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Sed omne, quod est honestum id quattuor partium oritur ex aliqua. Aut enim in perspicientia veri sollertiaque versatur aut in hominum societate tuenda tribuendoque suum cuique et rerum contractarum fide aut in animi excelsi atque invicti magnitudine ac robore aut in omnium quae fiunt quaeque dicuntur ordine et modo in quo inest modestia et temperantia. Quae quattuor quamquam inter se colligata atque implicata sunt tamen ex singulis certa officiorum genera nascuntur velut ex ea parte quae prima discripta est in qua sapientiam et prudentiam ponimus inest indagatio atque inventio veri eiusque virtutis hoc munus est proprium. Si enim quisque maxime perspicit quid in re quaque verissimum sit et acutissime et celerrime potest et videre et explicare rationem, is prudentissimus et sapientissimus rite haberi solet.
Ma ogni atto che è onesto scaturisce da una di queste quattro fonti: o consiste nell'accurata e attenta indagine del vero; o nella conservazione della società umana, dando a ciascuno il suo e rispettando lealmente i patti; o nella grandezza e saldezza d'uno spirito sublime e invitto; o, infine, nell'ordine e nella misura di tutti i nostri atti e di tutti i nostri detti; e in ciò consiste appunto la moderazione e la temperanza. E benché queste quattro virtù siano in stretta connessione tra loro, tuttavia da ciascuna di esse nasce un particolare tipo di dovere, come, per esempio, quella virtù che ho distinta per prima e in cui poniamo la sapienza e la saggezza, la quale comporta, come suo proprio e speciale compito, la ricerca e la scoperta della verità. Se infatti una persona (lett. ognuno) scorge più acutamente quello che vi è di più vero in ciascuna cosa e può vederne e spiegarne la ragione più sottilmente e prontamente, questi è di solito considerato a buon diritto assai assennato e saggio.
I sogni non sono messaggi inviati dagli dei! - Nuovo dalla sintassi al testo versione latino Ciceron
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Illud etiam requiro, cur, si deus ista visa nobis providendi causa dat, non vigilantibus potius det quam dormientibus. Sive enime externus et adventicius pulsus animos dormientium commovet, sive per se ipsi animi moventus, sive quae causa alia est cur secundum quietem aliquid videre, audire, agere, videamur, eadem causa vigilantibus esse poterat; idque si nostra causa di secundum quietem facerent, vigilantibus idem facerent, praesertim cum Chrysippus Academicos refellens permulto clariora et certiora esse dicat quae vigilantibus videantur quam quae somniantibus. Fuit igitur divina beneficentia dignius, cum consulerent nobis, clariora visa dare vigilanti quam obscuriora per somnum. Quod quoniam non fit, somnia divina putanda non sunt. Iam vero quid opus est circumitione et anfractu, ut sit utendum interpretibus, somniorum, potius quam decreto deus, siquidem nobis consulebat, '' hoc facito, hoc ne feceris'' diceret idque visum vigilanti potius quam dormineti daret? iam vero quis dicere audeat vera omnia esse somnia? '' Aliquot somnia vera, '' inquit Ennius, '' sed omnia non necesse est''.
(Mi) domando anche quella cosa, perchè, se il dio ci manda quelle visioni per prevedere (il futuro), non le manda piuttosto mentre siamo svegli che mentre dormiamo. O infatti che un impulso esterno e straordinario smuove gli animi dei dormienti, o che gli stessi animi si scuotono da se, o che c'è qualche altra causa per cui ci sembra vedere, ascoltare e agire poteva essere durante la veglia; e se (gli dei) facessero ciò per nostro interesse durante il sonno, farebbero lo stesso sotto la veglia, soprattutto quando Crisippo smentendo moltissimo gli Accademici dice che le cose sono più chiare e certe che sono viste sotto la veglia di quelle che sogniamo. Perciò sarebbe stato più degno, se si fossero consultati con noi, che la divina clemenza avrebbe mandato visioni più chiare a chi è sveglio quanto più oscure attraverso il sogno. Siccome non accade ciò, i sogni non devono essere giudicati divini. Ora in verità che bisogno c'è di girare attorno per dover ricorrere agli interpreti dei sogni, piuttosto che il dio direttamente, se davvero si fosse consultato con noi, avrebbe detto '' fai questo, non fare questo'' e mi darebbe tale visione sotto la veglia piuttosto che durante il sonno? Ora in verità chi oserebbe dire che i sogni sono tutti veri? '' Alcuni sono veri, '' ha detto Ennio, '' ma non è necessario che tutti lo siano. ''
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Ego Q. Maximum senem adulēscens ita dilexi ut aequalem. Erat enim in illo viro comitate condīta (mitigata) gravitas nec senectus mores mutavĕrat. Quamquam (per altro) eum colĕre coepi non admŏdum grandem natu, sed tamen iam aetate provectum. Anno enim post consul primum (avv. ) fuĕrat, quam ego natus sum, cumque eo quartum (avv. ) consule adulescen tulus miles ad Capuam profectus sum. Multa in eo viro praeclara cognovi; sed nihil admirabilius quam quo modo ille mortem filii tulit, clari viri et consularis. Nec vero ille in luce modo atque in oculis civium magnus (fuit), sed intus domique praestantior. Quorsus igitur haec tam multa de Maximo? Quia profecto videtis nefas esse dictu miseram fuisse talem senectutem. Nec tamen omnes possunt esse Scipiones aut Maximi, ut urbium expugnationes, ut pedestres navalesque pugnas, ut bella a se gesta, ut triumphos recordentur. Est etiam placida ac lenis senectus, qualem accepimus Platonis, qui uno et octogesimo anno scribens est mortuus, qualem Isocratis, qui eum librum, qui Panathenaicus inscribitur, quarto et nonagesimo anno scripsisse se dicit, vixitque quinquennium postea
Io adolescente ho voluto tanto bene a Q. Massimo da vecchio come fosse un coetaneo. C'era infatti in quell'uomo una serietà mitigata dall'affabilità e la vecchiaia non ne aveva modificato i comportamenti. Peraltro ho cominciato ad apprezzarlo non essendo ancora tanto adulto, ma comunque già abbastanza maturo. Nell'anno infatti dopo il quale era stato console per la prima volta dopo la mia nascita, e sono partito giovincello soldato per Capua quando lo fu per la quarta volta. Ho conosciuto molte cose eccellenti in quell'uomo; ma nulla di più ammirevole di come egli sopportò la morte del figlio, uomo noto ed ex console. Ed egli in verità non solo fu grande apertamente (lett. alla luce) agli occhi dei cittadini, ma fu assai eminente anche in casa. A che fine dunque così tante cose a proposito di Massimo? Perché di sicuro è ingiusto dire che tale vecchiaia fu misera. E tuttavia non tutti possono essere Scipioni o Massimi, per espugnazioni di città, per battaglie terrestri e navali, per guerre da loro condotte, per il ricordo dei trionfi (lett. perché si ricordino i trionfi). E infatti una placida e lieve vecchiaia, quale ci hanno detto di Platone, che morì mentre stava scrivendo ad ottantuno anni, quale quella di Isocrate, che afferma di aver scritto il libro intitolato "Panatenaico" a no vanta quattro anni, e visse ancora per un quinquennio.
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Regna, imperia, nobilitas, honores, divitiae, opes eaque, quae sunt his contraria, casu et temporibus gubernantur; ipsi autem gerĕre quam personam velīmus, a nostra voluntate proficiscitur. Itaque se alii ad philosophiam, alii ad ius civile, alii ad eloquentiam applicant, ipsarumque virtutum in alia alius mavult excellere. Quorum vero patres aut maiores aliqua gloria praestiterunt, ii student plerumque in eodem genere laudis excellere, ut Q. Mucius Publii filius in iure civili, Pauli filius Africanus in re militari. Quidam autem ad eas laudes, quas a patribus acceperunt, addunt aliquam suam, ut hic idem Africanus eloquentiā cumulavit bellicam gloriam; quod idem fecit Timotheus, Cononis filius, qui, cum belli laude non inferior fuisset quam pater, ad eam laudem doctrinae et ingenii gloriam adiecit. Fit autem interdum ut nonnulli, omissa imitatione maiorum, suum quoddam institutum consequantur, maximeque in eo plerumque elabōrant ii qui magna sibi proponunt, obscuris orti maioribus.
Regni, imperi, nobiltà, onori, ricchezze, mezzi doviziosi e le cose ad essi opposte sono regolate dal caso fortuito e dalle circostanze; ma dalla nostra volontà dipende il ruolo che vogliamo rivestire. Perciò alcuni si applicano alla filosofia, altri alla giurisprudenza, altri ancora all'eloquenza, e chi preferisce eccellere in una virtù, chi in un'altra. Coloro i cui padri o antenati si distinsero in qualcosa di glorioso, si adoperano di eccellere nel medesimo genere di lode, come Q. Mudo, figlio di Publio, nel diritto civile, l'Africano, figlio di Paolo, nelle gesta militari. Alcuni inoltre a quelle lodi ricevute dai padri ne aggiungono qualcuna delle loro, come lo stesso Africano integrò con l'eloquenza la gloria conseguita in guerra; la medesima cosa fece Timoteo, figlio di Conone, il quale, oltre a non essere stato da meno del padre in meriti di guerra, a quella lode aggiunse la gloria dell'erudizione e dell'ingegno. A volte succede che alcuni, lasciata da parte l'imitazione degli antenati, perseguano qualcosa intrapreso di loro iniziativa e in ciò la maggior parte delle volte si prodighino quelli che si propongono grandi obiettivi, pur discendendo da oscuri antenati
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Cicero Attico salutem dicit. S aturnalibus mane se mihi Pindenissītae dediderunt, septimo et quingentesimo die postquam oppugnare eos coepimus. «Isti Pindenissītae qui sunt?» – inquies – «Nomen audivi numquam». Tarsum veni a. d. III Nonas Octobres. Inde ad Amānum contendi, qui Syriam a Cilicia divĭdit; qui mons erat hostium plenus. Hic a. d. III Idus Octobres magnum numerum hostium occidimus; castella munitissima cepimus, incendimus; imperatores appellati sumus. Ibi dies quinque morati direpto et vastato Amāno, inde discessimus. Interim rumore adventus nostri et Cassio, qui Antiochīā tenebatur, animus accessit et Parthis timor iniectus est; itaque eos cedentes ab oppido Cassius insecutus rem bene gessit: qua in fuga Osaces (Osace), dux Parthorum, vulnus accepit eoque interiit paucis post diebus. Erat in Syria nostrum nomen in gratia.
Cicerone saluta Attico. La mattina dei Saturnali (ovvero il 17 dicembre) i cittadini di Pindenisso si sono arresi a me, settantacinque giorni dopo che avevano iniziato ad assediarlo. "Chi sono questi cittadini di Pindenisso?" - chiederai - "Non ne ho mai sentito il nome". Sono partito il giorno sette ottobre da Tarso. Da I' mi sono diretto al (monte) Amano che divide la Siria dalla Cilicia; il quale monte era pieno di nemici. Qui il giorno 13 ottobre abbiamo ucciso un grande numero di nemici, abbiamo espugnato fortezze munite di ogni difesa, abbiamo appiccato incendi, siamo stati salutati imperatori. Dopo esserci trattenuti lì cinque giorni e dopo avere devastato (il monte) Amano, poi siamo andati via. Nel frattempo, a causa della notizia del nostro arrivo, sia si riprese il coraggio di Cassio, che era chiuso ad Antiochia, sia nei Parti si ingenerò la paura; così Cassio inseguendoli mentre si allontanavano dalla città riportò un successo: in tale fuga Osace, comandante dei Parti, fu ferito e perciò morì dopo pochi giorni. Il nostro nome aveva credito in Siria.