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Exsistit autem hoc loco quaedam quaestio subdifficilis, num quando amici novi, digni amicitia, veteribus sint anteponendi, ut equis vetulis teneros anteponere solemus. Indigna homine dubitatio! Non enim debent esse amicitiarum sicut aliarum rerum satietates; veterrima quaeque, ut ea vina, quae vetustatem ferunt, esse debet suavissima; verumque illud est, quod dicitur, multos modios salis simul edendos esse, ut amicitiae munus expletum sit. Novitates autem si spem adferunt, ut tamquam in herbis non fallacibus fructus appareat, non sunt illae quidem repudiandae, vetustas tamen suo loco conservanda; maxima est enim vis vetustatis et consuetudinis. Quin in ipso equo, cuius modo feci mentionem, si nulla res impediat, nemo est, quin eo, quo consuevit, libentius utatur quam intractato et novo. Nec vero in hoc quod est animal, sed in iis etiam quae sunt inanima, consuetudo valet, cum locis ipsis delectemur, montuosis etiam et silvestribus, in quibus diutius commorati sumus.
Sorge a questo punto un problema di una certa difficoltà: a volte, dobbiamo forse preferire i nuovi amici, purché degni della nostra amicizia, ai vecchi, così come di solito preferiamo ai cavalli di una certa età quelli giovani? Dubbio indegno di un uomo! Nell'amicizia non deve esistere sazietà come nelle altre cose! Quanto più un'amicizia è antica, tanto più deve piacere, come quei vini che reggono bene l'invecchiamento. Ed è vero il proverbio che dice: bisogna mangiare insieme molti moggi di sale perché si possa dire assolto il dovere di amico. Quanto alle nuove amicizie, se lasciano sperare nella nascita di un frutto, come giovani piante che non ingannano l'attesa, non sono certo da rifiutare, ma l'anzianità deve rimanere al posto che le spetta, perché è grandissima la forza dell'anzianità e dell'intima conoscenza. Anzi, ritornando all'esempio del cavallo appena menzionato, se niente lo impedisce, non c'è nessuno che preferisca al cavallo cui è abituato uno mai montato e nuovo per lui. In realtà, è un'abitudine valida non solo per gli esseri animati, ma anche per quelli inanimati, tant'è vero che ci piacciono dei luoghi, anche se montuosi e selvaggi, se vi abbiamo dimorato per un certo periodo di tempo.
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Un'avventura per il poeta Simonide
Autore: Cicerone
Quondam Simonides, clarissimus Graecorum vatum, cenabat Crannone, in urbe Thessaliae, apud Scopam, fortunatum hominem. Ab eo invitatus erat ut, praestituto pretio, eius victorias carmine celebraret. Poeta igitur pulcherrimum carmen composuit in quo, vatum more, Castorem quoque ac Pollucem laudibus affecerat. Cum Simonides carmen recitavisset coram hospite omnibusque convivis, Scopas: "Pro tuo carmine, inquit, dimidium mercedis tibi dabo, quam tecum pactus sum. Reliquum a Castore ac Polluce, si tibi videtur, petito". Paulo post Simonidi nuntiatum est duos iuvenes ad ianuam stare eumque foras vocare, Statim surrexit Simonides domoque egressus est, sed neminem vidit, Eodem tempore triclinium, in quo paratae epulae erat, corruit omnesque oppressit ruinis, Serius compertum est duos iuvenes, qui poetam arcesserant, Castorem ac Pollucem fuisse.
Una volta, Simonide, il più famoso tra i poeti greci era a cena a Crannone, in Tessaglia, a casa di Scopa, un uomo benestante. Era stato da lui esortato a celebrare, con un carme, le sue (di Scopa) vittorie, pattuita una ricompensa. Il poeta, dunque, compose un carme molto bello, nel quale aveva ricoperto di lodi anche Castore e Polluce. Dopo che Simonide ebbe recitato il carme alla presenza di colui che l'ospitava di tutti i convitati, Scopa disse: “Per il tuo carme, ti darò metà della ricompensa con te pattuita; il resto va a chiedererla a Castore e Polluce, se ti sembra (opportuno) ”
Poco dopo, a Simonide fu recata notizia che due giovani stavano alla porta e reclamavano che uscisse. Simonide s’alzò immediatamente e uscì dalla casa, ma non vide alcuno. Contemporaneamente, la sala del triclinio, dove s’era banchettato, crollò, rovinando su tutti i presenti.
Più tardi si venne a sapere che i due giovani che avevano reclamato il poeta fossero Castore e Polluce.
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De humatione et sepultura Socrates quid senserit, apparet in eo libro in quo Plato eius mortem descripsit. Cum enim de immortalitate animorum disputavisset et iam mortis tempusurgeret, rogatus a Critone quem ad modum sepeliri vellet, dixit: "Multam vero" inquit "operam, amici, frustra consumpsi; Critoni enim nostro non persuasi me hinc avolaturum neque mei quicquam relicturum. Verum tamen, Crito, si me adsequi potueris aut sicubi nanctus eris, ut tibi videbitur sepelito. Sed, mihi crede, nemo me vestrum, cum hinc excessero, consequetur". Praeclare is quidem, qui et amico permiserit et se ostenderit de hoc toto genere nihil laborare. Durior Diogenes, eadem is quidem sentiens, sed ut Cynicus asperius, proici se iussit inhumatum. Tum amici: "Volucribusne et feris?", "Minime vero, " inquit "sed bacillum propter me, quo abigam, ponitote. " "Qui poteris?" illi "Non enim senties. " "Quid igitur mihi ferarum laniatus oberit nihil sentienti?"
La cosa (ciò) che Socrate pensò sulla sepoltura e sulla tumulazione, viene scritta in quel libro dove Platone parla della sua morte. Poiché parlava dell'immortalità delle anime e già era tempo di morire, chiese Critone come volesse essere sepolto, e disse
Davvero ho sprecato invano molta fatica, amici; ” disse “infatti non sono riuscito a convincere il nostro Critone che io me ne volerò via di qua e che non lascerò nulla di me. Ma tutta via, Critone, se potrai seguirmi o se mi troverai da qualche parte, seppelliscimi come ti sembrerà opportuno. Ma, credimi, nessuno di voi mi raggiungerà, quando mi sarò allontanato da qui”. Egli (parlò) molto bene davvero, poiché (lett. : egli che) lasciò libera scelta all’amico e dimostrò che non si curava affatto di tutto queto genere (di cose). Più duro Diogene che la pensava anch’egli allo stesso modo. Ma come Cinico (si esprimeva) più crudamente, ordinò di gettarlo insepolto. Allora gli amici (dissero): “Agli uccelli e alle bestie feroci?”, “Niente affatto”, rispose, “ma mettetemi vicino un bastoncino con cui scacciarli”, “Come potrai?” (dissero) quelli “infatti non sentirai (nulla)”. “In che cosa mi danneggerà, dunque, il morso delle fiere, se non sentirò nulla?”
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Iam vero virtuti Cn. Pompei quae potest oratio par inveniri? Virtutes imperatoriae quae volgo existimantur, labor in negotiis, fortitudo in agendo, celeritas in conficiendo, consilium in providendo, tanta sunt in hoc uno quanta in omnibus reliquis imperatoribus quos aut vidimus aut audivimus non fuerunt. Testis est Italia, quam ille ipse victor L Sulla huius virtute et subsidio confessus est liberatam esse; testis Sicilia quam, multis undique cinctam periculis, non terrore belli sed consilii celeritate explicavit. testis Africa quae, magnis oppressa hostium copiis, eorum ipsorum sanguine redundavit; testis Gallia per quam legionibus nostris iter in Hispaniam Gallorum internicione patefactum est; testis Hispania quae saepissime plurimos hostes ad hoc superatos prostratoque conspexitù; testis iterum et saepius Italia quae, cum servili bello taetro periculosoque premeretur, ab hoc auxilium absente expetivit; hoc bellum expectatione eius attenuatum atque imminutum est, adventu eius sublatum ac sepultum.
Ed inoltre quale discorso potrebbe esser adeguato al valore di Gneo Pompeo? Esistono altre virtù, per un generale, oltre a quelle che tutti riconoscono: l'applicazione negli affari, la saldezza la laboriosità nelle imprese, la rapidità nelle azioni, la saggezza nelle decisioni; in lui solo esse si trovano in numero tale, mai ebbero gli altri generali che abbiamo conosciuto o di cui abbiamo sentito parlare. (Sono) testimoni (di questo) l'Italia, che lo stesso Silla, vittorioso, confessò di aver liberata confidando sul suo valore (sul valore di Pompeo) e sul suo aiuto, fu (infatti) liberata la Sicilia, che, presa da insidie provenienti da esse (dalle insidie) liberò non facendo ricorso alla violenza dello scontro armato, bensì con la prontezza della sua decisione; l'Africa, che traboccante di nemici, si impregnò del sangue dei nemici che la attanagliavano, la Gallia, il cui attraversamento per la Spagna alle nostre legioni, fu garantito dopo una strage di Galli; la Spagna, che vide, molto spesso, la maggioranza dei nemici sconfitti ed umiliati da questo (uomo). Testimone, di nuovo e più spesso, l'Italia che schiacciata dall'abominevole e dal pericolosa guerra servile, lo reclamò in aiuto, mentre era assente: furore guerresco che, nella timorosa attesa di lui, andò finendo e indebolendosi, e morto e sepolto con l' arrivo
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Quid ergo? Non religionem incutit mentibus, et quidem publice, sive deficere sol visus est, sive luna, cuius abscuratio frequentior est, aut parte, aut tota delituit? Longeque magis religionem incutiunt actae in transversum faces et caeli magna pars ardens et crinita sidera et plures solis orbes et stellae per diem visae subitique transcursus ignium multam post se lucem trahentium? Nihil horum sine timore miramur. Et cum nescire sit timendi causa, non est tanti scire, ne timeas? Quanto satius est causas inquirere, et quidem toto animo! Neque enim quicquam potest inveniri dignius illa re, cui homo se non tantum commodet, sed impendat.
Cosa dunque? Forse non pervade di sacro timore le menti, e invero a livello di masse, sia il fatto che il sole sembra venir meno o che la luna, il cui oscuramento accade più frequentemente, si nasconde parzialmente o del tutto? E ancor di più incutono timore superstizioso le meteore (i fuochi celesti che procedono obliquamente) e gran parte del cielo che arde e le stelle dalla lunga chioma (comete), molteplici dischi del sole, le stelle viste di giorno e gli improvvisi passaggi di fuochi che si trascinano dietro un'intensa luce. Tutti questi fenomeni li osserviamo in preda a sgomento. E posto che l'ignorare è motivo del timore, non vale la pena di conoscere per non temere? Quanto è preferibile ricercare le vere cause e con tutta la passione! Non si può trovare nulla che più di tale occupazione meriti che l'uomo non solo vi si applichi, ma vi si consacri