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Honos alit artes, omnesque incenduntur ad studia gloria, iacentque ea semper, quae apud quosque improbantur. summam eruditionem Graeci sitam censebant in nervorum vocumque cantibus; igitur et Epaminondas, princeps meo iudicio Graeciae, fidibus praeclare cecinisse dicitur, Themistoclesque aliquot ante annos cum in epulis recusaret lyram, est habitus indoctior. ergo in Graecia musici floruerunt, discebantque id omnes, nec qui nesciebat satis excultus doctrina putabatur. In summo apud illos honore geometria fuit, itaque nihil mathematicis inlustrius. Aristoteles, vir summo ingenio, scientia, copia, cum motus esset Isocratis rhetoris gloria, coepit docere adulescentes artem dicendi et artem iungendi prudentiam cum eloquentia.
L’onore stimola le arti, e tutti si applicano negli studi per la gloria, mentre quelle che da ciascuno vengono disdegnate, restano trascurate per sempre. I Greci ritenevano che la perfetta educazione consisteva (era sita) nel modulare i suoni delle voci e delle corde. Si dice che anche Epaminonda il massimo esponente della Grecia, a mio parere, sapeva suonare benissimo la cetra; e Temistocle, alcuni anni prima, poiché aveva rifiutato (di suonare) la lira ad un banchetto, si guadagnò la fama di piuttosto ignorante. E dunque, in Grecia, ci fu un fiorire di musicisti: tutti la apprendevano, mentre chi la ignorava era ritenuto insufficiente cultura. Presso di loro la geometria fu tenuta in grandissima considerazione, cosicché niente (fu) più illustre quanto i matematici. Aristotele, uomo di grande ingegno, scienza e facondia spinto dalla gloria del retore Isocrate, prese ad insegnare ai giovani l'arte del parlare; e l’arte di coniugare la saggezza con l’eloquenza.
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Una truffa ben congegnata
Autore: Cicerone
C. Canius, eques Romanus, nec infacetus et satis litteratus, cum se Syracusas otiandi, ut ipse dicere solebat, non negotiandi causa contulisset, dictitabat se hortulos aliquos emere velle, quo invitare amicos et ubi se oblectare sine interpellatoribus posset. Quod cum percrebuisset, Pythius ei quidam, qui argentariam faceret Syracusis, venales quidem se hortos non habere, sed licere uti Canio, si vellet, ut suis, et simul ad cenam hominem in hortos invitavit in posterum diem. Cum ille promisisset, tum Pythius, qui esset ut argentarius apud omnes ordines gratiosus, piscatores ad se convocavit et ab iis petivit, ut ante suos hortulos postridie piscarentur, dixitque quid eos facere vellet. Ad cenam tempori venit Canius; opipare a Pythio adparatum convivium, cumbarum ante oculos multitudo, pro se quisque, quod ceperat, adferebat; ante pedes Pythii pisces abiciebantur.
Gaio Genio, cavaliere romano, uomo non privo di spirito e abbastanza colto, essendosi recato a Siracusa per trascorrervi un periodo di vacanza, come lui stesso era solito dire, e non per e oncludere af fari, andava dicendo di voler comprare una villetta dove potesse invitare gli amici e divertirsi senza essere disturbato da importuni. Essendosi diffusa la notizia, un certo Pizio, banchiere a Siracusa, gli disse che non aveva ville da vendere, ma che Canio poteva servirsi della sua, se voleva, come se gli appartenesse, e contemporaneamente lo invitò a cena in villa per il giorno dopo. Avendogli Canio promesso di venire, Pizio che, in qualità di banchiere, godeva credito presso tutte le categorie di persone, chiamò a sé dei pescatori, chiese loro di pescare il giorno dopo di fronte alla sua villa, e disse quanto desiderava che essi facessero. Canio venne puntualmente per la cena; il banchetto era stato imbandito puntualmente da Pizio, davanti agli occhi si presentava una moltitudine di barche e ogni pescatore portava, a turno, ciò che aveva preso; i pesci venivano gettati ai piedi di Pizio. Allora Canio: "Di grazia" disse "?"
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Una lettera di Cicerone al suo segretario Tirone
versione latino Cicerone
Septimum iam diem Corcyrae tenebamur, ... ombibus expectatusque venies. Cura et valeas.
Tullio saluta Tirone Mi trovo a Corcira già da sette giorni. Mio fratello Quinto, invece, è a Butroto. Oggi non ho nulla da scrivere e infatti non ho udito nulla di nuovo; domani pranzerò da Pomponio. Mi preoccupo straordinariamente per la tua salute e non mi meraviglio di non aver ricevuto alcuna lettera da parte tua. Nessuno mi vuoi bene che non voglia bene (anche) a te: giungerai caro a tutti ed atteso. Stammi bene.
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Si interest, id quod homines arbitrantur, rei publicae te, ut instituisti atque fecisti, navare operam rebusque maximis quae ad exstinguendas reliquias belli pertinent interesse, nihil videris melius neque laudabilius neque honeste facere posse, istamque operam tuam, navitatem, animum in rem publicam petitioni' praeturae anteponendam esse censeo. Nolo enim te ignorare quanti omnium intersit, maximeque nostra, qui ex hoc bello magnum detrimentum accepimus, ut demum pacem habeamus. Sin autem satisfactum esse rei publicae putas, celeriter ad comitia, quando mature futura sunt, veniendum esse censeo: dummodo ne haec ambitiosa festinatio imminuat eam gloriam quam consecuti sumus, Multi clarissimi viri, cum rei publicae darent operam, annum petitionis suae non obierunt; id praesertim refert ad honorem tuum: omnia te metiri dignitate potius quam ambitione, maioremque fructum ponere' in perpetuitate laudis quam in celeritate praeturae.
Se è nell'interesse dello Stato è come tutti i cittadini ritengono è che tu continui ad agire con la stessa diligenza con cui hai cominciato ed hai agito e che tu prenda parte alle importantissime operazioni attinenti allo spegnimento degli ultimi focolai della guerra, l'impressione è che tu (lett. tu sembri) nulla possa fare di meglio, ne in modo più lodevole né (più) confacente alla tua onorevolezza: io ritengo che codesto tuo operato, codesto tuo zelo e codesto tuo coraggio siano da anteporsi alla candidatura alla pretura. Nè, del resto, vorrei che ti sfugga quanto prema a tutti e soprattutto a me, che da questa guerra ho ricevuto (letteralmente plurale majestatis) danno irreparabile e riconquistare finalmente la pace. Ma se, invece, tu ritieni d'aver fatto abbastanza per lo Stato (dat. vantaggio), (allora) la mia opinione è che tu debba sollecitare la tua candidatura dal momento che i comizi sono alle porte; (ciò) a patto che questo arrivismo politico non infici la gloria che abbiamo conseguito molti galantuomini, impegnati al servizio dello Stato, hanno rinunciato per quell?anno, alla propria candidatura. Per il tuo onore ? vitale, dunque, che tu valuti ogni cosa col metro della dignità, piuttosto che con quello dell'ambizione, e che tu metta maggiore impegno nel procacciarti una perpetua gloria, piuttosto che una sollecita pretura.
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Crotoniatae quondam, cum florerent, omnibus copiis et in Italia cum primis beati numerarentur, templum Iunionis, quod religiosissime colebant, egregiis picturis locupletare voluerunt. Itaque Heracleoten Zeuxin, qui tum longe ceteris excellere pictoribus existimabatur, magno pretio conductumadhibuerant. Is et ceteras conplures tabulas pinxit, quarum nonnulla pars usque ad nostram memoriam propter fani religionem remansit, et, ut excellentem muliebris formae pulchritudinem muta in se imago contineret, Helenae pingere simulacrum velle dixit; quod Crotoniatae, qui eum muliebri in corpore pingendo plurimum aliis praestare saepe accepissent, libenter audierunt. Putaverunt enim, si quo in genere plurimum posset, in eo magno opere elaborasset, egregium sibi opus illo in fano relicturum. Neque tum eos illa opinio fefellit. Nam Zeuxis ilico quaesivit ab iis, quasnam virgines formosas haberent. Illi autem statim hominem deduxerunt in palaestram atque ei pueros ostenderunt multos, magna praeditos dignitate. Etenim quodam tempore Crotoniatae multum omnibus corporum viribus et dignittibus antisteterunt atque honestissimas ex gymnico certamine victorias domum cum laude maxima rettulerunt.
DAL LIBRO LE RAGIONI DEL LATINO
Crotoniatae quondam, cum florerent, omnibus copiis et in Italia cum primis beati numerarentur ...
Da vari libri
Gli abitanti di Crotone, quando (un tempo) abbondavano di ogni bene e in Italia primeggiavano , (ovvero, quando insomma erano a buon ragione) felici -, decisero di abbellire con raffinate iconografie un tempio di Giunone, che veneravano con grande devozione. Pertanto, fecero venire, dietro lauto compenso, Zeusi di Eraclea, che - a quel tempo - veniva considerato, e di gran lunga, il pittore più bravo. Costui dipinse anche parecchi altri quadri, di cui una buona parte è giunta fino a noi grazie alla sacralità che ha preservato il tempio . Affinché il ritratto, (benché) sobrio , riproducesse in sé l’aspetto di una bellissima donna, disse di voler dipingere l'immagine di Elena; la qual cosa gli abitanti di Crotone accettarono con piacere, poiché spesso avevano sentito dire ch'egli, nel dipingere un corpo femminile, era un maestro insuperabile . Pensarono infatti che, se si fosse applicato con dovizia in un genere a lui molto consono , avrebbe lasciato loro, nel tempio, un’opera egregia. E, in quewll'occasione, non si sbagliarono . Zeusi infatti chiese, lì per lì, loro quali fanciulle avessero (di particolarmente) belle. Quelli allora, senza indugiare , lo condussero nella palestra e gli mostrarono molti ragazzi dotati di grande nobiltà d'aspetto. In effetti, un tempo, gli abitanti di Crotone eccellevano anche come prestanza e bellezza fisica e riportarono in patria , insieme all'onore, smaglianti vittorie (conseguite) in gare ginniche.
DAL LIBRO LE RAGIONI DEL LATINO
Crotoniatae quondam, cum florerent, omnibus copiis et in Italia cum primis beati numerarentur, ...
Degli abitanti di Crotone, visto che abbondavano di ogni bene e venivano annoverati tra la gente più felice in Italia, vollero arricchire con splendide pitture un tempio di Giunone che veneravano con grandissima devozione. Pertanto fecero venire dietro lauto compenso Zeusi, che allora si riteneva superasse di gran lunga gli altri pittori. Egli dipinse parecchi altri quadri, di cui una buona parte è rimasta fino ai giorni nostri a causa della santità del tempio, e disse che voleva dipingere il ritratto di Elena: gli abitanti di Crotone ascoltarono ciò di buon grado, poiché spesso avevano sentito dire che, nel dipingere un corpo femminile, superava moltissimo gli altri; pensarono infatti che, se si fosse dedicato in particolar modo a quel genere in cui era più bravo, avrebbe lasciato loro in quel tempio un'opera egregia. Né quella opinione li ingannò. Zeusi infatti chiese subito loro quali "fanciulle avessero particolarmente belle. Allora i Crotonesi, dopo essersi pubblicamente insultati, condussero le fanciulle in unico luogo, e diedero al pittate la possibilità di scegliere quella che volesse. Lui tuttavia ne scelse cinque. Infatti non credette che quelle cose che chiedeva alla bellezza le potesse ritrovare in un unico corpo, poiché la natura niente ha fatto del tutto perfetto in ogni parte.