerent. Horum copiis cum se ducemj praebuisset, oppressisse Alba Longam, validam urbem et potentem temporibus illis, Amuliumque regem interemisse fertur. Qua gloria parta, urbem novam condere et firmare statuisse dicitur. Urbi suae autem locum oncredibili opportunitate delegit. Neque enim apud mare eam condidit: nam illius viri excellenti providentiae consilioque visi sunt non esse opportunissimi ad urbem pastorum situs maritimi. Maritimus enim et navalis hostis in maris litoribus adesse potest antequam venturus esse nuntietur, quia nullam navigationis peritiam pastores habent maritimis vigiliis tutari sciunt
Si narra che Romolo, nato dal padre Marte, sia stato esposto presso il Tevere con il fratello Remo da Amulio, re di Alba Longa, a causa della paura di un oracolo infato. Dopo che in questo luogo era stato nutrito dalle mammelle di un animale selvatico e dopo che (alcuni) pastori lo avevano allevato e fatto crescere nel modo di vita contadino e nel lavoro dei campi, si narra che superò gli altri nelle forze del corpo e nella fierezza dell'animo tanto che tutti coloro che allora coltivavano quei campi, si facevano guidare da lui di buon grado e volentieri. Si narra che, dopo essersi offerto come comandante di queste truppe, avesse schiacciato Alba Longa, valida e potente città in quei tempi, e avesse ucciso il re Amulio, . E acquistata questa gloria, si dice che avesse deciso di fondare e fortificare una nuova città. Invece scelse una posizione vantaggiosa alla sua città. E infatti non la fondò sul mare: infatti alla perspicacia e alla prudenza di quello straordinario uomo non sembrò che la posizione marittima fosse la più adatta per una città di pastori. Infatti un nemico che viene dal mare con una nave può anche essere presente sulla costa prima che venga riferito che sta per arrivare, poiché i pastori non hanno nessuna conoscenza della navigazione né sanno proteggersi con guardie marittime.
Altra versione
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Tanti maleficii crimen, cui tam insigne supplicium est constitutum, probare (=dimostrare) te, Eruci, censes posse talibus viris, si ne causam quidem maleficii protuleris? Utrum quid agatur an apud quos agatur non vides? agitur de parricidio, quod sine multis causis suscipi non potest; apud homines autem prudentissimos agitur qui intelligunt neminem ne minimum quidem maleficium sine causa admittere. non quaero abs te quare patrem Sex. Roscius occiderit, quaero quo modo occiderit. Ita quaero abs te, C. Eruci: quo modo patrem occidit? ipse percussit an aliis (eum) occidendum dedit? si ipsum arguis, Romae non fuit (=era); si per alios fecisse dicis, quaero: quos? Servosne an liberos? si liberos, quos homines? Indidemme Ameria an ex urbe sicarios? Si Ameria, qui sunt hi? Cur non nominantur? Si Roma, unde eos noverat Roscius, qui Romam multis annis non venit neque umquam plus triduo fuit? Ubi eos convenit? Quo modo iis persuasit? "Pretium dedit"; cui dedit? per quem dedit? Unde aut quantum dedit? Nonne his vestigiis ad caput (=origine) maleficii perveniri solet?
TRADUZIONE
Erucio, devi dimostrare un crimine così grande a quegli uomini illustri, al quale è seguito un supplizio straziante, in modo da poter comprendere il movente del delitto? Forse non vedi chi è quello che si occupa di questa cusa? Si tratta di parricidio, che non può essere stato compiuto senza un bel pò di validi motivi; anche da parte di uomini molto prudenti, che sanno comunque che non si può compiere un delitto senza movente. Non ti chiedo in che modo S. Roscio abbia ucciso il padre, ma ti chiedo come tu abbia ucciso il padre. E così, C. Erucio, ti chiedo: in che modo l'hai ucciso? L'hai percosso tu stesso o qualcun'altro? Se dimostri, sbagliando, la stessa cosa, non era a Roma, se affermi che è stato un altro, ti chiedo? Chi? I servi od i figli? Se sono stati i figli, con l'aiuto di chi? Uomini di Ameria o di Roma? Se di Ameria, chi sono? Perché non si hanno i nomi? Se sono di Roma, dove Roscio ne ha fatto conoscenza? Non viene a Roma da molti anni, e ci è rimasto per tre giorni. Dove potrebbero essersi incontrati? In che modo potrebbe averli persuasi? Gli ha dato un compenso, ma a chi? Perché glielo avrebbe dovuto dare? Forse che voleva non farsi riconoscere come il mandante del delitto?