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Cum ignoratione rerum bonarum et malarum maxime hominum vita vexetur, ob eumque errorem homines et voluptatibus maximis saepe priventur et durissimis animi doloribus torqueantur, sapientia est adhibenda. Sapientia enim est una quae maestitiam pellat ex animis et nos exhorrescere metu non sinat. Qua praeceptrice in tranquillitate vivi potest, omnium cupiditatum ardore restincto. Cupiditates enim sunt insatiabiles, quae non modo singulos homines, sed universas familias evertunt, totam etiam labefactant saepe rem publicam. Ex cupiditatibus odia, discidia, discordiae, seditiones, bella nascuntur, nec eae tantum in alios caeco impetu incurrunt, sed etiam in animis inclusae inter se dissĭdent atque discordant. Ex quo vitam amarissimam necesse est effĭci (ita), ut sapiens, amputata inanitate omni et errore, solum sine aegritudine possit et sine metu vivere
Poiché la vita degli uomini è grandemente tormentata dal non sapere quali sono le cose buone e quelle cattive, e dato che per questa mancanza spesso gli uomini e sono privati di grandissimi piaceri e sono tormentati da durissimi dolori, bisogna ricorrere alla saggezza. La saggezza è l'unica che caccia la tristezza dagli animi e non consente che rabbrividiamo per la paura. Essendo essa istruttrice si può vivere nella tranquillità, essendo stato spento l'ardore di tutte le voglie. Le voglie infatti sono insaziabili, perché distruggono non solo i singoli uomini ma tutte le famiglie, spesso anche scuotono tutto lo stato. Dai desideri smodati nascono odi, litigi, discordie, rivolte, guerre, ed essi non soltanto corrono con cieco impeto contro gli altri, ma anche racchiusi nell'animo sono in contrasto e discordano con sé stessi. Da ciò è inevitabile che scaturisca una vita amarissima, cosicché il saggio, tagliati via ogni inutilità ed errore, solo può vivere senza tristezza e senza timore.
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Ate peto in maiorem modum pro nostra amicitia, ut in hac re etiam elabores, de qua te docēre volo. Dionysius, servus meus, qui meam bibliothecam multorum nummorum tractavit, cum multos libros surripuisset nec se impunitum fore putaret, aufugit. Is est in provincia tua. Eum et M. Bolanus, meus familiaris, et multi alii Naronae viderunt, sed, cum se a me manumissum dicĕret, crediderunt. Hunc tu si mihi restituendum curavĕris, non te effugĕre potest quam mihi hoc gratum futurum sit. Res ipsa parva est, sed animi mei dolor magnus. Ubi sit et quid fiĕri possit Bolanus te docebit. Ego si hominem per te recuperavĕro, summo me a te beneficio adfectum (esse) arbitrabor.
Ti chiedo, nel modo più pressante e per la nostra amicizia, che tu ti dia anche da fare in questa faccenda della quale ti voglio informare. Dionisio, un mio schiavo, che ha amministrato con molti denari la mia biblioteca, avendo rubato molti libri e sapendo che non sarebbe rimasto impunito, è fuggito. Egli si trova nella tua provincia. Lo hanno visto e M. Bolano, mio parente, e molti altri a Narbona, ma, avendo affermato che io l'avevo liberato, gli hanno creduto. Se tu farai in modo che mi sia riconsegnato, non ti può sfuggire quanto ciò mi sarà gradito. Il fatto in sé è di poco conto, ma grande è il dolore dell'animo mio. Bolano ti informerà di dove si trova e di cosa possa succedere. Io, se recupererò l'uomo per tuo mezzo, mi considererò obbligato verso di te da un grande beneficio
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Rem publicam fundĭtus amisimus, adeo ut C. Cato, adulescens nullīus consilii sed tamen civis Romanus, vix vivus effugĕrit, quod, cum Gabinium de ambitu vellet postulare neque praetores adiri possent, in contionem ascendit et Pompeium privatum dictatorem appellavit. Propius nihil est factum quam ut occideretur. Ex hoc qui sit status totīus rei publicae videre potes. Nostrae tamen causae non videntur homines defuturi (esse). Mirandum in modum omnes et se et suos liberos, amicos, clientes, libertos, servos, pecunias denique suas pollicentur. Nostra antiqua manus bonorum ardet studio nostri atque amore. Si qui antea aut alieniores fuerant aut languidiores, nunc horum regum odio se cum bonis coniungunt. Tribuni plebis designati sunt nobis amici. Consules se optime ostendunt. Praetores habemus amicissimos et acerrimos cives, Domitium, Nigidium, Memmium, Lentulum. Quare magnum fac animum habeas et spem bonam. De singulis tamen rebus, quae quotidie gerantur, faciam te crebro certiorem.
Abbiamo perduto del tutto la repubblica, al punto che C. Catone, giovane di nessun senno ma comunque cittadino romano, a stento è uscito vivo, perché, poiché accusare di brogli elettorali Gabinio e non si potevano adire i pretori, si presentò in assemblea e chiamò Pompeo dittatore privato. Poco mancò che fosse ucciso. Da questo puoi vedere quale sia lo stato della repubblica. Tuttavia non sembra che mancheranno uomini alla nostra causa. Tutti in modo mirabile promettono sia se stessi, sia i propri figli, amici, clienti, liberti, schiavi, infine il loro denaro. Il nostro antico manipolo di persone perbene arde di zelo e amore per noi. Se in precedenza alcuni furono più avversi o più deboli, ora, per odio nei confronti di questi re, si uniscono ai buoni. I tribuni della plebe designati sono nostri amici. I consoli si mostrano molto bene. Abbiamo come pretori dei cittadini molto amici e molto zelanti, Domizio, Nigidio, Memmio, Lentulo. Perciò fa' in modo di avere l'animo forte e buona speranza. Comunque, ti informerò frequentemente delle singole cose che si fanno giornalmente.
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Supremo die vitae, cum facile posset edüci e custodia, Socrates noluit, et paene iam in manu tenens mortiferum illud poculum, ita locutus est ut non ad mortem tradi, verum etiam ad caelum videretur ascendere. Ita enim censebat itaque disseruit: duas esse vias duplicesque cursus animorum e corpore excedentium. Nam qui se humanis vitiis contaminavissent et se totos libidinibus dedissent, quibus caecati vel domesticis vitiis atque flagitiis se inquinavissent vel republica violanda fraudes inexpiabiles concepissent, iis devium quoddam iter esse, seclusum a concilio deorum; qui autem se integros castosque servavissent, quibus fuisset minima cum corporibus contagio essentque in corporibus humanis vitam imitati deorum, iis ad illos, a quibus essent profecti, reditum facile patëre. Itaque commemorat ut cygni, qui non sine causa Apollini dicati sint, sed quod ab eo divinationem habere videantur, qua providentes quid boni in morte sit, cum cantu et voluptate moriantur, sic omnibus bonis et sapientibus esse faciendum.
Nell'ultimo giorno di vita, benché potesse essere facilmente fatto scappare dalla prigione, Socrate non vollee, quasi già tenendo in mano quella tazza mortale, parlò come se non dovesse essere consegnato alla morte, ma piuttosto come se fosse visto ascendere al cielo. Così infatti credeva e così spiegò: sono due le strade e duplice il percorso delle anime che escono dal corpo. Infatti coloro che si sono contaminati con i vizi umani e si sono dedicati completamente ai piaceri, accecati con i quali o con i vizi privati e si sono macchiati con misfatti o hanno architettato frodi imperdonabili per violare lo Stato, o coloro che hanno intrapreso un percorso in qualche modo sbagliato, separato dall'assemblea degli dei; ma coloro che si sono conservati casti ed integri, per il quali ci fu un minimo contagio con i corpi e che hanno imitato nei corpi umani la vita degli dei, a loro si apre con facilità il ritorno a coloro dai quali sono partiti. E così rammenta che i cigni, che non senza una ragione sono dedicati ad Apollo, ma che da lui sembrano aver tratto la facoltà di predire il futuro con la quale prevedono ciò che c'è di buono nella morte, muoiono con il canto e con la gioia, come deve essere fatto da tutti i buoni e sapienti.
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Hoc bellum quintum civile geritur primum (avv. ) non in dissensione et discordia civium, sed in maxima consensione incredibilique concordia. Omnes idem volunt, idem defendunt, idem sentiunt. Cum omnes dico, eos excipio quos nemo civitate dignos putat. Quae est igitur belli causa? Nos deorum immortalium templa, nos muros, nos domicilia sedesque populi Romani, aras, focos, sepulcra maiorum, nos leges, iudicia, libertatem, coniuges, liberos, patriam defendîmus; contra Antonius id molïtur, ad id pugnat, ut omnia perturbet, evertat, fortunas nostras partim dissîpet, partim dispertiat parricidis.
Si fa ora questa quinta guerra civile, prima non in disaccordo e discordia dei cittadini, ma in grandissimo consenso e concordia incredibile. Tutti vogliono la stessa cosa, tutti difendono la stessa cosa, tutti sentono la stessa cosa. Quando dico tutti, escludo quelli che nessuno giudica degni della città. Quale è dunque la causa della guerra? Noi difendiamo i templi degli dei immortali, le mura, le case e i seggi del popolo romano, gli altari, i focolari, i sepolcri degli avi, noi (difendiamo) le leggi, i giudizi, la libertà, le mogli, i figli, la patria; invece Antonio questo trama, per questo si batte, per tutto sconvolgere, sovvertire, in parte dissipare le nostre sostanze, in parte per distribuirle ai parricidi.