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Negat esse eiusdem severitatis Catilinam exitium rei publicae intra moenia molientem verbis et paene imperio ex urbe expulisse et nunc pro L. Murena dicere. Ego autem has partis lenitatis et misericordiae quas me natura ipsa docuit semper egi libenter, illam vero gravitatis seve ritatisque personam non appetivi, sed ab re publica mihi impositam sustinui, sicut huius imperi dignitas in summo periculo civium postulabat. Quod si tum, cum res publica vim et severitatem desiderabat, vici naturam et tam vehemens fui quam cogebar, non quam volebam, nunc cum omnes me causae ad misericordiam atque ad humanitatem vocent, quanto tandem studio debeo naturae meae consuetudinique servire? Ac de officio defensionis meae ac de ratione accusationis tuae fortasse etiam alia in parte orationis dicendum nobis erit.
Traduzione
Dice Catone che non lo stesso rigore ha ispirato, con l'eloquenza e quasi col comando, da un lato l'aver cacciato da Roma Catilina, tramante entro le sue stesse mura la rovina dello Stato, e, oggi, l'avere assunto il patrocinio di Murena. Ecco: io ho sempre sostenuto, con lieto animo, le parti della mitezza e della pietà, a cui mi trae l'indole mia, né mai ho desiderato atteggiarmi ad uomo rigido e severo; ma questo atteggiamento ho assunto, quand'esso mi fu imposto dall'interesse pubblico, così come voleva il prestigio della carica nell'ora del più grave pericolo. Allora, quando il bene di tutti reclamava energia e durezza, io vinsi l'indole mia, e fui inflessibile com'era necessario, non come da me desiderato; ora, quando tutto mi spinge alla benevolenza e alla bontà, non debbo io con tanto maggior trasporto arrendermi alla mia natura e al mio costume? Ma sul dovere mio in questa difesa, come sulla ragione della sua accusa, io dovrò forse riparlare nel corso della mia arringa.
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omnia belli volnera sananda sunt, quibus praeter te nemo mederi potest. Itaque illam tuam praeclarissimam et sapientissimam vocem invitus audivi: "Satis diu vel naturae vixi vel gloriae. '' Satis, si ita vis, fortasse naturae, addo etiam, si placet, gloriae: at, quod maximum est, patriae certe parum. Qua re omitte istam, quaeso, doctorum hominum in contemnenda morte prodentiam: noli nostro periculo esse sapiens. Saepe enim venit ad auris meas te idem istud nimis crebro dicere, tibi satis te vixisse. Credo: sed tum id audirem, si tibi soli viveres, aut si tibi etiam soli natus esses. Omnium salutem civium cunctamque rem publicam res tuae gestae complexae sunt: tantum abes a perfectione maximorum operum, ut fundamenta nondum quae cogitas ieceris. Hic tu modum vitae tuae non salute rei publicae, sed aequitate animi definies? Quid, si istud ne gloriae tuae quidem satis est? cuius te esse avidissimum, quamvis sis sapiens, non negabis. Parumne igitur, inquies, magna relinquemus? Immo vero aliis quamvis multis satis, tibi uni parum
A tutte queste ferite di guerra dunque spetta a te ora rimediare: nessuno, al di fuori di te, può prescriverne la cura. Di conseguenza ho ascoltato malvolentieri quella tua affermazione piena di dignitosa saggezza: "Ho vissuto abbastanza sia rispetto ai miei anni sia rispetto alla mia gloria". Se proprio lo vuoi, hai vissuto abbastanza forse rispetto agli anni, aggiungiamo pure rispetto alla gloria, se lo desideri: ma di certo troppo poco rispetto alla patria, che è ciò che più importa. Per questo motivo lascia da parte, ti prego, questa saggezza da filosofo nel disprezzare la morte: non essere un sapiente a nostre spese! Spesso infatti è arrivato alle mie orecchie che tu vai ripetendo troppo di frequente questa medesima frase: che hai vissuto abbastanza per te. Credo che tu lo pensi davvero: ma io ti darei retta soltanto se tu vivessi per te solo o se tu fossi nato ancora per te solo. Invece le tue imprese ti hanno legato alla salvezza di tutti i cittadini e all'intera repubblica; e sei tanto lontano dal completamento delle tue opere più importanti che non hai ancora gettato le fondamenta che hai in animo di gettare. A questo punto tu vuoi limitare la durata della tua vita, tenendo conto non della salvezza della repubblica ma della serenità del tuo animo? E se io dicessi che tutto ciò non è sufficiente neppure per la gloria? Non negherai che, nonostante la tua saggezza, questa è una cosa cui aspiri moltissimo. Tu obietterai: "Lascerò forse opere poco grandi?". Tutt'altro: per gli altri, anche se numerosi, e abbastanza; per te solo è troppo poco
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Cum non longe a Piraeeo abessem, puer Acidini obviam mihi venit cum codicillis, in quibus erat scriptum paullo ante lucem Marcellum diem suum obisse. Ita vir clarissimus ab homine deterrimo acerbissima morte est affectus, et, cui inimici propter dignitatem pepercerant, inventus est amicus, qui ei mortem offerret. Ego tamen ad tabernaculum eius perrexi: inveni duos libertos et pauculos servos; reliquos aiebant profugisse metu perterritos, quod dominus eorum ante tabernaculum interfectus esset. Coactus sum in eadem illa lectica, qua ipse delatus eram, meisque lecticariis in urbem eum referre, ibique pro ea copia, quae Athenis erat, funus ei satis amplum faciendum curavi. Ab Atheniensibus, locum sepulturae intra urbem ut darent, impetrare non potui, quod religione se impediri dicerent, neque tamen id antea cuiquam concesserant: quod proximum fuit, uti in quo vellemus gymnasio eum sepeliremus, nobis permiserunt. Nos in nobilissimo orbis terrarum gymnasio Academiae locum delegimus ibique eum combussimus posteaque curavimus, ut eidem Athenienses in eodem loco monumentum ei marmoreum faciendum locarent. Ita, quae nostra officia fuerunt pro collegio et pro propinquitate, et vivo et mortuo omnia ei praestitimus. Vale. D. pr. Kal. Iun. Athenis.
io raccolsi un gruppo di medici e senza indugio partii per il Pireo alle prime luci dell'alba. Non ero lontano da lì, quando uno schiavo di Acidino mi venne incontro con un messaggio in cui mi si diceva che Marcello era spirato poco prima dell'alba. Così il più illustre degli uomini trovò una morte rribile per mano del più spregevole degli individui; lui che i nemici avevano risparmiato per il suo prestigio, s'è trovato un amico per farsi ammazzare. 3. Io comunque proseguii il mio cammino fino alla sua tenda. Trovai due liberti e un pugno di schiavi; a sentir loro, gli altri erano fuggiti in preda al panico, perché il loro padrone era stato ucciso davanti alla tenda. Sono stato costretto a farlo trasportare in città dai miei portatori con quella stessa lettiga sulla quale avevo viaggiato, e lì, tenuto conto delle risorse disponibili ad Atene, gli feci celebrare un funerale abbastanza solenne. Non sono però riuscito a ottenere dagli Ateniesi l'assegnazione di un luogo di sepoltura all'interno della città: adducevano impedimenti di carattere religioso, e in effetti in passato non avevano mai dato quella autorizzazione per nessuno. Il massimo che mi concessero fu di seppellirlo in un ginnasio più famoso del mondo, quello dell'Accademia, e lì lo feci cremare e poi provvidi il necessario perché gli Ateniesi gli innalzassero in quel luogo un monumento funebre in marmo. Così ho assolto nei suoi confronti, in vita e in morte, tutte le obbligazioni che dovevo a un collega e a un congiunto. Stammi bene. Atene, 31 maggio.
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Natura manus ministras ad multas artes homini dedit. Manibus enim pingimus, fingimus, scalpimus, nervorum ac tibiarum sonos elicimus. Praeterea manus valde utiles sunt ad cultum agrorum extructionesque domorum, ad tegumenta corporum vel texta vel suta, omnemque fabricam aeris et ferri. Ideo opificum manus tecta, vestitus, itemque urbes, muros, domicilia, delubra hominibus praebent. Manibus etiam ciborum varietatem et copiam invenimus: nam agri operarum manibus culti multa gignunt, et praeterea vitam sustentamus bestiis et terrenis et aquatilibus et voltantibus partim venetione captis, partim ad hominum victum alitis. Terrenorum item commodorum omnis est in homine dominatus: ex campis enim atque ex montibus fructus capimus; nostri sunt amnes, nostri lacus; manibus fruges serimus, manibus arbores; aquarum inductionibus fecunditatem terris damus, praeterea flumina arcemus, derigimus, avertimus; nostris denique manibus in natura quasi alteram naturam efficere temptamus.
La natura diede all'uomo le mani come strumento per molte arti. Infatti con le mani noi dipingiamo, costruiamo, scolpiamo, emettiamo suoni di nervi e tibie. Inoltre le mani sono utilissime per la coltivazione dei campi e la costruzioni delle case, per le difese dei corpi o tessute o cucite, e tutte le creazioni di bronzo e ferro. perciò le mani degli artigiani offrono agli uomini case, vestiti, e anche città, mura, case, templi. COn le mani anche troviamo varietà e abbondanza dei cibi: infatti i campi coltivati con le mani generano molte cose e inoltre sostentiamo la vita con bestie terrene e acquatiche e volanti in parte presi con la caccia, in parte nutrite per il vitto degli uomini. Parimenti di tutte le cose utili che vengono dalla terra l'uomo è signore incontrastato E' opera nostra lo sfruttamento dei monti e delle pianure, i fiumi ed i laghi siamo noi che seminiamo i cereali, che piantiamo gli alberi con le nostre mani che fecondiamo i terreni con opere di canalizzazione e di irrigazione, che arrestiamo, che incanaliamo, che deviamo il corso dei fiumi che tentiamo, in ultima analisi, di costituire in seno alla natura una specie di seconda natura
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Nos onera quibusdam bestiis, nos iuga inponimus; nos elephantorum acutissumis sensibus, nos sagacitate canum ad utilitatem nostram abutimur; nos e terrae cavernis ferrum elicimus, rem ad colendos agros necessariam, nos aeris, argenti, auri venas penitus abditas invenimus et ad usum aptas et ad ornatum decoras. Arborum autem confectione omnique materia et culta et silvestri partim ad calficiendum corpus igni adhibito et ad mitigandum cibum utimur, partim ad aedificandum, ut tectis saepti frigora caloresque pellamus. Magnos vero usus adfert ad navigia facienda, quorum cursibus subpeditantur omnes undique ad vitam copiae. Quasque res violentissimas natura genuit, earum moderationem nos soli habemus, maris atque ventorum, propter nauticarum rerum scientiam, plurimisque maritimis rebus fruimur atque utimur. Terrenorum item commodorum omnis est in homine dominatus
Su determinati animali carichiamo i nostri pesi ed imponiamo dei gioghi, volgiamo a nostro vantaggio gli acutissimi sensi degli elefanti e la sagacità dei cani, strappiamo alla profondità della terra il ferro, metallo indispensabile alla coltivazione dei campi, scopriamo remotissime vene di rame, d'argento e d'oro utili ad un tempo ed adatte ad ornarci, tagliamo gli alberi crescenti allo stato selvaggio o che noi stessi abbiamo coltivati e del materiale che ne ricaviamo facciamo o legna da ardere, per cuocere i cibi e per riscaldarci, o legname da costruzione per proteggerci dalle intemperie. Il legname è di grande utilità anche per la costruzione delle navi che, con le loro traversate, fanno affluire da ogni parte grande abbondanza di prodotti indispensabili per la nostra esistenza. Solo noi uomini, grazie alla scienza della navigazione, siamo in grado di dominare e regolare elementi quali i mari ed ì venti, che la natura ha dotato di straripante potenza, e innumerevoli sono i prodotti marini che abbiamo saputo sfruttare e volgere a nostro vantaggio. Parimenti di tutte le cose utili che vengono dalla terra l'uomo è signore incontrastato.