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Nego potuisse iure publico, legibus iis quibus haec civitas utitur, quemquam civem ulla eius modi calamitate adfici sine iudicio; hoc iuris in hac civitate etiam tum, cum reges essent, dico fuisse hoc nobis esse a maioribus traditum, hoc esse denique proprium liberae civitatis, ut nihil de capite civis aut de bonis sine iudicio senatus aut populi aut eorum, qui de quaque re constituti iudices sint, detrahi possit.
Dico che in virtù del diritto pubblico, e di quelle leggi che questo stato utilizza, nessun cittadino può essere afflitto da nessuna calamità di tal genere senza giudizio; questo principio fu in vigore in questo stato anche quando c’erano i re, questo ci è stato tramandato dagli avi, questo infine è proprio di uno stato libero: che in nulla possa essere danneggiata la vita o l’avere di un cittadino senza giudizio del senato o del popolo o di coloro, che siano stati costituiti giudici su un certo caso.
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Cupiditate audiendi, ingressus est sic loqui Scipio: 'Catonis hoc senis est, quem ut scitis unice dilexi maximeque sum admiratus, cuique vel patris utriusque iudicio vel etiam meo studio me totum ab adulescentia dedidi; cuius me numquam satiare potuit oratio; tantus erat in homine usus rei publicae, quam et domi et militiae cum optime tum etiam diutissime gesserat, et modus in dicendo. et gravitate mixtus lepos, et summum vel discendi studium vel docendi, et orationi vita admodum congruens. (2) is dicere solebat ob hanc causam praestare nostrae civitatis statum ceteris civitatibus, quod in illis singuli fuissent fere quorum suam quisque rem publicam constituisset legibus atque institutis suis, ut Cretum Minos, Lacedaemoniorum Lycurgus, Atheniensium, quae persaepe commutata esset, tum Theseus tum Draco tum Solo tum Clisthenes tum multi alii, postremo exsanguem iam et iacentem doctus vir Phalereus sustentasset Demetrius, nostra autem res publica non unius esset ingenio sed multorum, nec una hominis vita sed aliquot constituta saeculis et aetatibus. nam neque ullum ingenium tantum extitisse dicebat, ut quem res nulla fugeret quisquam aliquando fuisset, neque cuncta ingenia conlata in unum tantum posse uno tempore providere, ut omnia complecterentur sine rerum usu ac vetustate.
Essendo già tutti gli amici presi dalla smania di sentire, Scipione cominciò: "quel che sto per dirvi é un pensiero di Catone che, come sapete, io ho amato ed ammirato come nessun altro al mondo. A lui mi consacrai fin dall'adolescenza tanto per giudizio del mio genitore e del mio padre adottivo quanto per mia in-clinazione. Non mi sarei mai stancato di sentirlo parlare, tanta era la sua esperienza dei pubblici affari cui aveva sempre atteso con mirabile successo così in pace come in guerra, tanta la sua moderazione nel parlare, miscuglio di gravità ed arguzia, e tanto alto il suo amore per lo studio e per l'insegnamento. E la sua vita era in perfetta armonia con i discorsi. Egli soleva dunque dire che la nostra costituzione era superiore a quella d'ogni altra nazione perché, in quasi tutte quelle, le leggi e gli istituti eran dovuti all'opera d'un singolo legislatore: Minosse, nel caso di Creta, Licurgo, di Sparta e, poiché là la costituzione era stata spessissimo mutata, Teseo e Dracone e Solone e Clistene e molti altri per Atene sino a che lo Stato, esangue e già sfinito, non fu risollevato dal dotto Demetrio Falereo. La nostra costituzione, invece, é opera non di singoli ma del genio collettivo né s'é costituita durante una sola vita umana ma nel corso dei secoli e delle età.
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Si habenda cum M. Antoni latrocinio pacis ratio fuit, mea tamen persona ad istam pacem conciliandam minime fuit deligenda. Ego numquam legatos mittendos censui, ego ante reditum legatorum ausus sum dicere, pacem ipsam si adferrent, quoniam sub nomine pacis bellum lateret, repudiandam, ego princeps sagorum, ego semper illum appellavi hostem, cum alii adversarium, semper hoc bellum, cum alii tumultum. Nec haec in senatu solum, eadem ad populum semper egi, neque solum in ipsum, sed in eius socios facinorum et ministros et praesentis et eos, qui una sunt, in totam denique M. Antoni domum sum semper invectus. Itaque, ut alacres et laeti spe pacis oblata inter se impii cives, quasi vicissent, gratulabantur, sic me iniquum eierabant, de me querebantur.
Se anche fosse stato giusto riconciliarsi con la violenza di Marco Antonio, cionondimeno, sarei stata l'ultima persona da scegliere per ottenere questa pace. Io giammai ho ritenuto si dovessero inviare legati; io, prima del ritorno di questi, ho osato affermare che la pace, se l'avessero ottenuta, sarebbe stata da ripudiare, poiché sotto il nome di pace si celava la guerra: io sono stato il primo tra i presaghi; io ho sempre definito nemico quello che altri chiamavano avversario; sempre ho appellato ciò guerra, mentre secondo altri era tumulto. Nè ero il solo, in Senato, a dichiararlo: sempre nel medesimo modo ho agito, nei confronti del popolo; né soltanto contro di lui in persona mi sono scagliato, ma anche all'indirizzo dei suoi soci, dei servi e dei complici delle sue infamie, e di coloro che con lui sono pappa e ciccia, infine contro l'intera famiglia di Marco Antonio. E dunque, come alcuni illusi cittadini, essendo stata loro offerta la speranza di pace, si congratulavano tra sè, lieti e festanti, quasi avessero trionfato, così mi rifiutavano come animato da sentimenti d'ostilità, e di me si rammaricavano
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Syracusis genitus Dionysius tot sacrilegiis suis iocosa dicta, voluptatis causa, solebat adiungere: fano enim Proserpinae spoliato Locris, cum per altum secundo vento classe veheretur, ridens amici: "Vitedisne" inquit "quam bona navigatio ab ipsis dis immortalibus sacrilegis tribuatur?" Detracto etiam Iovi Olympio magni ponderis aureo amiculo, quo eum tyrannus Gelo e manubiis Karthaginiensium ornaverat, iniectoque ei laneo pallio, dixit aestate grave esse aureum amiculum, hieme frigidum, laneum autem ad utrumque tempus anni aptius! Idem Epidauri Aesculapio barbam auream demi iussit, adfirmans non convenire patrem Apollinem imberbem, ipsius autem filium barbatum conspici. Idem mensas argenteas atque aureas e fanis eripuit et cum in his, more Greciae, scriptum esset bonorum deorum eas esse, se bonitatem eorum adhibere praedicavit. Idem Victorias aureas et pateras et coronas, quae simulacrorum porrectis manibus sustinebantur, tollebat et eas se accipere, non auferre dicebat; esse enim stultitiam, a quibus bona precaremur, ab is porrigentibus et dantibus nolle sumere
TRADUZIONE
Dionigi nato a Siracusa, era solito aggiungere alle sue tante empietà detti spiritosi, per divertimento: infatti, dopo aver depredato di Proserpina a Locri, mentre era trasportato in alto mare con la flotta con il vento favorevole, ridendo disse agli amici: "Non vedete che buona navigazione viene concessa ai sacrileghi da parte degli dèi immortali?" Avendo tolto anche a Giove Olimpio il mantello d’oro di gran peso con cui il tiranno Gerone lo aveva ornato dai denari ricavati dalla vendita del bottino dei Cartaginesi, e avendogli messo addosso un mantello di lana, disse che il mantello d'oro d'estate era pesante e d'inverno era freddo, mentre quello di lana era più adatto ad entrambe le stagioni. Analogamente ordinò ad Epidauro che fosse tagliata la barba dorata, affermando che non era conveniente che il padre Apollo fosse senza barba, mentre suo figlio era raffigurato con la barba. Lui stesso sottrasse delle tavole d'argento e oro dai templi e poiché su di esse, secondo il costume della Grecia vi era inciso che esse erano degli dei buoni, promise di applicare la loro bontà. Analogamente prese delle Vittorie d’oro, vassoi e corone, che venivano portate sulle mani distese delle statue e diceva che lui non li “sottraeva” ma li “accettava”: in quanto sarebbe stata una sciocchezza chiedere dei beni agli dèi per poi non volerli accettare quando sono essi stessi ad offrirceli con le loro stesse mani.
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Ceterae pro religionibus suis bella suscipiunt, istae contra ominium religiones; illae in bellis gerendis ab dis immortalibus pacem ac veniam petunt, istae cum ipsis dis immortalibus bella gesserunt. Hae sunt nationes quae quondam ab suis sedibus Delphos usque ad oraculum Apollinis vexandum ac spoliandum profectae sunt. Ab isdem gentibus obsessum Capitolium est atque templum Iovis, cuius in nomen maiores nostri iurabant. Postremo num quid sanctum ac religiosum videri potest jis qui, si deos placandos esse arbitrantur, humanis hostiis eorum aras ac templa funestant? Quis enim ignorat eos usque ad hanc diem retinere illam immanem ac barbaram consuetudinem hominium immolandorum? Quam ob rem quali fide, quali pietate existimatis esse eos qui etiam deos immortales arbitrantur hominium sanguine facillime posse placari?
Tutte le altre intraprendono le guerre in difesa delle loro credenze, questi contro le credenze di tutti; quelle nel combattere guerre chiedono la pace e il perdono agli dei, questi con gli stessi dèi immortali hanno fatto guerra. Queste sono popolazioni che un tempo partirono dalle loro sedi alla volta di Delfi per saccheggiare e devastare l'oracolo di Apollo. Il Campidoglio fu assediato da quelle stesse genti e anche il tempio di Giove, nel cui nome giuravano i nostri antenati. Forse che, infine, qualcosa può sembrar inviolabile o sacra a quelli che, se e reputano che gli dèi devono essere placati, funestano con vittime umane i loro templi e altari? Chi infatti ignora che essi fino a quest’oggi conservano quella crudele e barbara abitudine di immolare uomini? Perciò di quale lealtà, di quale devozione pensate siano uomini che reputano che anche gli dei immortali molto facilmente possano essere placati col sangue degli uomini?
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