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Ad nullam igitur earum rerum quae sensu accipiuntur divinatio adhibetur. Atqui ne in iis quidem rebus quae arte tractantur divinatione opus est. Etenim ad aegros non vates aut hariolos, sed medicos solemus adducere; nec vero qui fidibus aut tibiis uti volunt ab haruspicibus accipiunt earum tractationem, sed a musicis. Eadem in litteris ratio est reliquisque rebus, quarum est disciplina. Num censes eos, qui divinare dicuntur, posse rispondere, sol maiorne quam terra sit an tantus quantus videatur, lunaque suo lumine an solis utatur? sol, luna quem motum habeat? quem quinque stellae, quae errare dicuntur? Nec haec qui divini habentur profitentur se esse dicturos, nec eorum, quae in geometria describuntur, quae vera, quae falsa sint: sunt enim ea mathematicorum, non hariolorum.
Non c'è bisogno della divinazione, d'altronde nemmeno in ciò che è còmpito dell'attività intellettuale e pratica. Al capezzale dei malati non siamo soliti chiamare profeti o indovini, ma medici. Né quelli che vogliono imparare a suonare la cetra o il flauto ne apprendono la tecnica degli arùspici, ma dai musicisti. Lo stesso ragionamento vale per le lettere e per tutte le altre materie che sono oggetto d'insegnamento. Credi forse che quelli che hanno fama di essere indovini siano capaci di dire se il sole sia più grande della terra o tanto grande quanto lo vediamo, e se la luna risplenda di luce propria o riflessa dal sole? quale movimento abbiano il sole e la luna? quali le cinque stelle che chiamiamo erranti? Quegli stessi che son ritenuti indovini non presumono di saper dire queste cose, né di pronunciarsi sulla verità o falsità delle nozioni acquisite mediante figure geometriche: queste son cose di pertinenza dei matematici, non dei profeti
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Tradizioni familiari nella scelta della carriera di Cicerone
Autore: Cicerone
Versione da LATINA LECTIO Latina lectio pag 359 n 296
egna, imperia, nobilitatem, honores, divitiae, opes eaque, quae sunt his contraria, in casu sita temporibus gubernantur; ipsi autem gerere quam personam velimus, a nostra voluntate proficiscitur. Itaque se alii ad philosophiam, alii ad ius civile, alii ad eloquentiam applicant, ipsarumque virtutum in alia alius mavult excellere. Quorum vero patres aut maiores aliqua gloria praestiterunt, ii student plerumque eodem in genere laudis excellere, ut Q. Mucius P. f. In iure civili, Pauli filius Africanus in re militari. quidam autem ad eas laudes quas a patribus acceperunt, addunt aliquam suam, ut hic idem Africanus eloquentia cumulavit bellicam gloriam, quod idem fecit Timotheus, Cononis filius, qui cum belli laude non inferior fuisset quam pater, ad eam laudem doctrinae et ingenii gloriam adiecit. fit autem interdum, ut nonnulli omissa imitatione maiorum suum quoddam institutum consequantur, maximeque in eo plerumque elaborant ii, qui magna sibi proponunt obscuris orti maioribus.
I regni, i comandi, i vari gradi di nobiltò, gli onori, le ricchezze, la potenza, come anche i loro contrari, sono in balia del caso e dipendono dalle circostanze; ma quella parte che noi stessi vogliamo rappresentar nella vita, procede dalla nostra volontà. Ecco perché alcuni si dedicano alla filosofia, altri al diritto civile, altri all'eloquenza, e anche nel campo delle virtù morali, chi preferisce eccellere in una e chi in un'altra. In verità, quelli i cui padri o antenati si segnalarono in qualche genere di gloria, si studiano per lo più di emergere in quel medesimo genere, come, per esempio, Quinto Mucio, figlio di Publio, nel diritto civile, e l'Africano, figlio di Paolo, nell'arte della guerra. Certuni, però, alle glorie ereditate dai padri, ne aggiunsero qualcuna tutta loro, come, per esempio, il medesimo Africano coronò la gloria dell'armi con quella dell'eloquenza; e lo stesso fece Timoteo, figlio di Conone, il quale, non inferiore al padre nella gloria militare, vi aggiunse quella della cultura e dell'ingegno. Del resto, accade talvolta che alcuni, lasciando da parte l'imitazione dei loro maggiori, perseguano un loro particolare proposito, e per lo più pongono in ciò ogni diligenza soprattutto coloro che, nati da parenti oscuri, si prefiggono un alto e nobile ideale.
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Pherecydes Syrius primus dixit animos esse hominum sempiternos Hanc opinionem discipulus eius Pythagoras maxime confirmavit, qui cum Superbo regnante in Italiam venisset, tenuit Magnam illam Graeciam cum disciplinae, tum etiam auctoritate, multaque saecula postea sic viguit Pythagoreorum nomen, ut nulli alii docti viderentur. Sed redeo ad antiquos. rationem illi sententiae suae non fere reddebant, nisi quid erat numeris aut descriptionibus explicandum: Platonem ferunt, ut Pythagoreos cognosceret, in Italiam venisse et didicisse Pythagorea omnia primumque de animorum aeternitate, non solum sensisse idem quod Pythagoram, sed rationem etiam attulisse.
Ferecide di Siro fu il primo a sostenere che le anime degli uomni sono immortali. Pitagora suoi discepolo confermò grandemente questa opinione, il quale venuto in Italia al tempo di tarquinio il superbo domanò la magna grecia col suoi insegnamento e soprattutto col suo prestgio personale, e ancora molti secoli più tardi il nome dei pitagorici era così autorevole da far sembrare cheoltre loro non esistessero più sapienti. Ma ritorno agli antichi: costoro, normalmente non rendevano conto delle loro teorie a meno che non si trattasse di dare dimostrazioni matematiche o gemometriche. Si racconta che Platone - venuto in Italia per conoscere le dottrine pitagoriche - non solo imparò e condivise (le teorie) sull'immortalità dell'anima, ma altresì fornì loro, e per primo, un solido fondamento razionale.
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Tra repubblicani
Autore: Cicerone
M. CICERO S. D. D. BRUTO
Exspectanti mihi tuas quotidie litteras Lupus noster subito denuntiavit, ut ad te scriberem, si quid vellem. Ego autem, etsi, quid scriberem, non habebam--acta enim ad te mitti sciebam, inanem autem sermonem litterarum tibi iniucundum esse audiebam--, brevitatem secutus sum te magistro. Scito igitur in te et in collega spem omnem esse. De Bruto autem nihil adhuc certi; quem ego, quemadmodum praecipis, privatis litteris ad bellum commune vocare non desino: qui utinam iam adesset! intestinum urbis malum, quod est non mediocre, minus timeremus. Sed quid ago? non imitor laxvnism?n tuum: altera iam pagella procedit. Vince et vale.
Cicerone saluta il suo carissimo Bruto.
Il nostro Lupo mi invoglia a scriverti, mentre io sono in attesa delle tue lettere, ogni giorno. Io, invece (ti scrivo) sebbene non abbia nulla da comunicarti - so infatti che i resoconti ti sono stati inviati e so anche per sentito dire che non gradisci lo stile epistolare fine a se stesso[Cicerone vuol dire che Bruto non apprezza lettere vuote di contenuto e piene solo di parole - sarò conciso, come tu m'insegni. Sappi dunque che in te e nel tuo "collega" riposta ogni speranza. Di Bruto [ non ho niente di certo; io (comunque), da avventato come sono, non smetto di spingerlo ad una lotta comune con lettere ufficiose: ah, magari fosse giò qui! Temerei di meno il male intestino dello stato, che non è mediocre! Ma cosa sto facendo? Non sto perseguendo il tuo "laconismo": già un'altra pagina spunta (sta prendendo vita), : dunque non scriverò oltre. Fatti valere e stammi bene.
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Si quis, invectus alitum anguium curru, multas et varias gentes et urbes despicere et oculis collustrare poossit, videat primum in illa incorrupta gente Aegyptiorum, quae plurimorum saeculorum et eventorum memoriam in monumentis continet, bovem quendam putari deum, quem Apim nominant, multaque alia portenta apud eosdem et cuiusque generis beluas in numero consecratas deorum. Deinde in Graecia, sicut apud nos, delubra magnifica humanis consecrata simulacris. Ob eam causam Xerses inflammari Atheniensium fana iussisse dicitur, quod deos, quorum domus totus esset hic mundus, inclusos parietibus contineri nefas duceret. Quam multi populi, ut Tauri, ut Aegyptii sub rege Busiride, ut Galli, ut Poeni, homines immolare et pium et diis immortalibus gratissimum duxerunt! Vitae vero instituta sic distant ut Cretes et Aetoli latrocinari honestum putent, Lacedaemonii suos omnes agros esse dictitarint quos sagitta possent attingere. Athenienses iurare etiam publice solebant omnem suam esse terram, quae oleam frugesve ferret.
Se qualcuno, trainato da un carro di serpenti alati, potesse vedere dall'alto molti vari popoli e città e osservarli vedrebbe dapprima in quel popolo integro degli Egizi che rinchiude nei monumenti il ricordo di molte epoche ed eventi che viene ritenuto dio un bue che chiamano Api, e che moltre altre cose sono come prodigi presso di loro (egizi) e che animali di ogni genere sono consacrati nel numero degli dei. Poi in Grecia, come presso di noi, magnifici templi sono consacrati a figure umane. Perciò si dice che Serse avesse ordinato che fossero bruciati i templi degli Ateniesi, perché reputava cosa empia che gli dei la cui dimora è tutto questo mondo venissero rinchiusi dalle pareti. Quanti popoli come i Tauri gli Egizi sotto il re Busiride i Galli i Cartaginesi considerarono (fosse) cosa devota e molto gradita agli dei immortali sacrificare gli uomini. In realtà le istituzioni della vita sono così diverse che i Cretesi e gli Etoli ritengono onorevole la pirateria, gli Spartani vanno dicendo che sono loro tutti i campi che le frecce possono raggiungere. Gli Ateniesi erano soliti giurare anche pubblicamente tutta la terra che produce olivo o messi era di loro proprietà
- De amicizia Paragrafo 2 - Versione di latino di Cicerone
- L'impegno politico è prioritario - NUOVO DALLA SINTASSI AL TESTO Versione latino cicerone
- Tirteo condottiero per scherzo - SCRINIUM VERSIONE latino di Cicerone
- Le leggi positive possono anche essere ingiuste - Latina lectio - versione Cicerone