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Quaeris a me ecquid ego Catilinam metuam. Nihil, et curavi ne quis metueret, sed copias illius quas hic video dico esse metuendas; nec tam timendus est nunc exercitus L. Catilinae quam isti qui illum exercitum deseruisse dicuntur. Non enim deseruerunt sed ab illo in speculis atque insidiis relicti in capite atque in cervicibus nostris restiterunt. Hi et integrum consulem et bonum imperatorem et natura et fortuna cum rei publicae salute coniunctum deici de urbis praesidio et de custodia civitatis vestris sententiis deturbari volunt. Quorum ego ferrum et audaciam reieci in campo, debilitavi in foro, compressi etiam domi meae saepe, iudices, his vos si alterum consulem tradideritis, plus multo erunt vestris sententiis quam suis gladiis consecuti.
Tu mi chiedi se temo Catilina. niente affatto e ho fatto in modo che nessuno lo temesse, ma le sue truppe che vedo qui dico che devono essere temute; ne ora l'esercito di Lucio Catilina deve essere temuto più di quelli che si dice abbiano abbandonato quell'esercito. infatti non hanno disertato, ma lasciati da questi in antri o in trappole, restano sul nostro capo e i nostri colli. questi vogliono allontanare con le vostre sentenze dal presidio della città e dalla protezione della città un console onesto e un bravo condottiero per natura e per sorte legato alla salvezza dello stato. Io ho respinto le armi e l'audacia di quelli nel campo, li ho indeboliti in piazza, spesso li ho schiacciati anche a casa mia, o giudici, se voi consegnerete a giudizio di colpevolezza uno dei consoli, questi otterrano molto di più grazie alle vostre sentenze piuttosto che con le loro aggressioni
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Sed cum plerique arbitrentur res bellicas maiores esse quam urbanas, minuenda est haec opinio. Multi enim bella saepe quaesiverunt propter gloriae cupiditatem, atque id in magnis animis ingeniisque plerumque contingit, eoque magis, si sunt ad rem militarem apti et cupidi bellorum gerendorum; vere autem si volumus iudicare multae res extiterunt urbanae maiores clarioresque quam bellicae. Quamvis enim Themistocles iure laudetur et sit eius nomen quam Solonis illustrius citeturque Salamis clarissimae testis victoriae, quae anteponatur consilio Solonis ei, quo primum constituit Areopagitas, non minus praeclarum hoc quam illud iudicandum est. Illud enim semel profuit, hoc semper proderit civitati; hoc consilio leges Atheniensium, hoc maiorum instituta servantur.
Ma i più stimando che le arti della guerra siano più grandi di quelle della pace, è da sminuire questa opinione. Molti infatti chiesero spesso le guerre per la brama di glori e ciò tocca i più nei grandi animi e negli ingegni e per questo maggiormente se sono adatti ai fatti militari e desiderosi di condurre le guerre; veramente se invece vogliamo giudicare molti fatti si mostrano maggiori e più famosi di quelli della guerra. Infatti sebbene giustamente Temistocle venga lodato dalle leggi ed il suo nome sia più illustre di Solone venga proclamato testimone della famosissima battaglia di Salamino affinché venga preferito dal provvedimento di quel Solone con cui per primo costituì l’Areopago, ciò dovette essere giudicato non meno famoso di quello Infatti quella giovò una sola volta questa gioverà sempre ai cittadini, le leggi degli ateniesi sono salvate sa queste liberazioni. le istituzioni degli avi sono salvate da questo.
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Un'amara ricompensa
Autore: Cicerone
Complures philosophi optimum esse hominibus omnino non nasci, vel quam citissime mori scripserunt. Nota autem est fabula Argiae sacerdotis, quae mater fuisse Cleobis et Bitonis praedicatur. Huic cum ius esset curru vehi ad sollemne sacrificium faciendum in fanum, satis longe ab oppido, et iumenta viderentur morari, tunc filii eius, vestem exuti, corpora oleo peruncti, ad iugum accesserunt ut currum traherent. Ita sacerdos, advecta in fanum, cum currus ductus esset a filiis, precata esse deam dicitur ut illis praemium daret quod maximum dari posse a deo videretur; postea adulescentes, cum matre epulatos, somno se dedisse et mane mortuos inventos esse tradunt. Simili precatione Trophonius et Agamedes usi esse dicuntur: qui, cum Apollini Delphis templum exaedificavissent, venerantes deum, petierunt a deo mercedem laboris et operis sui non certam, sed non parvam.
Molti filosofi scrissero che la cosa senza dubbio migliore per gli uomini era quella di non nascere, o piuttosto morire molto rapidamente. Nota è invece la favola della sacerdotessa Argia secondo cui fu madre di Cleobi e di Bitone. Poiché la legge voleva che ella fosse trasportata sul carro verso il solenne sacrificio da farsi nel santuario, abbastanza lontano dalla città, e le bestie sembravano fermarsi, allora i suoi figli, dopo essersi spogliati e aver spalmato olio sul corpo, si avvicinarono al giogo per trasportare il carro. Così la sacerdotessa, arrivata fino al santuario, essendo trasportato il carro dai figli, si dice che ella pregò la dea affinché desse ai suoi figli il massimo premio che sembrava potesse esser dato da una dea; successivamente si narra che i giovani, al banchetto con la madre, si addormentarono e il mattino furono trovati morti. Si narra che con una simile preghiera avvenne a Trofonio e ad Agamede: questi, dopo aver costruito il tempio di Apollo a Delfi, venerdando il dio, gli chiesero un non preciso compenso ma non scarso per il loro sforzo e lavoro.
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Vale più l'onestà che l'utile
Autore: Cicerone
versione da (Primus Liber n. 26 pag. 154)
Themistocles post victoriam eius belli, quod cum Persis fuit, dixit in contione se habere consilium rei publicae salutare, sed id sciri non opus esse; postulavit, ut aliquem populus daret, quicum communicaret; datus est Aristides. Huic ille, classem Lacedaemoniorum, quae subducta esset ad Gytheum, clam incendi posse quo facto frangi Lacedaemoniorum opes necesse esset. Quod Aristides cum audisset, in contionem magna exspectatione venit dixitque perutile esse consilium, quod Themistocles adferret, sed minime honestum. Itaque Athenienses, quod honestum non esset, id ne utile quidem putaverunt totamque eam rem, quam ne audierant quidem, auctore Aristide repudiaverunt.
Temistocle, dopo la vittoria nella guerra contro i Persiani, disse nell'assemblea di avere un progetto vantaggioso per lo Stato, ma non era il caso che fosse reso noto. Chiese che il popolo gli presentasse qualcuno, col quale lo avrebbe condiviso; gli fu presentato Aristide. Quellodisse a questi di poter incendiare la flotta degli Spartani, che si era ritirata a Gizio; con questa azione necessariamente sarebbero state fiaccate le risorse degli Spartani. E Aristide avendo udito ciò, arrivò all' assemblea che attendeva con ansia e disse che il piano che aveva esposto Temistocle era utilissimo, ma per niente onesto. Perciò, poiché non era onesto gli Ateniesi non lo ritennero neppure utile e rifiutarono al fautore Temistocle l'intera impresa, che neppure avevano conosciuto.
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Detur aliqui ludus aetati; sit adulescentia liberior, non omnia voluptatibus denegentur; non semper superet vera illa et derecta ratio; vincat aliquando cupiditas voluptasque rationem, dum modo illa in hoc genere praescriptio moderatioque teneatur. Parcat iuventus pudicitiae suae, ne spoliet alienam, ne effuandat patrimonium, ne fenore trucidetur, ne incurrat in alterius domum atque famam, ne probrum castis, labem integris, infamiam bonis inferat, ne quemvi terreat, ne intersit insidiis, scelere careat. Postremo cum paruerit voluptatibus, dederit aliquid temporis ad ludum aetatis atque ad inanis hasce adulescentiae cupiditates, revocet se aliquando ad curam rei domesticae, rei forensis reique publicae, ut ea, quae ratione antea non perspexerat, satietate abiecisse et experiendo contempsisse videatu
Si conceda qualcosa all'età! Sia la giovinezza più libera; non si dica sempre di no ai piaceri, e non sempre la vinca la fredda e severa ragione, ma di quando in quando la soverchino i desideri e i diletti, purché si osservi anche in questi la giusta misura. Abbiano cura i giovani della propria castigatezza, e non turbino l'altrui; non dilapidino il patrimonio, né si lascino strozzare dagli usurai; non attentino alle famiglie e al buon nome degli altri; non infliggano il disonore ai casti, la rovina agli integri, l'ignominia ai buoni; non minaccino con la violenza, né tendano insidie, e si astengano da ogni delitto; e finalmente, quando si siano abbandonati ai piaceri, quando abbiano dato un pò del loro tempo agli svaghi e ai vani folleggiamenti dell'età loro, sappiano a tempo ritornare alle faccende domestiche, agli affari forensi, alle pubbliche cure, cosicché dimostrino di avere rinunciato per sazietà e spregiato per esperienza quelle vanità che, in un primo tempo, la loro mente non aveva valutato a dovere. .