Cicero Attico salutem dicit. S aturnalibus mane se mihi Pindenissītae dediderunt, septimo et quingentesimo die postquam oppugnare eos coepimus. «Isti Pindenissītae qui sunt?» – inquies – «Nomen audivi num­quam». Tarsum veni a. d. III Nonas Octobres. Inde ad Amānum contendi, qui Syriam a Cilicia divĭdit; qui mons erat hostium plenus. Hic a. d. III Idus Octobres magnum numerum hostium occidimus; castella munitissima cepimus, incendimus; imperatores appellati sumus. Ibi dies quinque morati direpto et vastato Amāno, inde discessimus. Interim rumore adventus nostri et Cassio, qui Antiochīā tenebatur, animus accessit et Parthis timor iniectus est; itaque eos cedentes ab oppido Cassius insecutus rem bene gessit: qua in fuga Osaces (Osace), dux Parthorum, vulnus accepit eoque interiit paucis post diebus. Erat in Syria nostrum nomen in gratia.

Cicerone saluta Attico. La mattina dei Saturnali (ovvero il 17 dicembre) i cittadini di Pindenisso si sono arresi a me, settantacinque giorni dopo che avevano iniziato ad assediarlo. "Chi sono questi cittadini di Pindenisso?" - chiederai - "Non ne ho mai sentito il nome". Sono partito il giorno sette ottobre da Tarso. Da I' mi sono diretto al (monte) Amano che divide la Siria dalla Cilicia; il quale monte era pieno di nemici. Qui il giorno 13 ottobre abbiamo ucciso un grande numero di nemici, abbiamo espugnato fortezze munite di ogni difesa, abbiamo appiccato incendi, siamo stati salutati imperatori. Dopo esserci trattenuti lì cinque giorni e dopo avere devastato (il monte) Amano, poi siamo andati via. Nel frattempo, a causa della notizia del nostro arrivo, sia si riprese il coraggio di Cassio, che era chiuso ad Antiochia, sia nei Parti si ingenerò la paura; così Cassio inseguendoli mentre si allontanavano dalla città riportò un successo: in tale fuga Osace, comandante dei Parti, fu ferito e perciò morì dopo pochi giorni. Il nostro nome aveva credito in Siria.